Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 17 novembre 2015 (trad. ossin)
 
 
Giù la maschera ! 
Eric Denécé
 
 
I sanguinosi attentati che hanno colpito la nostra capitale – più di 130 morti e di 400 feriti – sono il peggior atto di violenza perpetrato sul nostro territorio dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sono anche, per la loro gravità, il terzo attacco in ordine di importanza che ha colpito il mondo occidentale, dopo quelli dell’11 settembre e di Madrid.
 
Se le azioni terroristiche degli ultimi anni sembrano doversi attribuire a dilettanti più o meno abili, quella di venerdì 13 novembre, per il numero degli attentatori, i bersagli prescelti, il modus operandi e l’abile coordinamento, denuncia una operazione meglio pianificata.
 
Il governo ha subito condannato questi atti barbari, e promesso che “la Francia sarà spietata”, confermando ai cittadini che il paese è “in guerra”… senza precisare però contro chi, facendo trapelare il proprio imbarazzo o la sua cecità.
 
 
La guerra… ma contro chi?
 
E’ Daech l’autore di questi attentati, non v’è alcun dubbio. Ma che cos’è Daech? Una organizzazione terrorista e criminale di ispirazione wahhabita/salafita, che è riuscita ad appropriarsi di un territorio con le armi e a farne un santuario che attira criminali, integralisti e malati mentali di ogni sorta, che sognano di potere esprimere tutte le loro frustrazioni attraverso la violenza più abietta, in nome di una pseudo-ideologia, che costituisce un insulto all’islam.
 
Daech non è che una delle componenti della corrente ultra-radicale e retrograda dell’islam (1), che costituisce il vero nemico. Attinge i suoi riferimenti dagli scritti di Abdel Wahhab (nell'immagine di lato) e dei Fratelli Mussulmani. E’ stato il wahhabismo che ha creato l’Arabia Saudita, uno degli stati più retrogradi del pianeta; e la nefasta ideologia dei Fratelli Mussulmani influenza quasi tutti i gruppi terroristici islamisti apparsi dagli anni 1970, fino ad Al Qaeda/Daech.
 
Questi estremisti se la prendono con tutti: con l’Occidente ovviamente, e soprattutto con la Francia. Ma anche coi Russi, gli Egiziani, i Pakistani, i Libanesi, gli Hezbollah, gli Iraniani, i cristiani, gli sciiti… e i sunniti che non accettano la loro concezione dell’islam.
 
Tuttavia, da qualche mese, Daech è in difficoltà sotto i bombardamenti della coalizione occidentale e delle forze russe in Siria, e di fronte agli attacchi dei Curdi in Iraq. Sentendosi minacciato nel suo santuario, il gruppo terrorista ha deciso di esportare la sua lotta, come dimostrano i recenti attentati nei cieli del Sinai, a Beirut e a Parigi. E’ purtroppo un classico che un gruppo terrorista sotto pressione lanci operazioni spettacolari per dimostrare che conserva una forte capacità di offesa e per rassicurare i suoi partigiani e sponsor. E’ per questa ragione che dobbiamo attenderci altri attentati, perché Daech dispone di combattenti determinati a passare all’azione (2).
 
Peraltro, se Daech riesce a mantenere il suo controllo sull’Iraq del nord e sull’est della Siria, è perché dispone di molti appoggi, diretti o indiretti, da parte di Stati che condividono o predicano il suo stesso radicalismo religioso: l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, tre alleati dell’Occidente, degli Stati Uniti e della Francia.
 
- L’Arabia Saudita è un regno medievale e integralista, i cui leader lasciano la maggioranza del popolo nell’ignoranza, fornendogli come sola istruzione una lettura molto orientata del Corano. Ma Riyadh dispone di potere di influenza e capacità di nuocere considerevoli, in virtù dei proventi del petrolio. E se ne serve per giocare al piromane, esportando il wahhabismo, che è all’origine dell’ostilità verso i mussulmani che si sta diffondendo nel mondo. Occorre ricordare che è stato, grazie all’appoggio dell’Arabia Saudita – e poi del Qatar – che il terrorismo islamista si è diffuso – dagli anni 1980 – in moltissimi paesi. E’ per questo che Riyadh non ha mai tentato di lottare contro Daech. Per contro, il regno ha mobilitato le sue forze e fatto appello ai suoi alleati per lanciare una guerra di aggressione in Yemen (3).
 
