Algeria: disegnatori satirici e hirak
Ahmed Bensaada 29 maggio 2019
 
In un ampolloso articolo pubblicato il 2 maggio scorso nelle colonne de l’Humanité, la giornalista Rosa Moussaoui ha tessuto le lodi di alcuni caricaturisti algerini, quelli più in vista nell’effervescenza «rivoluzionaria» del momento.  «Matita alla mano, sfidano tutti i tabù, oltrepassano tutte le linee rosse», ci dice[1].
 
Rosa Moussaoui
 
E non poteva dire meglio. Perché ne hanno oltrepassate tante di linee rosse, e non solo quelle cui si riferisce la giornalista nel suo panegirico.
 
Cerchiamo prima di inquadrare il personaggio dell’autrice dell’articolo. Rosa Moussaoui è reporter (spesso insignita dell’epiteto «grande») a l’Humanité. Attivissima fin dagli esordi del movimento di contestazione, segue con la sua prosa gli eventi politici che animano la scena politica algerina. Una prosa che tradisce talvolta un allineamento politico tendenzioso come si può comprendere da questo titolo: «In Cabilia, un popolo si leva per resuscitare il paese» [2]. Non aveva d’altronde manifestato il suo sostegno al MAK (Movimento per l’autonomia della Cabilia) durante la polemica suscitata dalla partecipazione di questo movimento alla festa dell’Humanité nel 2017[3]?
 
La «grande» reporter ci presenta quindi tre caricaturisti algerini che, precisa, «fanno la cronaca di una rivoluzione gioiosa». Si tratta di Ali Dilem, Hicham Baba Ahmed, alias The Hic, e Ghilas Aïnouche.
 
Ali Dilem The Hic Ghilas Ainouche
 
Moussaoui e questi tre disegnatori hanno un tratto comune: quello di parlare a nome del «popolo», e allo stesso tempo di offuscare questo nobile concetto.
 
Ecco tre caricature che dimostrano quanto affermo:
 
Ali Dilem: Il popolo chiede l'applicazione dell'art. 1 della Costituzione
 
The Hic: venerdì la risposta del popolo
 
Ghilas Ainouche: Il popolo decide di applicare l'art. 7 della Costituzione
 
Per prima cosa usano la nozione di «popolo» come se si trattasse di un blocco monolitico, sferico, uniforme e liscio.
 
Si danno poi la libertà di parlare a nome di questo «popolo», come se ne fossero i portavoce ufficiali, incaricati da non so quale istituzione fittizia.
 
In ultimo, usano la voce di questo «popolo» per far passare le loro idee personali o l’ideologia del gruppo cui appartengono.
 
La leggerezza, addirittura frivolezza, con cui questi caricaturisti si appropriano della voce di una nazione sollevano molte importanti questioni a proposito dell’ hirak.
 
Chi conta il numero di manifestanti? Chi recensisce i messaggi scanditi o scritti sugli striscioni e i cartelli? Quanti slogan occorrono perché il messaggio possa essere considerato il messaggio del popolo? Uno slogan scandito il venerdì ha lo stesso valore di quello che si può ascoltare in un altro giorno della settimana? Uno slogan che circola nei media sociali ha lo stesso valore di quello portato a braccio nelle piazze? Il messaggio di uno striscione ben visibile sulla scalinata della Grande Poste di Algeri ha lo stesso valore di un altro esibito in una piccola città di provincia? Quando alcune emittenti televisive affermano che il «popolo» vuole questo o quello, quale base scientifica hanno simili affermazioni?
 
E’ chiaro che, agli esordi della sollevazione popolare, non era possibile alcuna ambiguità sulla rivendicazione del popolo: «No al 5° mandato». L’adesione della popolazione era unanime perché la rivendicazione era semplice, comprensibile e giusta.
 
Ma, mano a mano che si è assistito ad una inflazione di rivendicazioni, le risposte si sono moltiplicate e non c’è più un’unica idea di fuoriuscita dalla crisi.
 
Prendiamo ad esempio la posizione attuale della cittadinanza nei confronti dell’istituzione militare: la scissione dello hirak su questo punto si è ben consumata. E’ sparito l’unanimismo iniziale: «Djeich Chaab Khawa Khawa» (Esercito, Popolo, Fratelli Fratelli).
 
Chi rappresenta allora attualmente il «popolo»? Il gruppo che ha più facile accesso ai media? Il gruppo che riesce a mobilitare il maggior numero di persone in piazza? Il gruppo che produce più decibel durante le manifestazioni? Il gruppo più organizzato e meglio attrezzato a veicolare la propria ideologia? Il gruppo che ha maggiori mezzi finanziari?
 
