ProfileAnalisi, novembre 2016 - Quale la ragione dell'irrilevanza della diplomazia francese ed europea? L'incapacità di avere una lettura degli avvenimenti indipendente rispetto a quella degli Stati Uniti (nella foto, Franòois Hollande)

 

Cf2R (Centre Français de Recherche sur le Renseignement), 4 novembre 2016 (trad.ossin)

 

Una lezione meritata

Eric Denécé

 

La Polonia che compra gli elicotteri dagli USA, la risoluzione francese sulla Siria all’ONU che viene respinta, la visita di Vladimir Putin a Parigi che viene annullata: a ottobre, nel corso di pochi giorni, la diplomazia francese ha subito tre importanti rovesci, che le bruciano nonostante ne porti l’intera responsabilità. E la causa sta nella politica erratica dei nostri governanti

 

François Hollande

 

Un sacco di brutte figure

 

Il «tradimento» polacco può sorprendere solo quelli che non conoscono questo paese, giacché è chiaro che la difesa dei suoi interessi nazionali – e la legittima sfiducia nei confronti del vicino russo – ha spinto sempre Varsavia, dal 1991, a privilegiare l’alleanza con Washington piuttosto che la solidarietà europea. Non si può tanto rimproverare ai Polacchi di avercelo tenuto nascosto, perché essi hanno dimostrato in più occasioni, senza alcuna ambiguità – soprattutto sul dossier ucraino – da che parte stavano. Ma i nostri politici si cullano nelle illusioni. Non solo non hanno voluto tenere conto di questa evidenza, ma peggio, si sono persuasi che il nostro rifiuto di vendere due navi anfibie Mistral alla Marina russa – cedendo alle pressioni statunitensi – avrebbe indotto il nostro partner europeo a scegliere i nostri prodotti. Ovviamente non è servito a niente e l’annullamento della visita del presidente (francese) a Varsavia, nonché le critiche del ministro degli affari esteri (francese) dimostrano fino a che punto i nostri governanti abbiano scambiato i loro desideri con la realtà… che sembra loro sfuggire completamente.

 

L’emozione dei nostri governanti a proposito della battaglia di Aleppo ne è un altro esempio. Il loro sdegno per le «violenze» delle forze russe e siriane si fonda su di una visione assolutamente parziale della situazione, come raccontata dai medi occidentali.

Ad Aleppo, chiunque conosca la situazione sul terreno sa che gli jihadisti di Al Nusra saccheggiano quotidianamente i quartieri rimasti fedeli al governo di Damasco [1] – soprattutto i quartieri cristiani -, provocando molte vittime innocenti; ma indubbiamente queste vite valgono meno di quelle dei partigiani degli jihadisti. Infatti i testimoni locali confermano che i quartieri bombardati dalle aviazioni russa e siriana sono solo quelli nei quali la popolazione ha preso apertamente partito per gli islamisti, e dove sventola ostentatamente la bandiera di Daesh… cosa che i media non ci mostrano mai[2].

Questa presentazione totalmente deformata della realtà è insopportabile. Ciononostante essa è alla base delle impennate liriche e offese di François Hollande e di Jean-Marc Ayrault, che si sono perfino mostrati minacciosi nei confronti di Mosca. Vedere le nostre autorità reagire sulla base di elementi tanto falsi rende legittimo interrogarsi sulla loro reale conoscenza dei fatti o della loro indipendenza di giudizio nei confronti di Washington. Inoltre simili atteggiamenti da gradasso non producono alcun effetto. I governanti francesi si illudono forse di essere attori ascoltati e considerati; ma non è così. Essi sono tanto insignificanti quanto inascoltabili. La nostra proposta di risoluzione all’ONU è stata respinta e noi non siamo nemmeno più invitati negoziati internazionali sulla Siria a Ginevra.

