Le Grand Soir, 10 dicembre 2018 (trad.ossin)
 
I Gilet gialli: il proletariato contro il presidente dei ricchi
Tayeb el Mestari
 
«E’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso» è una frase semplice e diretta, espressione della saggezza popolare. La tassa sul gasolio è quella goccia che ha spinto in primo piano la questione sociale in Francia, mentre la classe dirigente e i suoi apparati ideologici la credevano oramai morta e sepolta. Per questo era stata tutt’al più trattata marginalmente con misure che agiscono sugli effetti piuttosto che sulle cause. Adesso l’irrompere della questione sociale sulla scena politica sposta i termini del dibattito attribuendo ai proletari e alle classi medie impoverite il ruolo di attori centrali e imprescindibili. Sotto due profili. Uno di natura economico-sociale e indiretto, l’altro di natura politica e diretta.
 
La violenza rivoluzionaria dei Gilet gialli agli Champs Elysées
 
Da 40 anni le condizioni sociali delle classi popolari sono progressivamente peggiorate. Ad ogni appuntamento elettorale, l’astensionismo è cresciuto trasformando il voto in un simulacro di democrazia. La classe dirigente si era illusa che le classi popolari avessero definitivamente abdicato. Che il loro silenzio equivalesse a consenso. Ma le classi popolari attendevano un pretesto. Che è stato loro consegnato da Macron su un piatto d’argento: la tassa sul gasolio, I Gilet gialli si sono ribellati come un sol uomo per contestarla e sfuggire al destino loro assegnato dalla legge del più forte.
 
La violenza economica contro il popolo
 
I Gilet gialli rendono politicamente visibile la classe sociale dei proletari e rende allo stesso tempo visibile la vera natura dei meccanismi sociali ed economici che trasudano attraverso tutti i loro pori la più implacabile miseria. Perché dietro la richiesta di annullare la tassa sul gasolio, i Gilet gialli pongono la questione della loro condizione e, dietro la questione della loro condizione, si cela quella dei rapporti di dominazione e sfruttamento propria della società capitalista. L’irruzione a tambur battente della questione sociale sulla scena politica ha avuto luogo nel contesto di cambiamenti degli assetti del capitalismo che, fin dalla fine degli anni 1970, tentano di superare la crisi che lo mina. Questi mutamenti si concretizzano in sintesi in una riduzione del livello salariale e nella distruzione progressiva dello Stato sociale, che era stato concepito come un’arma efficace per arrestare la rivoluzione operaia. L’immagine macroniana del «gocciolamento» è un vecchio dogma capitalista che postula che l’arricchimento di una minoranza porta di per sé profitto a tutta la società.
 
Ma questo dogma ideologico, elevato a principio teologico, è contraddetto dalla realtà. L’arricchimento delle classi possidenti comporta, nella società capitalista, l’impoverimento delle masse e, in particolare, quello della classe operaia la cui forza lavoro a buon mercato è la condizione sine qua non per la crescita dei profitti. E’ la legge di ferro del capitalismo. La spiegazione della condizione in cui versano le masse popolari si trova nel modo di produzione capitalista che produce e riproduce in permanenza il loro impoverimento. La politica a marce forzate diretta a fare accettare il processo di impoverimento delle classi dominate ha ricevuto il sostegno dei partiti politici e dei sindacati che, in ragione di questo sostegno, hanno finito col perdere la credibilità di cui ancora godevano. Pretendendo l’aumento dei salari, i Gilet gialli rimettono in discussione radicalmente ciò che costituisce la pietra miliare della politica economica: aumentare i profitti a detrimento dei salari. Due esigenze contraddittorie e inconciliabili si scontrano fin dalla nascita del capitalismo, o cresce il profitto o crescono i salari. Questo scontro è ancora attuale e fa giustizia delle ridicole teorie politiche e sociologiche che profetizzano la fine della lotta di classe. I meccanismi determinanti del capitalismo producono continuamente, in forme diverse a seconda del periodo, dei rapporti sociali di dominazione nei quali il valore dell’operaio produttore viene ridotto alla sua più semplice e crudele espressione di una merce che i decisori economici vogliono mantenere a prezzo basso. Questa contraddizione fondamentale è alla base della civiltà capitalista che considera tutte le cose e ogni essere umano come una merce.
 