E simili questioni si pongono anche per i caricaturisti che devono, per onestà intellettuale ed etica giornalistica, riflettere il dibattito così come viene vissuto dai cittadini.
 
Per meglio comprendere l’orientamento ideologico di questi caricaturisti che parlano a nome di un «certo popolo», è essenziale e giudizioso occuparsi di ciascuno di loro.
 
Ali Dilem
 
Il più influente dei tre è senz’altro Ali Dilem. La dimostrazione di quanto dico sta nel numero di cablo Wikileaks statunitensi che citano il suo nome: non meno di dieci!
 
Nel cablo 08ALGIERS504_a (in data 5 maggio 2008), si può notare fono a qual punto venga apprezzato dai diplomatici statunitensi in servizio a Algeri: «Per quanto riguarda il giornale Liberté, la maggior parte dei lettori attualmente non guarda come prima cosa la prima pagina, ma l’ultima per gustarsi la caricatura quotidiana di Dilem, che è spesso una critica caustica del governo».
 
Ma tale sottolineatura non costituisce solo una candida forma di ammirazione. Vi sono stati dei contatti tra il caricaturista e i funzionari dell’ambasciata USA come si dice espressamente nel cablo 09ALGIERS370_a (in data 13 aprile 2009) : «Il caricaturista politico Ali Dilem ci ha detto che i seggi elettorali che ha visitato insieme ad un giornalista francese erano quasi vuoti. In un caso, vi ha incontrato un disoccupato che ha detto che era andato a votare perché gli avevano chiesto di presentare la sua carta elettorale per ottenere il passaporto».
 
Un caricaturista algerino che «dice» delle cose ai diplomatici statunitensi in servizio ad Algeri durante le elezioni presidenziali algerine? Come possiamo chiamare una cosa del genere? A voi la risposta.
 
Dilem fa parte di «Cartooning For Peace» (CFP - Caricature per la pace), organizzazione che si definisce una «rete internazionale di disegnatori impegnati che lottano, con l’arma dello humour, per il rispetto delle culture e delle libertà». E’ senz’altro per questa ragione che lo abbiamo visto a TV5 al fianco di due altri caricaturisti per la pace: il francese Plantu (fondatore di CFP) e l’israeliano Kichka.
 
Plantu, Dilem, Nadia Khiari (alias Willis from Tunis) e Kichka: quattro membri della "Cartooning for Peace" al 66 ° Festival di Cannes
 
E’ sempre in tale contesto che Dilem è andato in Israele coi suoi due compagni di TV5. Nel video che immortala la visita[4] lo vediamo ridere di gusto davanti a un disegno dell’israeliano Shay Charka (membro di CFP) che rappresenta stereotipi negativi e tendenziosi sui Palestinesi (vedi sotto). Precisiamo che Charka è un fumettista sionista che fa parte di un «esercito» di disegnatori israeliani che combattono la campagna internazionale BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) [5].
 
Papa, puoi fare un razzo che può andare sulla luna? -Ci sono gli Israeliani sulla luna ?! Allora perché? Pensa in modo produttivo!
 
Successivamente, giunto dinanzi al Muro del Pianto, ha fatto una dichiarazione sorprendente che occorre riportare nella sua interezza, tanto essa rappresenta la quintessenza della propaganda sionista:
 
«Per uno che è stato allevato nell’odio verso l’altro, l’odio verso l’ebreo, in realtà l’odio verso chi non conosce, verso ciò che ignora, e nell’accettazione di tutto quello che gli veniva cacciato nella testa… Qui non viene voglia di essere terrorista, non viene voglia di odiare l’altro, non viene voglia di, di… Viene voglia di amare, di conoscere…».
 
No comment!
 
 
Il video si conclude con le note melodiose di un piano e una danza del nostro illustre caricaturista, braccia in alto, braccia in basso, insieme a un personaggio con una kippa sul capo che conosce e, soprattutto, ama molto i Palestinesi!
 
Una singolare relazione collega i nostri caricaturisti a Charlie Hebdo, come vedremo poi. Solo un mese dopo l’attentato contro questo giornale satirico, Dilem è entrato a far parte della sua equipe di disegnatori. Alla domanda: «Che cosa pensò quando Charlie Hebdo pubblicò le caricature di Maometto?», ha risposto: «Ero consapevole che si esponevano a delle reazioni. Sapevo che agli occhi di qualcuno non ci si può divertire con l’immagine del Profeta. Ma, come professionista della caricatura, pensavo anche che si trattava di un soggetto come un altro, e che non bisogna fermarsi di fronte a quello che viene considerato sacro […][6].
 