In termini assolutamente conseguenziali, dinanzi all’ostilità manifestata nei suoi confronti dai nostri governanti, le minacce di deferire Mosca dinanzi alla Corte Penale Internazionale (CPI), il crescendo con cui i nostri media fanno del Putin Bashing il loro sport preferito e la presentazione assolutamente parziale del conflitto siriano, il presidente russo ha deciso di annullare la sua visita nel nostro paese, giudicando il contesto poco favorevole a consentire una discussione serena. Tale decisione sembra avere preso alla sprovvista il nostro presidente che pensava di potere criticare il suo omologo russo senza che lui reagisse, e poi magari riceverlo per fargli una lezione.

 

Una percezione dei fatti frutto di pregiudizio

 

Non si tratta qui di fare l’apologia di Vladimir Putin o di Bachar El-Assad, né di negare che la guerra uccide, ad Aleppo o dovunque; ma è bene fare un po’ di chiarezza su certe verità che vengono deliberatamente tenute nascoste dagli strateghi della comunicazione statunitensi e dai media Mainstream al loro servizio.

Da quando sono diventati l’unica superpotenza, gli Stati Uniti non hanno smesso di prendersi delle libertà nei confronti del diritto internazionale. Rari sono stati però i media che hanno denunciato i loro misfatti, e le ONG o gli Stati che hanno minacciato di deferirli dinanzi alle giurisdizioni internazionali, o che hanno dichiarato che essi (gli Stati Uniti) se ne sarebbero assunti la responsabilità di fronte alla Storia. Ricordiamo qualche fatto:

 

- l'invasione illegale dell’Iraq – nonostante il veto dell’ONU -, che ha provocato la nascita di Daesh e seminato morte e desolazione in questo paese, facendo ancora più vittime della dittatura di Saddam Hussein. Questa azione ha violato il diritto internazionale non meno di quanto lo abbia fatto l’iniziativa russa in Crimea;

 

- le numerose vittime collaterali degli attacchi dei droni nell’ambito della Global War on Terrorism (GWOT)[3] ;

 

- la legalizzazione della tortura e la moltiplicazione degli arresti extra-giudiziari (Rendition) e delle prigioni segrete nell’ambito della Guerra Mondiale al Terrorismo (GWOT); la generalizzazione dello spionaggio della popolazione del loro paese e dei loro alleati. Peraltro nessuna di queste misure si è dimostrata granché efficace nella lotta al terrorismo;

 

- il sostegno all’Arabia Saudita e al Qatar – due Stati che esportano il loro islam radicale arcaico nel mondo e appoggiano gli jihadisti -, alla confraternita dei Fratelli Mussulmani – durante le «primavere arabe» - e agli jihadisti legati ad Al Qaeda per rovesciare il governo siriano.

 

Ma in questo gli Stati Uniti non sono soli. Tali pratiche sono comuni anche a molti loro alleati.

 

L'Arabia Saudita, non contenta di esportare il wahhabismo in tutto il mondo e di avere appoggiato gli jihadisti, è intervenuta in Bahrein in occasione della primavera araba (2011) per schiacciare una rivolta popolare senza che nessuno dicesse niente. Peraltro non sembra nemmeno capace di assicurare la sicurezza dei pellegrini che vanno a La Mecca per il hadj, come dimostrano gli incidenti a ripetizione degli ultimi anni che hanno provocato la morte di centinaia di credenti. Soprattutto, da diciotto mesi, è impegnata in una guerra sanguinosa in Yemen (operazione Tempesta decisiva), che non sembra suscitare grande interesse, al contrario del conflitto siriano.