- Il Qatar è solo un micro-Stato insignificante, senza storia e senza avvenire, i cui sovrani hanno come unica qualità quella di essere nati proprietari di considerevoli risorse di idrocarburi, da cui traggono enormi profitti. Questo paese “artificiale” conta due milioni di abitanti, di cui solo poco più del 10% è qatariano.
 
- La Turchia, dal canto suo, è un grande Stato, erede dell’Impero ottomano e membro della NATO. Ma il paese si è profondamente ri-islamizzato con l’arrivo al potere di Erdogan, membro dell’ufficio internazionale dei Fratelli Mussulmani, che si sforza di cancellare ogni traccia della modernizzazione e della laicizzazione del paese operata da Moustafà Kemal. La Turchia si trova dunque coinvolta, pur contro una parte dell’élite e della popolazione, nei sogni di grandezza islamica del suo leader, che si considera il nuovo sultano ottomano.
Riyadh, Doha e, in misura minore, Ankara sono – senza alcuna ambiguità – gli ispiratori e i sostenitori degli attuali movimenti radicali islamisti e terroristi. Pensare di trovare una soluzione al problema, senza denunciare il ruolo essenziale svolto da questi Stati, è del tutto velleitario. Essi continuano d’altronde a finanziare e armare i “ribelli” in Siria, rafforzando le capacità operative dei gruppi jihadisti, che conoscono molti problemi dopo l’avvio dell’intervento russo. Si tratta di una irresponsabile fuga in avanti da parte di questi tre paesi, che vedono la loro strategia messa in pericolo dall’entrata in gioco di Mosca. Bachar al-Assad non sarà deposto e loro non lo sopportano.
 
Questi Stati hanno peraltro un altro importante punto in comune: sono alleati indefettibili degli Stati Uniti, coi quali concordano il più delle volte la loro strategia regionale. Tuttavia, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, il gioco statunitense è piuttosto ambiguo. Washington ha designato, come fattori di instabilità, l’Iraq, l’Iran e, più di recente, la Siria, nonostante che Bin Laden e la maggior parte dei terroristi dell’11/9 fossero sauditi. Poi, in occasione delle “rivoluzione arabe” del 2011, gli Stati Uniti hanno favorito, in tutto il mondo arabo, l’accesso al potere dei Fratelli Mussulmani. Questa politica ha inizialmente avuto successo in Tunisia e in Egitto – prima che la popolazione ripudiasse e rovesciasse i governi della confraternita – ma non ha funzionato in Siria. Non si è trattato dunque solo di un’errata valutazione, ma di una vera e propria strategia di alleanza obiettiva e machiavellica con l’islam più radicale. Zbigniew Brzezinski, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter, ha ancora recentemente dichiarato, a proposito di Jabat Al-Nusra, il ramo di Al Qaeda in Siria: “Se i Russi continuano a bombardare i nostri ragazzi, bisogna che Obama risponda”.
 
Paradossalmente questa strategia non viene denunciata che da Donald Trump, candidato alle primarie del Partito Repubblicano. “Se guardate la Libia, vedrete che quello che noi abbiamo provocato è il disordine. Se guardate Saddam Hussein e l’Iraq e ciò che abbiamo fatto laggiù… è il disordine. E sarà la stessa cosa in Siria”.
 
Senza la catastrofica invasione statunitense dell’Iraq e l’appoggio o la benevolente passività dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia, Daech non esisterebbe. Ma, fin quando questo gruppo avrà siffatti sponsor, continuerà ad esistere. Tanto più che la debolissima combattività dell’esercito iracheno non consente di sperare, a breve termine, in imponenti operazioni militari al suolo.
 
 
L’assurda posizione della Francia
 
La politica adottata dal presidente Hollande verso la Siria ha chiaramente potenziato la minaccia terrorista. Le centinaia di giovani francesi che si sono lasciati sedurre dall’islam radicale e sono andati a combattere sono stati incoraggiati dal battage mediatico delirante contro Bachar, “il macellaio che massacra il suo popolo”.
 