Questo porre in discussione in modo indiretto la politica economica capitalista si accompagna ad una contestazione politica non meno radicale, ma diretta. La tassa sul gasolio ha spinto una parte della classi popolari fuori dalle loro case, nello spazio pubblico, per bloccare il traffico e, nello stesso tempo, il sistema istituzionale, pretendendo in un colpo solo le dimissioni di Macron. Non riconoscendosi nei meccanismi istituzionali, i Gilet gialli si sono scontrati direttamente con la più alta rappresentazione del sistema capitalista: il Presidente. Questo rapporto di forze, inedito sul piano storico, ha avuto come primo effetto di dare l’idea di un governo immobile, in contrasto con quella della mobilitazione popolare. Un governo immobile, se non paralizzato, per una ragione molto semplice. Ripiegare e accettare le richieste popolari avrebbe significato dover rinunciare a questa politica economica concepita per superare le contraddizioni legate alla riduzione tendenziale del tasso di profitto che, sul lungo periodo, mina il capitalismo. Non soddisfare le rivendicazioni dei Gilet gialli avrebbe rischiato di radicalizzare il movimento di contestazione e aprire la strada ad una gestione puramente repressiva della questione sociale.
 
La violenza popolare rovescia i rapporti di potere
 
L’epoca dei “gloriosi trenta” (i trent’anni, dal 1945 al 1973, caratterizzati da forte crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni dei paesi sviluppati, ndt) è finita e il nuovo capitalismo, ancora instabile e gradualmente spogliatosi del suo carattere socialmente protettore, ha distrutto il consenso delle classi e l’accettazione da parte delle classi dominate. I proletari coalizzati esigono le dimissioni di Macron perché pensano che il Parlamento sia il luogo del « bla-bla », senza potere reale, e che la presidenza concentri in sé quel poco di potere che l’Unione Europea non ha ancora confiscato. Le dimissioni del presidente significano la fine della politica economica pazientemente messa in campo da Macron e dai suoi predecessori. In ultima istanza e attraverso le loro rivendicazioni, i Gilet gialli si collocano nel filone rivoluzionario operaio del 1848 e 1871. La questione economica è una questione politica, rovesciare l’ordine politico significa rovesciare l’ordine economico. Dal 17 novembre, l’evoluzione degli avvenimenti indica che l’intelligenza rivoluzionaria del movimento popolare si concentra sulla richiesta di miglioramento delle loro condizioni e sulla messa in discussione totale e radicale del governo. La condizione di paralisi in cui versa il governo e le sue dichiarazioni confuse e contraddittorie si comprendono solo alla luce di questa radicalità. La chiaroveggenza politica delle classi popolari e la pressione esercitata sulla presidenza mostrano lo spettacolo tragicomico in cui il governo è a volte inerte e silenzioso, a volte agitato, loquace e pronto a rimangiarsi la sera le misure adottate la mattina.
 
Il governo è privo di sostanza. Nessuna misura politica ed economica è in grado di piegare i Gilet gialli. Ogni marcia indietro del governo alimenta e rafforza la dinamica rivoluzionaria che si sviluppa lungo una linea ascendente, mentre la forza dello Stato è in linea discendente. Se la minima decisione del governo, e suo malgrado, rafforza il movimento rivoluzionario, anche questo ha una sua propria dinamica. Anche la violenza popolare si rafforza. La mobilitazione popolare del 1* dicembre ha costretto la classe dirigente a rimangiarsi la tassa sul gasolio. Il « sabato nero » annunciato dell’8 dicembre ha fatto tremare le istituzioni e tutta la classe politica. I Gilet gialli hanno capito che la violenza paga. La violenza popolare si percepisce come legittima nella misura in cui essa è una contro-violenza rispetto ad una violenza primaria e meno visibile: la violenza economica capitalista. A ogni successo, il popolo dei proletari misura la sua forza e, inoltre, il senso della propria forza lo spinge a continuare sulla strada delle rivendicazioni. Nonostante la formidabile macchina di propaganda che ha rilanciato le minacce del ministro dell’interno e nonostante il rafforzamento del dispositivo repressivo, questo sabato 8 dicembre i Gilet gialli erano ancora più numerosi e più determinati. La violenza popolare, lungi da ridursi, è cresciuta. In simili circostanze, il potere presidenziale, con le spalle al muro, è stato ridotto al silenzio, E nelle rare occasioni in cui si è tirato fuori dal suo silenzio, ha rinfocolato la rabbia del Gilet gialli. Lunedì 10 dicembre, Macron ha fatto delle concessioni alle quali i Gilet gialli hanno risposto: « Sono briciole ! ». Il presidente ha ceduto, ma non a sufficienza. Era come in trappola. Si dibatteva ma non aveva alcuna possibilità di uscirne, Cedere senza dare soddisfazione alle più importanti rivendicazioni dei Gilet gialli, avrebbe significato ritirarsi e accreditare l’idea che la violenza paga.
 