Da marzo 2015, una coalizione internazionale [4] guidata da Riyadh tenta di riportare al potere il governo di Abd Rabo Mansour Hadi, per impedire la presenza di un governo sciita alla sua frontiera meridionale. In questo conflitto, i Sauditi sono aiutati dagli Stati Uniti che forniscono loro armi, informazioni e rifornimento per i loro aerei. I combattimenti hanno già provocato più di 10 000 morti, molti dei quali civili. L'Arabia saudita bombarda sistematicamente le infrastrutture del paese – compresi gli ospedali – e ha imposto un blocco alle zone ribelli che impedisce a milioni di Yemeniti ogni rifornimento alimentare; tre milioni sono riusciti a scappare dalle zone dei combattimenti. Lo scorso 8 ottobre, gli aerei sauditi hanno preso a bersaglio una cerimonia funebre a Sanaa, uccidendo almeno 140 persone e ferendone 500. Questi attacchi costituiscono un crimine di guerra; e tuttavia nessuno Stato occidentale li ha segnalati o ha protestato. Gli Statunitensi hanno solo comunicato che avrebbero riconsiderato il loro appoggio ai Sauditi in questo conflitto.

Da notare anche che diverse migliaia di veicoli Toyota sono stati acquistati dai paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania) per consegnarli allo Stato Islamico in Siria e in Iraq. E’ stato il costruttore giapponese, accusato a torto di commerciare con Daesh, a rendere pubblica la lista dei suoi principali clienti nella regione. 22.500 veicoli sarebbero dunque stati venduti ai Sauditi, 32.000 ai Qatarini e 11.650 agli Emirati. In seguito, stando a informazioni provenienti dai Servizi russi – da valutare ovviamente con prudenza -, l'esercito giordano avrebbe permesso il trasferimento di questi veicoli in Siria e in Iraq. Ancora una volta va rilevata la scarsezza di denunce nei confronti delle monarchie petroliere, a proposito dei loro aiuti allo Stato Islamico.

 

La Turchia è guidata da un presidente membro della confraternita internazionale dei Fratelli Mussulmani, e che ha appoggiato in Tunisia, Libia, Egitto e Siria durante le «primavere arabe». Erdogan ha anche lasciato a lungo a Daesh la libera utilizzazione del suo territorio per approvvigionarsi e lanciare le sue operazioni in Siria e in Iraq. Per altri versi continua a rafforzare il suo potere personale – con l’intento di diventare presidente a vita – ed a favorire l’islamizzazione della società. In conseguenza di un abortito colpo di Stato contro di lui [5], Erdogan si è abbandonato ad una gigantesca opera di repressione per liquidare i suoi oppositori e riempire gli apparati solo con persone di sua fiducia. Il che significa che uno dei paesi membri della NATO è guidato da un islamista radicale dalle tendenze despotiche, che calpesta i diritti dell’uomo senza che la cosa provochi alcuna reazione né rimetta in discussione la nostra politica nei confronti di Ankara. E si continua a parlare di un eventuale ingresso della Turchia nell’Unione Europea… Da ricordare anche che le forze armate turche sono entrate illegalmente nel nord della Siria e dell’Iraq e occupano una porzione del territorio di questi due Stati, senza che la comunità internazionale trovi niente da ridire.

 

I fatti menzionati dimostrano senza ambiguità che il diritto internazionale è, da quindici anni, molto più calpestato da Washington e dai suoi vassalli, che da Mosca o Damasco; e che le vittime civili del «campo della libertà» sono altrettanto innocenti e molto più numerose di quelle che cadono durante le operazioni russo-siriane. Ma quando le azioni di forza sono statunitensi o dei loro alleati, esse sono per definizione «giuste, legittime e utili». Solo quelli che non appartengono a questo campo o che non appoggiano le sue politiche sono colpevoli: Mosca, Damasco, Teheran, ecc.

 

Occorre continuare a ribadirlo: a differenza di quanto comunemente si pensa, la società dell’informazione nella quale viviamo ha solo marginalmente consentito di migliorare la qualità e l’obiettività dei dati messi a disposizione del pubblico. Al contrario, a onta della moltiplicazione dei canali mediatici, la loro concentrazione nelle stesse mani consente la manipolazione dei fatti ancor più di quanto non fosse possibile prima. Gli avvenimenti attuali ne sono la dimostrazione evidente.