Dilem ha ricevuto molti premi come riconoscimento della qualità del suo lavoro, ma è stata la Francia che lo ha maggiormente coccolato. Nel 2010, ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere delle Arti e delle Lettere, all’ambasciata di Francia ad Algeri, dalle mani di Noëlle Lenoir, ex ministro degli Affari Europei, e alla presenza dell’ambasciatore francese in Algeria, Xavier Driencourt[7].
 
Noëlle Lenoir e Ali Dilem
 
Ricordiamo che l’Ordine delle Arti e delle Lettere (che comprende tre gradi) è un riconoscimento onorifico francese che, affidato alla competenza del Ministero della cultura, premia «le persone che si sono distinte maggiormente per le loro opere in campo artistico o letterario, o per il contributo che hanno dato alla diffusione delle arti e della letteratura in Francia e nel mondo».
 
Nel 2017, il nostro caricaturista è stato elevato al rango di Ufficiale delle Arti e delle Lettere dalla Presidenza della Repubblica Francese.
 
Ambasciata di Francia ad Algeri: l'ambasciatore Bernard Émié e Ali Dilem
 
In un libro su Ali Dilem, il suo amico Mustapha Benfodil cita Mohamed Benchico, presentato come il maître à penser del disegno satirico: «Dilem ha l’animo del giustiziere. Non disegna tanto per passare il tempo, ma per fare male, per scorticare i farabutti e i potenti» [8] .
 
Ma vedendo quale è stato davvero il percorso di Dilem, sorge spontanea una domanda: chi sono i farabutti e chi sono i potenti?
 
The Hic
 
La caricatura di The Hic che si vede all’inizio di questo articolo pone una serie di problemi. Infatti, oltre a parlare in nome del popolo come si è detto in precedenza, l’autore dimostra anche una totale ignoranza in materia di geostrategia, di tecniche di destabilizzazione o di rivoluzioni non violente. Eppure, ce ne sono stati di esempi da qualche decennio. Ma, obietterete, non si può pretendere da un fumettista che faccia ridere e che sia anche versato in scienze che richiedono una certa serietà. A meno, ovviamente, di eccellere nell’arte della dissimulazione e nella destrezza della menzogna per omissione.
 
La cosa più grave, però, in questo disegno è la sua indecenza. Il «digitus impudicus» o dito d’onore è un gesto osceno. Con questa caricatura, Le Hic ha, non solo usurpato l’identità del popolo, ma gli fa fare dei gesti grossolani e sporchi che sono degni solo di lui!
 
Non è stato certamente per disegni di questo tipo che The Hic venne «elevato», nel 2016, al rango di Cavaliere dell’ordine delle Arti e delle Lettere dalle mani di Bernard Émié, nella villa des Oliviers, residenza dell’ambasciatore di Francia a Algeri [9].
 
 
Ambasciata di Francia ad Algeri: l'ambasciatore Bernard Émié e Hicham Baba Ahmed (Alias The Hic)
 
Notiamo che, proprio come Dilem, The Hic è membro di «Cartooning For Peace». Non ha però collaborato con Charlie Hebdo, ma ammette di avere incontrato e lavorato con Charb e Wolinski [10], due disegnatori-vedette del magazine umoristico francese che hanno perso la vita nell’attentato di gennaio 2015.
 
Piccolo particolare: Bernard Émié, l’ambasciatore che ha decorato Dilem e Le Hic, è stato nominato nel 2017 dal presidente Emmanuel Macron alla testa della Direzione Generale della Sicurezza Estera (DGSE), al posto di un altro ex ambasciatore di Francia in Algeria (2006-2008), il signor Bernard Bajolet[11].
 
Ghilas Aïnouche
 
La palma dell’indecenza, della mancanza di pudore e del cattivo gusto deve essere indubbiamente attribuita a Ghilas Aïnouche. Scatologia, oscenità, razzismo, c’è tutto! Paragonato a quelli di Aïnouche, il disegno di The Hic di cui abbiamo parlato prima è degno di un chierichetto.
 
C’è da dire che, in fatto di humour, quando difetta il talento, ci si focalizza su quello che sta al di sotto della cintura o su quello che succede nelle toilette.
 