La violenza rivoluzionaria è dotata di una efficacia netta e preoccupante: di fronte alla potenza del popolo il re appare nudo e debole. Quando Macron ha umiliato dei giovani per strada, tutti i proletari si sono sentiti umiliati. Umiliare i ragazzi, insultare gli operai, tassare i poveri e sopprimere l’imposta patrimoniale sono tutti atti che delineano il profilo di un presidente forte coi deboli e debole coi forti. Il senso di potenza dell’essere presidente lo rendeva cieco di fronte al rancore e alla rabbia popolare che suscitava ad ogni iniziativa, a ogni parola. Ma oggi, come Luigi XVI, il presidente è sconfitto. E’ per tutti persona non grata. Si riconosce una sequenza rivoluzionaria al fatto che essa ribalta i rapporti di forza. Il popolo ha ritrovato la sua fierezza di fronte ad un monarca-presidente, a sua volta umiliato grazie a tutta la potenza politica dei lavoratori uniti.
 
La democrazia dei ricchi è la dittatura contro i poveri
 
Il movimento dei Gilet gialli mostra così una nuova tendenza storica in cui la lotta delle classi, attraverso nuovi metodi di azione, strutturerà durevolmente i rapporti politici. Occupare le rotonde, organizzarsi nelle reti sociali o irrompere nei luoghi dei potenti e dei ricchi come gli Champs Elysées, testimoniano di un’inventività politica propria del genio popolare in una situazione rivoluzionaria. Questa evoluzione comporta la necessità di misurare l’impatto che l’intensità della lotta delle classi ha sulle risposte politiche che il sistema politico è in grado di produrre. L’azione rivoluzionaria del Gilet gialli potrebbe svilupparsi e rafforzarsi se la classe operaia dei grandi centri industriali e i ceti popolari dei centri urbani faranno il loro ingresso sulla scena politica. Nell’ipotesi di un’alleanza delle classi proletarie rurali e urbane, coalizzate con le classi medie impoverite, non v’è dubbio che l’ordine capitalista dovrà vedersela con una minaccia esistenziale che dovrà contenere. Impercettibilmente e progressivamente, in tempi più o meno lunghi, la classe dirigente dovrà inventare, tanto nelle forme che nella sostanza, una nuova formula di dominazione politica, necessaria alla sopravvivenza di un modello sociale che pure ha il fiato grosso. E parallelamente il movimento dei Gilet gialli ha messo in movimento una dinamica che contiene le premesse di un progetto di società alternativa al capitalismo paralizzato dalle sue contraddizioni e da immense sfide politiche, economiche e ecologiche.
 
Mettendo a nudo i fondamenti economici della società e mostrando il modo con cui potersene sbarazzare (aumento dei salari, ripristino dell’imposta patrimoniale, reale uguaglianza politica, assemblee popolari, referendum, ecc), le classi dominate attribuiscono spessore storico all’espressione « quando il pericolo cresce, cresce anche quello che ci salva », Gli slogan « la dittatura nelle banche organizzate », « la democrazia dei ricchi » non lasciano alcun dubbio quanto all’orientamento politico dei Gilet gialli. Essi pensano che la democrazia sia la dittatura di una classe numericamente inferiore e privilegiata sull’insieme della società. La lotta rivoluzionaria attuale rivela l’importante deficit di legittimità di cui soffre lo Stato e il personale politico che lo incarna. Legittimità contro legittimità. La legittimità dei grandi numeri contro la legittimità della minoranza dei possidenti. La democrazia reale e popolare contro la democrazia formale e borghese. Il linguaggio popolare contro il linguaggio tecnocratico e vuoto. La società reale di quelli che sgobbano contro la società ufficiale, quella degli uomini d’affari e dei politici che ostentano ricchezze, quella dei giornalisti bugiardi e servili, quella di una classe politica sottomessa e subalterna all’ordine ingiusto. In tali condizioni, è difficile, perfino impossibile, ripristinare l’autorità dello Stato.
 
La rottura tra le classi dirigenti e un’ampia fascia della società è troppo profonda. Pretendere le dimissioni di Macron ne è il segnale più visibile e più inatteso rispetto alla situazione apparentemente calma che prevaleva prima del 17 novembre. Se la contestazione sociale perdura e si estende, renderà più profonda la crisi politica. Perché la classe dirigente non potrà continuare a ignorare le contraddizioni che la scuotono. La storia politica insegna che, quando le classi dirigenti si dividono di fronte ad un movimento sociale rivoluzionario unito, allora si apre una fase nella quale la rivoluzione e il cambiamento della società diventa possibile. Il potere dal popolo e per il popolo continua sempre ad essere un’idea nuova.
 
 
 
 
 
 
 
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