 

La deliberata provocazione del Russian Bashing

 

Per inasprire la situazione, dirigenti politici, responsabili militari e giornalisti occidentali continuano ad evocare la crescita della minaccia russa e il ritorno di una nuova Guerra freddda... addirittura per qualcuno lo spettro di una nuova guerra mondiale [6] !

 

Ma il Russian Bashing promosso dagli ambienti anglo-sassoni non ha fondamenti reali. Ricordiamo che il budget della difesa statunitense (quasi 600 miliardi di dollari) è di gran lunga il primo nel mondo ed è, da solo, superiore alla somma dei dieci paesi che lo seguono nella classifica; la Russia (con un budget inferiore a 70 miliardi di dollari) è di gran lunga in una posizione più bassa della Cina e dell’Arabia Saudita. Mosca spende per la difesa otto volte meno di Washington. La «minaccia» deve dunque essere fortemente relativizzata. Essa è stata invece ampiamente utilizzata da Hillary Clinton per la sua campagna presidenziale, come se volesse in anticipo suscitare dubbi sulla eventuale vittoria di Donald Trump... con l’aiuto degli hacker russi!

 

Bisogna anche confutare l’idea di una presunta volontà egemonica di Mosca. Putin vuole solo porre un termine alla ripetute umiliazioni che il suo paese ha sopportato negli ultimi venti anni e alla erosione dei suoi confini. Non accetta più senza reagire che la Russia venga provocata o che i suoi interessi vengano calpestati. Eppure oggi è Mosca ad apparire come un «fattore di disordine».

 

Al contrario, bisogna essere ciechi per non accorgersi del crescente atteggiamento imperialista di Washington, sia attraverso i suoi interventi all’estero che non risolvono niente, sia attraverso l’applicazione extraterritoriale del suo diritto a tutto il mondo.

 

Ovviamente non v’è alcun dubbio che queste considerazioni saranno immediatamente bollate come «filo-Putin» e che il loro autore sarà accusato di essere un agente della influenza russa. Infatti si tratta di una tecnica regolarmente utilizzata negli ultimi anni per mettere sistematicamente in dubbio l’obiettività e l’indipendenza di quelli che criticano la politica Mainstream. Quindi i media ci riempiono regolarmente le orecchie a proposito delle reti di influenza russa in Francia – che esistono davvero, come anche lo spionaggio di Mosca -, ma senza mai parlare delle reti di influenza e di spionaggio degli USA, infinitamente più potenti.

 

Viviamo un periodo difficile nel quale la conquista delle menti è la posta degli strateghi dell’una e dell’altra parte e dove i media sono diventati un vero campo di battaglia. In tale ambito, per la loro capacità di controllare i canali della comunicazione mondiale, gli Stati Uniti dispongono di una netta posizione di vantaggio; sono riusciti ad imporre la loro visione del mondo, che è funzionale alla promozione e alla difesa dei loro interessi... ma per nulla a quelli della democrazia né dell’Occidente – e soprattutto non della Francia. Sono anche riusciti a convincere che il loro punto di vista era «la» verità obiettiva e che tutti coloro che essi designano come loro avversari sono il «male». La realtà è, con tutta evidenza, diversa. Ma le nostre élite non sembrano percepirlo.

 

Per noi Francesi, la posta non è Mosca, Damasco o Aleppo, né Putin o Bachar. E’ piuttosto di ritrovare una indipendenza di giudizio e una obiettività di analisi che abbiamo abbandonato da più di un decennio, e di sottrarci alla visione settaria del mondo imposta dagli USA.