Quando la deputata Naima Salhi, fedele rappresentazione della decadenza politica che ha conosciuto l’Algeria negli ultimi anni, ha detto cose sconcertanti sui Cabili e la loro lingua, ne è seguita una monumentale levata di scudi. Aïnouche, da parte sua, ha deciso di realizzare diverse caricature della deputata in cui c’è materia fecale in tutte le salse! Da nauseare!
 
 
(a vostro rischio e pericolo!)
 
Su questo argomento, anche Dilem si è lasciato andare al disegno facile ma, come prodotto biologico, ha preferito gli sputi agli escrementi.
 
 
Suvvia, «cavaliere» o piuttosto «ufficiale» delle Arti (con la A maiuscola), un po’ di sobrietà consona al suo rango! E’ possibile esprimere il nostro malcontento in modi più civili! Non è stato proprio lei a dichiarare al suo amico Mustapha Belfodil : «Il pericolo per noi, e parlo solo di chi fa caricature, è che, a forza di volerne fare troppe, si faccia troppo. Bisogna che quello che è irrispettoso, quello che è irriverente, non diventi mai volgare» [12]?
 
Ebbene, eccoci: Dilem, The Hic e Aïnouche si rivoltano nella volgarità, e hanno l’aria di prenderci gusto!
 
Non soddisfatto dei suoi reperti scatologici, Aïnouche prosegue il suo percorso nei bassifondi della caricatura applicandosi all’oscenità con un disegno che rappresenta un migrante africano nel modo più facile, e tale da non lasciare alcun dubbio sulla sua stereotipata anatomia mascolina.
 
 
(a vostro rischio e pericolo!)
 
Questa oscenità non costituisce una novità nel mondo della caricatura algerina. E’ una pratica già largamente adottata dal cronista di El Watan, Chawki Amari, che è stato, in un’altra vita, caricaturista. Ha raccontato a Mustapha Belfodil, non senza una punta di fierezza, che si divertiva a infilare di nascosto nei disegni qualche sesso maschile. Perché? Così, solo per divertimento, Aggiungendo: «Nessuno si accorgeva di questi piccoli dettagli, e il giorno dopo io me la ridevo di gusto. Ero davvero un ragazzaccio» [13].
 
Nel caso di Chawki Amari, è interessante notare che è stato arrestato, nel 1996, per una caricatura giudicata offensiva dell’emblema nazionale [14]. Corpo del delitto? Il disegno di «due passanti che guardano la bandiera algerina dispiegata in occasione dell’anniversario dell’indipendenza. «E’ per il 5 luglio?», chiede uno. «No, stendono il bucato sporco», risponde il suo compagno» [15].
 
 
Ma, anche allora, l’ambasciata statunitense di Algeri non era molto lontana dai giornali e dai loro caricaturisti.
 
Documenti d’epoca mostrano che l’organizzazione statunitense Cartoonists Rights Network International (CRNI) denunciò il suo arresto, cosa in sé lodevole. Infatti, secondo quanto è scritto sul suo sito, la mission dell’organizzazione è quella di «difendere la libertà creativa e i diritti umani dei caricaturisti editoriali minacciati in tutto il mondo» [16].
 
Ma il CNRI precisa anche che «durante la sua detenzione, l’organizzazione ha anche inviato dei soldi a Chawki per aiutarlo a far fronte alle spese legali» [17].
 
Guardando più da vicino gli sponsor di CRNI, si trovano tanto la NED (National Endowment for Democracy) che l’Open Society Foundations del miliardario statunitense George Soros [18], committenti statunitensi molto impegnati nell’ «esportazione della democrazia» [19].
 
In una intervista accordata al Washington Post, è stato chiesto al direttore esecutivo del CRNI, Robert Russell : «Le è capitato in passato di lavorare in collaborazione col Dipartimento di Stato, con ambasciatori e con altre agenzie/dipartimenti statunitensi per realizzare i vostri obiettivi in tutto il mondo? […] ». E lui ha risposto: «Siamo sempre pronti a lavorare con un ambasciatore o anche un ufficio del Dipartimento di Stato […] »[20].
 
D’altronde, dopo questi fatti, alcuni cablo Wikileaks hanno disvelato una prossimità tra l’ambasciata USA ad Algeri e Chawki Amari, El Watan (dove attualmente lavora insieme a The Hic) oltre che l’ex direttore Omar Belhouchet[21].
 
Ma si tratta di una storia che meriterebbe le venisse dedicato maggiore tempo.
 
