Le Quotidien d’Oran,  20 gennaio 2013 (trad. Ossin)



La minaccia terrorista non è la sola all’opera contro l’Algeria
Kharroubi Habib


Nella vicenda del sequestro di ostaggi da parte di terroristi nel sito di estrazione del gas di In Amenas, lo Stato algerino si è uniformato ai precetti adottati dalla comunità internazionale, che vietano agli Stati di negoziare coi rapitori o di cedere alle loro richieste.


Avendo dei loro concittadini tra gli ostaggi, alcuni Stati hanno tentato di dettare alle autorità algerine quello che avrebbero dovuto fare. E’ normale, comprensibile che fossero inquieti per la sorte dei loro concittadini e che chiedessero alle autorità algerine di fare tutto il possibile per tentare di liberarli senza perdite in vite umane. Non lo è, di aver tentato di dissuaderle dall’usare la forza per porre termine al sequestro.


Il comportamento di taluni di questi Stati ha, col pretesto di considerazioni di carattere umanitario, assunto la forma di una ingerenza in una vicenda che è di esclusiva competenza dello Stato algerino. Vi sono stati quelli che hanno addotto il pretesto di una impreparazione e incapacità delle forze di sicurezza algerine a gestire una crisi come quella di In Amenas, per tentare di imporre alle autorità algerine un “aiuto” sul campo da parte dei loro “specialisti” nella lotta antiterrorista. Altri che hanno fatto pressione perché si adottasse una soluzione diversa dall’attacco contro i sequestratori.


Se l’Algeria avesse ceduto all’una o all’altra opinione che queste Potenze volevano imporle, le conseguenze sarebbero state terribilmente nefaste. Adesso infatti in tutto il mondo si considererà l’Algeria come un attore sovrano e di comprovata esperienza nella lotta antiterrorista.  Il suo rifiuto delle offerte di aiuto degli uni e il rigetto delle ingiunzioni degli altri costituivano il solo modo di dimostrare che, in un mondo spietato, essa intende preservare la propria sovranità nazionale e che ha la capacità di  far fallire tutti i tentativi di arrecarle danno.


Il terrorismo di matrice islamista è una minaccia incombente sul paese, della quale gli Algerini conoscono l’esatta realtà. Sanno che essa è tanto più pericolosa in quanto coloro che tentano di piegare il paese sono parte di un più vasto piano di destabilizzazione dell’Algeria, del quale essi sono solo gli esecutori. Il piano è quello delle Potenze che hanno iscritto l’Algeria nella lista degli Stati da destrutturare e delle nazioni da distruggere. Lì dove i loro piani sono stati messi in opera, la loro alleanza con il terrorismo islamista che sostengono di combattere è emerso in piena evidenza. Per questo terrorismo islamista, essi hanno creato dappertutto  alle frontiere dell’Algeria le condizioni di poter agire contro di lei.


L’attacco terrorista di In Amenas ne è la prova. Per i suoi mandanti, si trattava di testare la reattività algerina e le capacità delle forze della sicurezza nazionale a rispondere. Ed è per creare dubbi sull’efficacia delle sue capacità che le autorità algerine sono state messe sotto pressione da talune cancellerie perché alienassero la sovranità e la libertà di decisione dello Stato algerino. Sarebbe suicida per l’Algeria illudersi che gli Stati coi quali ha contrattato un “partenariato strategico”, che sia di natura economica o di sicurezza, rispetteranno la sua sovranità e non abbiano alcuna cattiva intenzione contro la sua integrità nazionale e lo statuto di Potenza regionale che gli viene conferito dal suo potenziale economico e umano e dalla sua forza militare.   





El Watan, 20 gennaio 2013 (trad. Ossin)



Terrorismo: l’Algeria ha inviato un “segnale chiaro” che la nuova tattica terrorista non avrà successo, secondo Foreign Policy


Le modalità operazionali adottate dall’Algeria per porre termine al sequestro di ostaggi nell’impianto di estrazione di gas di Tiguentourine (In Amenas) hanno inviato un “segnale chiaro” ai terroristi che la loro nuova tattica “non avrà successo”, ha sottolineato domenica la rivista statunitense Foreign Policy.


L’operazione realizzata dall’esercito algerino è stata “non solo una risposta ad una singola crisi, ma un segnale per l’avvenire”, sottolinea questa prestigiosa rivista appartenente al gruppo del  Washington Post.


“Se questo attacco terrorista era stato concepito come manifestazione di una tattica dei terroristi ed era destinato ad annunciare futuri attacchi, l’Algeria ha inviato un segnale chiaro che questa nuova tattica non avrà successo”, analizza.

In proposito, sottolinea che, di fronte a talune critiche sulla gestione di questa crisi, “l’Algeria dovrà rispondere ai suoi detrattori che la crisi era il risultato diretto dell’ingerenza straniera nell’Africa del Nord e in Sahel”.


L’Algeria, ricorda il magazine, aveva già avvertito nel 2011 che “l’intervento della NATO in Libia avrebbe provocato la dissoluzione dello Stato libico e che le armi cadute nelle mani dei terroristi avrebbe potuto destabilizzare la regione”.

Inoltre, prosegue la rivista, Algeri ha “anche avvertito che ogni approccio militare alla situazione di instabilità del Nord del Mali presentava il rischio di una escalation del conflitto e la probabilità di attacchi terroristi islamisti in Algeria”. Di conseguenza, sottolinea la stessa fonte, la comunità internazionale “è indirettamente responsabile di quanto è accaduto (nel sito di estrazione di gas di Tiguentourine) e non ha titolo per dettare all’Algeria in qual modo avrebbe dovuto comportarsi”.


El Watan con APS

 

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