Una vicenda che ha suscitato molto scalpore in Algeria. Dalla violenza sociale al suicidio di un dirigente
Suicidio del DRAG di Mascara
Djerrad Amar

La stampa ha dato conto del suicidio, nel suo ufficio, del Direttore della regolamentazione e degli affari generali (DRAG) della Wilaya (prefettura, ndt) di Mascara. Successivamente, il sito “Algérie patriottique” ha riferito che il Wali (prefetto, ndt) era stato privato delle sue funzioni

La risonanza di questo dramma dipende dal suo carattere particolare ed eccezionale o dal fatto che si è consumato nella sede della wilaya e ha avuto per protagonista un quadro dirigente? E però quanti quadri si sono suicidati senza che il loro gesto suscitasse una curiosità di ordine sociale? Solo un rigo tra i “fatti diversi”.


Il suicidio in Algeria non è un fenomeno eccezionale. Non è tipico di una categoria. E’, come il diabete e le cardiopatie, legato all’igiene di vita, allo stress e ai nostri comportamenti quotidiani, privati e pubblici.


Nel caso di questo DRAG, si è trovata presto la “spiegazione” e il “capro espiatorio” nella persona del Wali che l’avrebbe “severamente rimproverato” durante una sessione dell’Assemblea. Se così è stato, allora? Di che cosa il Wali è responsabile? E se ciò è dipeso dalla personalità del DRAG, anche in questo caso, di cosa il Wali è responsabile? E se fosse stato il Wali vittima di un simile gesto, chi sarebbe stato sospeso? Sarebbe veramente stupido imputarne la responsabilità a chicchessia, salvo a cadere nell’opportunismo.
Il Wali nega ogni relazione di causa a effetto con questo suicidio, affermando di avere avuto perfino dei buoni rapporti con lui. Cosa che, secondo la stampa, sarebbe confermata dal P/APW (Presidente dell’Assemblea popolare di wilaya, ndt).


Supponendo che vi sia una relazione di causa a effetto”, facciamo qualche ipotesi:


Com’è che questo DRAG si è ridotto a dipendere dalla “benevolenza” del Wali fino a sentirsi “umiliato” e a credere ch’egli potesse decidere della sua carriera? Non poteva rispondere, fiducioso di sé e delle proprie competenze? Il competente trova sempre una via di uscita alle sue situazioni professionali! Dopo tutto, aveva egli tutte le capacità e la volontà di farlo?  Era in un tale stato di disperazione e di frustrazione, che l’unica via di uscita gli sembrava quella di sparire? Tante domande. Alla sua età, 59 anni, vale a dire un anno solo prima della pensione, tutte queste spiegazioni appaiono improbabili, superflue.

Questo wali possiede tutte le competenze richieste per governare una wilaya?

Se, “sì”, allora non è logico assumere una simile decisione (esonerarlo dalle funzioni). Lo si è fatto perché il dramma si è consumato nei locali della wilaya? E allora?  Sembra una fuga in avanti, una mancanza di perspicacia. Quale sarà la reazione degli altri wali, quando si sa che altri casi di suicidio sono stati registrati per motivi attinenti ai rapporti con la burocrazia? Che cos’è questo opportunismo dei deputati che si gettano a gamba tesa sul wali per allontanarlo! E se un dramma simile si fosse consumato nella sede dell’Assemblea Nazionale, della Presidenza della Repubblica, in un ministero, chi bisognerebbe sospendere? Siamo ragionevoli!

Se “no”, allora la responsabilità è tutta dell’apparato statale e dei suoi decisori, che si mettono sotto i piedi tutte le regole per la selezione e la scelta dei dirigenti a tutti i livelli! Chi sarà sospeso?

Riconosciamo che lo Stato – vale a dire tutti noi – manchiamo ancora della volontà politica per porre fine a questa cattiva amministrazione. Sappiamo tutti come e perché sono designati e cacciati i dirigenti. Abbiamo avuto tanti carnefici quante vittime.