Torniamo a Ghilas Aïnouche. Alcune sue caricature denunciano una vicinanza non dissimulata con il Movimento per la Liberazione della Cabilia (MAK), vicinanza condivisa con Rosa Moussaoui che ha esaltato il giovane caricaturista nel suo articolo.
 
Ferhat Mehenni: Presidente MAK Abassi Madani: co-fondatore del Fronte islamico della salvezza (FIS)
 
Questa simpatia per la causa secessionista del MAK è stata confermata nel corso di un viaggio di Aïnouche, nel 2017, negli Stati Uniti, su invito del Dipartimento di Stato. Ha in tale occasione difeso la libertà di espressione per i militanti del MAK «continuamente perseguitati e i cui passaporti vengono bloccati» [22].
 
E il MAK ha contraccambiato. Quando Aïnouche è stato vittima di violenza poliziesca durante una manifestazione non autorizzata, il presidente del MAK, Ferhat Mehenni, gli ha personalmente telefonato per chiedere notizie sul suo stato di salute e manifestargli la propria solidarietà [23].
 
E’ innegabile che una delle conseguenze negative dello hirak è la tensione attualmente percettibile tra alcuni cittadini della Cabilia e il resto degli Algerini. Il MAK, prima irrilevante nella vita politica del paese, ha fatto un salto di qualità con le sue idee tossiche. Ferhat Mehenni si è perfino fatto invitare all’Università di Tizi-Ouzou per dissertare, in videoconferenza, nientemeno che della «lotta della Cabilia contro l’Algeria »[24]. Mai la tensione aveva toccato questi livelli, indubbiamente strumentalizzata a danno della coesione della nazione algerina. Il piano Yinon [25] per l’Algeria sarà realizzato ad opera del MAK in questo periodo di instabilità politica? Ricordiamo che, al pari di Dilem, Mehenni è andato in Israele, ha avuto colloqui con politici di alto rango dello Stato ebraico e, in una intervista al Jérusalem Post, non ha risparmiato formule provocatorie. Florilegio: «I Cabili hanno sempre nutrito simpatia per Israele»; «Durante la guerra del 1967, la Cabilia ha applaudito la disfatta degli Arabi»; «Le donne Cabile non portano velo e i Cabili che vivono in Francia non hanno partecipato alla campagna per la legalizzazione del velo nelle scuole»; «Libertà per la Cabilia, eternità per Israele» [26].
 
 
Nei media sociali, questa tensione ha provocato uno scontro tempestoso. Ma l’hirak non avrebbe dovuto invece mobilitarsi contro i politici corrotti, i depredatori della ricchezza del nostro paese, i nemici della sua sovranità e i liquidatori della sua unità?
 
Le diversità tra i Cabili e il resto della società algerina viene estremizzato da Aïnouche fino a livelli mai raggiunti. Più che razziste, alcune caricature sono la rappresentazione del suprematismo Cabilo. Giudicate voi.
 
- Per favore, insegnateci ad essere belli e intelligenti come voi. - Spiacente, è una questione genetica
 
Una domanda si pone ancora: a che titolo Aïnouche e Mehenni si permettono di parlare a nome di tutti i Cabili?
 
Dilem si è anche lui misurato con caricature razziste, ricavandone solo una raffica di critiche [27].
 
L'Algeria dice "NO" ai migranti arabi - Con 14 secoli di ritardo
 
Proprio come Dilem e Le Hic, anche Aïnouche ha avuto contatti con Charlie Hebdo e i suoi disegnatori. E’ stato anche freelance per questo settimanale. In un’intervista pubblicata dopo gli attentati, ha dichiarato: «Non so come si possa dire che Charlie Hebdo sia islamofoba» [28].
 
Con tutte queste indiscutibili scappatelle sul suo CV, scommettiamo che Aïnouche finirà, come i suoi colleghi più anziani, per essere invitato alla villa des Oliviers per una solenne cerimonia in cui le sue scaramucce cavalleresche saranno riconosciute, ricompensate e applaudite.
 
Per concludere, ricordiamo che ogni caricatura trasmette messaggi che sono in linea con le posizioni del caricaturista o del giornale che lo tiene a busta paga. E’ necessario girare ogni caricatura e guardare il sigillo sul retro per individuarne il committente, il destinatario, l’orientamento ideologico o la prospettiva politica. Si comprenderà allora che il concetto abusato di «popolo» che appare in certe caricature non è casuale, anzi.
 
In questi momenti di confusione politica e di tentativi di edificazione di una nuova repubblica algerina, i caricaturisti dovrebbero smussare gli angoli e non giocare allo scontro.
 