I nostri servizi, per quanto perfettamente consapevoli della realtà sul campo e delle minacce, hanno obbedito ad un governo che era sotto l’influenza del Qatar e dell’Arabia Saudita. Hanno addestrato e rifornito combattenti di Al-Nusra e dell’ELS (Esercito Libero Siriano), e hanno dovuto rassegnarsi ad ignorare i fatti che osservavano, dicendo alle autorità solo le “verità” che esse volevano sentire. Così, a causa sia della rottura delle relazioni coi servizi siriani, che dell’ordine di collaborare con gli Stati wahhabiti/salafiti, nemmeno l’aumento di stanziamenti per l’intelligence, deciso nel 2008, poteva portare frutti, in quanto si è chiesto ai servizi di agire in una direzione sbagliata.
 
I “democratici” che il nostro paese appoggia sono, d’altro canto, di un genere nuovo. Del tipo di Lamia Nahas (nella foto a sinistra), membro della Coalizione nazionale dell’opposizione siriana – appoggiata dalla Francia, dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito – che ha recentemente pubblicato un post edificante sulla sua pagina Facebook: “Ogni qualvolta le minoranze manifestano la loro arroganza parlando di Siria, mi convinco sempre di più della necessità di un rogo che li carbonizzi tutti. Rimpiango Hitler che ha bruciato gli ebrei del suo tempo e il sultano ottomano Abdel Hamid che ha sterminato gli Armeni, come anche l’eroe degli Arabi, Saddam Hussein, che si è comportato da uomo in un’epoca in cui non ce n’erano e non ce ne saranno più dopo di lui” (4). Cosa dire di più?
 
Gli attentati del 13 novembre a Parigi dimostrano che, nonostante il nostro appoggio irresponsabile all’opposizione jihadista contro Bachar al-Assad e il nostro silenzio sulla guerra di aggressione dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, i terroristi hanno ugualmente colpito la Francia. E’ la dimostrazione orribile, ma perfetta, della totale erroneità della nostra politica estera: nemmeno il nostro allineamento alle petro-monarchie islamiste è riuscito a proteggerci dagli attentati. Nonostante, paradossalmente, che i nostri attacchi aerei contro le postazioni di Daech in Siria siano stati puramente simbolici.
 
Peraltro, ci illudiamo sull’importanza degli investimenti e dei contratti coi paesi del Golfo per la nostra economia. Come ha recentemente dimostrato Loik Le Floch-Prigent, bisogna “farla finita una volta per tutte con questi miraggi del deserto” (5) che inducono i nostri dirigenti a prosternarsi di fronte a Riyadh e Doha. Tutto sommato, questa “alleanza” serve solo ai nostri “partner” per finanziare liberamente l’islam radicale nelle nostre banlieue.
 
 
Bernard-Henri-Levy, filosofo e dandy filo-Israele, aedo degli interventi francesi in Libia e in Siria
 
 
Quale risposta?
 
Se è fuori dubbio che noi non dobbiamo né legittimare né sostenere alcuna dittatura o regime autoritario che opprima il suo popolo, abbiamo anche il dovere di non provocare la loro sostituzione con regimi ancora peggiori… Ed è proprio questo che stiamo facendo, fin da quando siamo intervenuti in Libia! Come ha dichiarato Jean-Pierre Chevèment: “Penso che Saddam Hussein, sul quale avremmo pure potuto esercitare una qualche influenza, abbia provocato forse 10.000 volte meno vittime delle due guerre che sono state fatte contro di lui (…) giacché esse hanno provocato la distruzione dello Stato iracheno e una guerra interconfessionale ancora in corso”. Tra due mali, scegliamo il minore. E’ infatti sempre possibile esercitare una influenza, sia pure modesta su un governo, a differenza di quanto si può fare con un gruppo terrorista.
 
Dopo gli attentati è stato decretato lo stato di emergenza. E’ una cosa giusta. Attribuendo però ampi poteri alle forze dell’ordine, cosa assai utile per lo smantellamento delle filiere terroriste, questa decisione impone loro nuovi compiti, nonostante poliziotti e gendarmi siano impegnatissimi da molti mesi e non siano in grado di fare fronte a tutto. La lotta antiterrorista – e le necessità burocratiche che ad essa si accompagnano – diventeranno la priorità e ne conseguirà, dunque, un depotenziamento delle forze impegnate contro il crimine o la delinquenza.
 