L’Algeria è, secondo noi, l’unico paese che “ricicla” le incompetenze “trasformandole” in casi di errore. E’ questo essenzialmente il problema dell’Algeria. I posti di responsabilità sono assegnati agli incompetenti non per “una scelta errata”, ma consapevolmente per spirito di cricca e interesse. Si tratta di mantenere i privilegi. L’importante per i nostri dirigenti è di nominare uno dei loro, quali ne siano le capacità, a costo di farli assistere da dei competenti per evitare il caos. Questi ultimi posso aspirare a posti di responsabilità solo in alcuni settori dove sarebbe impossibile fare altrimenti. Noi l’abbiamo constatato nel corso di tutta la nostra carriera. Non c’è nessuno che non aspiri a prendere il posto di un dirigente per disporre degli stessi poteri e beneficiare degli stessi privilegi in assenza di regole ferme. Anche quando un clan rimpiazza un altro, si riproducono i medesimi comportamenti. Non è stato fatto ancora niente per porre un termine a questa cupidigia!


E’ questa una delle principali debolezze dell’Algeria, che potrebbe essere all’origine (la porta) di qualsiasi tentativo di destabilizzazione. Se i nemici dell’Algeria ci provano ancora, è proprio grazie a questa falla. Non vi si avventurerebbero mai se solo sapessero che è guidata da gente competente.


E’ stato diagnosticato che l’origine dei mali relativi alla gestione delle imprese e delle istituzioni è nella “rendita” – oggetto di tutti i desideri – che proviene dalle entrate petrolifere, la cui gestione resta problematica. Essa è la causa di tutte le rivalità e il freno ad ogni azione che tenda a cambiamenti strutturali. Una rendita che allo stesso tempo “benefattrice” e “corruttrice”. Perché la “rendita” è contraria alle regole del mercato, contrastando la produzione, annichilendo gli sforzi, produce una corsa folle e sfrontata per profittare al meglio di questa “manna”. I sistemi di rendita sono sempre stati refrattari a ogni spirito di iniziativa. Questi sistemi pervertono le coscienze e incoraggiano l’avidità, la collusione, la pigrizia e l’incompetenza.  La pratica del potere in questi sistemi si sedimenta attraverso un approccio avido e cupido. I dirigenti diventano tali per favoritismo, di qui l’ambiguità e lo spirito negligente e predatore, generatore di idee e comportamenti assurdi e abusivi.


Quanti quadri di valore hanno dovuto subire i peggiori abusi nell’intento di scalzare la loro buona volontà da parte di incompetenti. Quanti quadri hanno desistito e rifiutato di assumere posti di responsabilità, sapendo che avrebbero dovuto fungere solo da spalla o da capri espiatori.

La maggioranza dei quadri algerini si sono trovati tutti, più o meno, di fronte a questo genere di situazioni ingiuste, spesso insolubili, a causa delle connivenze che spingono perfino alla rivolta, ad azioni non ragionevoli. Chi non ha subito l’ingiustizia, la persecuzione, l’emarginazione? Chi non ha mai chiesto tutela denunciando gli abusi, ma senza nulla ottenere? Chi non è mai stato in giudizio col suo datore di lavoro o egli stesso denunciato da quest’ultimo? Chi non è mai stato abusivamente licenziato e sfidato dal datore di lavoro ad “andare a denunciarlo”? Chi non è passato attraverso stati di profonda delusione o sfiorato turbamenti psicotici a causa di violenze subite al livello professionale?


Al di là delle cause che dipendono dal modo di essere individuale, lo Stato, in Algeria, porta la responsabilità dei drammi legati alle condizioni del lavoro, alle carriere, alla protezione della integrità fisica e morale dei lavoratori che restano ben al di qua, nonostante le leggi.
In Algeria le competenze ci sono e lo Stato non riesce sempre a offrire loro le condizioni per la loro realizzazione e metterle al servizio del paese che non potrebbe che trarne vantaggi e benefici.


La soluzione resta quella adottata dai paesi che sono riusciti nel loro sviluppo economico e sociale, quella che restituisce valore al lavoro – che è la fonte principale della promozione umana – e non in questo perverso spirito di rendita che soppianta il lavoro e l’intelligenza, accentua le contraddizioni, mantiene nell’anarchia.


Il dramma consumatosi nella sede della wilaya di Mascara entra nel quadro di questa violenza sociale della quale bisognerà interessarsi in modo più onesto e serio.       

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