Questo periodo necessita di un umorismo che ci unisca e non che ci divida, un umorismo che costruisca ponti, non che innalzi muri.
 
 
 
Riferimenti
 
1)  Rosa Moussaoui, « Rire des puissants pour les déboulonner » L’Humanité, 2 maggio 2019,
 
2)  Rosa Moussaoui, « En Kabylie, un peuple debout pour ressusciter le pays » L’Humanité, 15 aprile 2019,
 
3)  Mohand Beloucif, « Notre mouvement est "pacifique et n’émarge pas aux extrêmes" », Le Matin d’Algérie, 1° novembre 2017,
 
4)  Dailymotion, « Dilem, Kichka et Plantu à Jérusalem », https://www.dailymotion.com/video/xe9lzn
 
5)  The Times Of Israel, « Une armée de caricaturistes lutte contre le mouvement BDS », 13 luglio 2015,
 
6)  Hassina Mechaï, Interview : « "Charlie Hebdo" - L'Afrique réagit - Dilem : "Ce n’est pas qu’un titre, c’est un esprit" », Le Point, 8 gennaio 2015,
 
7)  Liberté, « Dilem : “Je suis fier d'être Algérien” - Il a été fait hier chevalier des arts et des lettres », 12 ottobre 2010,
 
8)  Mustapha Benfodil, « Dilem Président », Editions INAS (Alger), 2008, p. 3
 
9)  Ambassade de France à Alger, « Décoration d’Ahmed Bedjaoui et Hicham Baba Ahmed », 16 maggio 2016,
 
10)  Nejma Rondeleux. « Le Hic: "J'ai été triplement choqué: en tant qu'être humain, dessinateur et Algérien" », Huffington Post Maghreb, 8 gennaio 2015, https://www.huffpostmaghreb.com/2015/01/08/le-hic-charlie-hebdo_n_6436212.html
 
11)  Amine Kadi, « Bernard Emié, de l’ambassade d’Alger à la DGSE », La Croix, 27 giugno 2017,
 
12)  Vedi rif. 8, p. 7
 
13)  Ibid., p. 99
 
14)  José Garçon, « Crime de lèse-drapeau en Algérie - Pour un dessin « offensant », Alger maintient en prison le journaliste Chawki Amari », Libération, 13 luglio 1996,
 
15)  Ibid.
 
16)  Cartoonists Rights Network International, « Who we are – Our mission », https://cartoonistsrights.org/mission/
 
17)  Cartoonists Rights Network International, « Middle East/North Africa »,
 
18)  Cartoonists Rights Network International, « Foundation and corporate support »,
 
19)  Per maggiori dettagli, leggi: Ahmed Bensaada, «Otto anni dopo: la «primaverizzazione» dell’Algeria», www.ossin.org 13 aprile 2019,
 
20)  Michael Cavna, « Crowdfund of the week: Free-speech cartoonists vs. legal and mortal threats », Washington Post, 2 aprile 2015,
 
21)  Leggere, per esempio, il cablo 08ALGIERS388_a: https://wikileaks.org/plusd/cables/08ALGIERS388_a.html o quello 08ALGIERS521_a :
 
22)  KDirect.info, « Invité par le Département d’Etat américain à Washington, le dessinateur Ghilas Aïnouche a parlé aussi du MAK », 7 novembre 2017,
 
23)  Siwel, « Ghilas Aïnouche agressé : le Président de l’Anavad s’enquiert de son état de santé », 23 luglio 2017,
 
24)  Hakim Megatli, « Université de Tizi Ouzou : Ferhat Mehenni a discouru sur le « combat kabyle face à l’Algérie », Algérie 1, 28 aprile 2019,
 
25)  Per maggiori dettagli sul piano Ynon, leggere : Ahmed Bensaada, «La geopolitica secondo «Arab Idol», www.ossin.org, 
 
26)  Sharon Udasin et Jan Koscinski, « Algeria’s Kabylie craves friendship with Israel », The Jerusalem Post, 27 maggio 2012,
 
27)  Dehbia Ak, « Ali Dilem accusé de « racisme anti-arabe » par des chroniqueurs d’une chaîne privée (VIDÉO) », ObservAlgérie, 19 gennaio 2019,
 
28)  Algérie Focus, « Ghilas Aïnouche, caricaturiste algérien : "Je ne vois pas comment l’on peut dire que Charlie Hebdo est islamophobe"», 8 gennaio 2015,
 
 
 
 
 
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