 

Tanto più che, a differenza dei Britannici, noi non riconosciamo, né cerchiamo di analizzare i nostri errori. Il Parlamento del Regno Unito ha pubblicato, a luglio e settembre scorso, due rapporti che rimettono in discussione la decisione di David Cameron di intervenire in Libia, giudicando le informazioni che l’avevano spinto in questa avventura infondate. Che cosa abbiamo fatto noi in Francia? Assolutamente niente ! Intervistato dalla stampa, Nicolas Sarkozy ha insistito nel dichiarare che, all’epoca, prese la «decisione giusta».

 

La stragrande maggioranza degli specialisti di geopolitica e di relazioni internazionali, e anche dei diplomatici, ci ripete fino alla nausea da un quarto di secolo che il mondo è cambiato. E’ indiscutibile. Lo vediamo ogni giorno.

 

Ciò che al contrario non è cambiata è la chiave di lettura sulla quale fondano le loro analisi. Essa è rimasta per lo più legata ai criteri di valutazione della Guerra fredda: il bene, la verità, la giustizia sono statunitensi; il male, la menzogna e l’ingiustizia restano russi o iraniani. Di qui i loro giudizi sbagliati e i loro consigli inadeguati in materia di politica estera europea... e gli errori a ripetizione di quest’ultima.

 

Il mondo cambia quindi più in fretta delle analisi di certi «esperti» e le cose sono cambiate in modo assai più profondo di quanto siano capaci di osservare, anche se restano delle costanti. E’ per questo che occorre adottare una nuova lettura della situazione internazionale per tentare di restituire alla Francia – e più in generale all’Europa - la bussola che sembra avere smarrito.

 

Unico bagliore di lucidità in questo fosco quadro, l’importante rapporto recentemente pubblicato dai deputati Pierre Lellouche e Karine Berger, sull’applicazione extraterritoriale del diritto statunitense [7]. Ecco finalmente una riflessione di fondo su un argomento strategico per la nostra economia e le nostre imprese, al quale il governo non è granché interessato, a onta degli affaire BNP e ALSTOM. Da leggere assolutamente.

 

Note:

 

    [1] Bisogna anche ricordare che da cinque anni la popolazione fedele al governo non ha cessato di essere presa di mira dagli jihadisti: interruzione della erogazione di elettricità, bombardamenti, blocchi dei rifornimenti, assassini, rapimenti, torture...

    [2] Vedi in proposito l’eccellente analisi di Richard Labévière : http://prochetmoyen-orient.ch/mossoul-alep-la-diagonale-du-fou/

(    [3] Oltre agli attacchi con droni – che creano più terroristi di quanti riescano ad eliminare – questi attacchi si svolgono ripetutamente in Afghanistan in occasione di feste di matrimonio, provocando ogni volta centinaia di vittime civili. Ricordiamo anche che le forze aeree USA hanno bombardato, il 3 ottobre 2015, un ospedale a Kunduz, in Afghanistan, provocando 42 morti e 37 feriti, tra cui attivisti di Médecins sans frontières; e che hanno ucciso un centinaio di soldati siriani, metà settembre 2016, nel corso di un bombardamento effettuato «per errore», e questo bombardamento ha consentito a Daesh di impadronirsi di una posizione strategica.

    [4]  Comprende una decina di paesi arabi e sunniti: tutti quelli che fanno parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (a eccezione dell’Oman), il Marocco, la Giordania, il Sudan e l’Egitto.

    [5] La genesi di esso non è ancora chiara. Vi sono forti sospetti che Erdogan fosse perfettamente a conoscenza del complotto, e che lo abbia lasciato andare avanti, per poter poi procedere ad una epurazione radicale in tutti i settori dell’apparato dello Stato.

    [6] Cf. Alain Rodier, «Sono diventati tutti matti !», www.ossin.org ottobre 2016.

    [7] Pierre Lellouche e Karine Berger, Rapport d'information des commissions des Affaires étrangères et des Finances sur L'Extraterritorialité de la législation américaine, Assemblée nationale, Paris, 5 ottobre 2016.

 

 

 

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