Per quanto riguarda la risposta militare a questi attentati, la minaccia di attacchi aerei ha solo una valenza simbolica – come è stato per il bombardamento di Raqqa – in quanto, con solo una decina di aerei impegnati nei cieli dell’Iraq e della Siria, la nostra forza aerea dispone di capacità di azione estremamente ridotte. Come osserva assai giustamente Jean-Marc Tanguy (6), i discorsi bellicisti rischiano di inciampare ben presto nella realtà: le nostre forze armate dispongono di effettivi assai limitati, a causa dell’impegno in Sahel e nelle strade francesi, ma soprattutto perché – dopo più di 20 anni – tutti i governi che si sono succeduti hanno ridotto gli stanziamenti per la Difesa.
 
Le grottesche misure proposte dall’opposizione (braccialetti elettronici, appelli irrealistici ad un intervento terrestre contro Daech, ecc) rivelano una non conoscenza profonda dei veri problemi, in un clima di isteria collettiva. Ricordiamo che l’opposizione è responsabile quanto l’attuale governo nella creazione della situazione in cui ci troviamo.
 
Soprattutto, nessuno dei nostri leader politici ha esplicitamente denunciato la responsabilità degli Stati stranieri sponsor del terrorismo. Ci troviamo dunque di fronte ad una totale negazione della verità. Per questo le misure adottate per fare fronte alla situazione saranno necessariamente inadeguate.
 
 
Le misure che sarebbero necessaire
 
Riconsiderare la nostra politica estera e individuare con chiarezza il nemico esterno e i suoi sostenitori. Le nostre scelte di politica internazionale sono state sempre sbagliate da quando siamo rientrati nella NATO. E ne misuriamo pienamente l’inefficacia. La Francia non può essere né l’ausiliario degli Stati Uniti, né allinearsi sulle posizioni dell’Arabia Saudita e del Qatar. E’ indispensabile una riconsiderazione delle nostre relazioni diplomatiche con questi due Stati. Senza un profondo mutamento della nostra politica estera, senza una presa di distanza netta rispetto ad una politica statunitense irresponsabile che mira solo a favorire i propri interessi, non vi sarà nessuna evoluzione possibile. La situazione ci impone un realismo assoluto. Nella lotta attuale, i nostri alleati obiettivi sono chiaramente la Russia, l’Egitto, perfino l’Iran e la Siria, perché abbiamo con loro un nemico comune. 
 
Individuare con chiarezza il nemico interno . Che non è l’islam. Non sono i musulmani. Sono i wahhabiti/salafiti/Fratelli Mussulmani. Essi rappresentano una vera e propria quinta colonna sul nostro territorio, infiltrando la società francese, soprattutto la popolazione di confessione musulmana. Noi dobbiamo combatterli con la più grande fermezza:
 
   - sopprimendo, chiudendo, vietando tutte le moschee, le associazioni, i centri librari… islamisti legati al salafismo, al wahhabismo e ai Fratelli Mussulmani;
   - imponendo il divieto dei segni esteriori del radicalismo in buona intesa coi nostri fratelli mussulmani. Il niqab e il burqa sono segni espliciti di appartenenza a queste correnti fondamentaliste rancorose che respingono apertamente i nostri valori. Come ha spiegato Tarik Oubrou, l’imam di Bordeaux: “Quando un abito diventa ostentatore, non si è più nell’etica, perché mostrarsi per mostrarsi è ridicolo. L’abito non fa il (la) mussulmano (a) (7)”.
 
Rafforzare le dotazioni e gli stanziamenti per l’esercito e le forze dell’ordine, che continuano ad essere ridotti da più di venti anni, ed esonerarli dai compiti di sicurezza interna dell’operazione “Sentinelle”. E’ d’altronde giunto il momento di rivedere il piano Vigipirate, salvo a volere inventare una decina di nuove sfumature di rosso.
 
Applicare gli articoli del codice penale e del codice di sicurezza militare relativi al tradimento e all’intelligenza con nemico (8). Infatti quelli che si sono uniti a Daech o ad Al Qaeda hanno partecipato a delle azioni armate – sia all’estero che sul suolo nazionale – e devono considerarsi senza ambiguità dei traditori. Devono quindi ricevere il trattamento riservato ai traditori (9). Come si spiega che la marescialla della gendarmeria che ha aiutato Coulibaly non sia stata accusata di tradimento? Se siamo in guerra – e siccome si tratta per di più di una militare – avrebbe dovuto essere condannata all’ergastolo.
 
E’ tuttavia indispensabile mantenersi murati e moderati:
 
- In Francia, per non trasformare il paese in uno stato si polizia – come è avvenuto negli Stati Uniti con gli eccessi del Patrioct Act – e non creare un clima di sospetto generalizzato. V’è purtroppo da temere che i nostri compatrioti mussulmani vengano considerati apostati dai takfiri e siano, dall’altro lato, vittime di ingiuste assimilazioni da parte di Francesi estremisti o di cittadini esasperati dalle provocazioni dei radicali. Questo sarà uno degli aspetti più delicati da gestire.
 
- All’estero, non moltiplicando gli interventi militari, dal momento che abbiamo visto come la Global War on Terror (GWOT) scatenata dagli Statunitensi non abbia concluso nulla, ma solo aggravato la situazione.
 
Si levano voci per dire che in questi momenti di orrore vi deve essere unità nazionale. E’ saggio. Tuttavia il lutto per i nostri morti non ci esonera dalla necessità di una analisi delle nostre responsabilità in questo dramma, se non si vuole proseguire nella politica dello struzzo e attendere passivamente che altri attentati abbiano luogo. L’unità nazionale invocata dai politici è pura illusione. Serve soprattutto a lasciare loro il tempo per non cambiare (quasi) niente. Fare i guerrafondai senza nominare coloro che sono all’origine del fenomeno jihadista e voler restare alleati di Stati che incoraggiano questa forma di islam retrogrado e barbaro assomiglia alla complicità.
 
 
Note:
 
(1)  Non rappresenta più del 10% dei credenti
 
(2)  Circa 25 000 uomini venuti da più di 100 paesi, tra cui 6000 Europei, si sono arruolati in Daech
 
(3)  La comunità internazionale chiude gli occhi sull’intervento saudita in Yemen. Nessun media parla della sconfitta dell’esercito di Riyadh, Né delle numerose vittime collaterali
 

(4)  Haytham Manna « Le radicalisme religieux au Moyen-Orient : De l'interprétation confessionnelle de l'Histoire, de la réalité et de la vie », Madaniya.info, 1° novembre 2015 http://www.madaniya.info/2015/11/01/le-radicalisme-religieux-au-moyen-orient/

 

(5)  Loik Le Floch-Prigent, « L'Arabie Saoudite : le mirage des contrats pour sauver l'industrie française », Tribune libre, IVERIS,  29 ottobre 2015 (http://www.iveris.eu/list/tribunes_libres/93-arabie_saoudite__le_mirage_des_contrats_pour_sauver_lindustrie_francaise_ )

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(6)  Jean-Marc Tanguy, domenica 15 novembre 2015, Une guerre ? Mais avec quoi? http://lemamouth.blogspot.fr/2015/11/une-guerre-mais-avec-quoi.html

 

(7) Tareq Oubrou, imam di Bordeaux, « Tout le Coran n'est pas à reproduire », Le Figaro Magazine, 13 novembre 2015, p. 54
 
(8) Code de justice militaire, art. L331-2 : « Le fait, en temps de guerre par tout Français ou tout militaire au service de la France, de porter les armes contre la France constitue un acte de trahison puni de le réclusion criminelle à perpétuité et de 750 000 euros d'amende ».
Code pénal, De la trahison et de l'espionnage, art. 411-4 : « Le fait d'entretenir des intelligences avec une puissance étrangère avec une entreprise ou organisation étrangère ou sous contrôle étranger ou avec leurs agents, en vue de susciter des hostilités ou des actes d'agression contre la France, est puni de trente ans de détention criminelle et de 450 000 euros d'amende. Est puni des mêmes peines le fait de fournir à une puissance étrangère, une entreprise ou une organisation étrangère ou sous contrôle étranger ou à leurs agents les moyens d'entreprendre des hostilités ou d'accomplir des actes d'agression contre la France »
 
(9) Philippe-Joseph Salazar, Paroles armées, Lemieux éditeur, Paris, 2015, p. 70.
 
 
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