Siria, giugno 2013 - Ogni giorno che passa, sul campo di battaglia in Siria, rivela che la guerra contro questo paese non è ciò che da più di due anni si continua a ripetere, cioè una “sollevazione popolare spontanea” contro i suoi governanti per conquistare dignità e libertà, ma piuttosto un complotto contro questo Stato, ritenuto un ostacolo per gli obiettivi dell’imperialismo nella regione (nella foto, l'esercito regolare siriano)







Ginevra II : E’ per preparare la pace?

Djerrad Amar

Ogni giorno che passa, sul campo di battaglia in Siria, rivela che la guerra contro questo paese non è ciò che da più di due anni si continua a ripetere, cioè una “sollevazione popolare spontanea” contro i suoi governanti per conquistare dignità e libertà, ma piuttosto un complotto contro questo Stato, ritenuto un ostacolo per gli obiettivi dell’imperialismo nella regione


Per far ciò, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita e Israele hanno impiegato ogni mezzo, per permettere ai gruppi armati travestiti da “thouar” (rivoluzionari) - per lo più formati da mercenari islamici – di fare una guerra senza pietà contro lo Stato siriano e rovesciare il suo governo, con l’obiettivo di indebolire l’asse di resistenza, accettando a tal fine che fossero commesse le peggiori atrocità.


Tenendo conto della diversa origine dei gruppi armati islamisti, ieri “terroristi”, oggi trasformati momentaneamente in “rivoluzionari” retribuiti sotto la falsa bandiera jihadista; della provenienza dell’armamento in loro possesso;  degli obiettivi che si propongono; degli intrighi e delle reazioni dei paesi che tirano le fila; risulta chiaro che tutto ciò risponde a un piano meditato, destinato a istaurare il caos in una determinata regione, per poi ricomporre il tutto secondo i desiderata e gli obiettivi prefissati. Questo progetto USA è consacrato in ciò che viene chiamato “Grande Medio Oriente”, integrato dal progetto israeliano “Yinon”, destinato ad assicurare il predominio di Israele.


Due anni di guerra, di distruzioni di ogni genere, di sanzioni e pressioni contro uno Stato sovrano, nel corso dei quali tutti i mezzi illegali, perfino i più immorali ed abietti, sono stati utilizzati, non sono riusciti a piegare un popolo che continua a resistere, un esercito forte e unito. Due anni senza che si sia realizzato il crollo previsto, nonostante le somme colossali impegnate dai finanziatori arabi vassalli e la formidabile guerra mediatica combattuta da eminenti uomini di culto, corrotti, incaricati dell’indottrinamento delle masse mussulmane attraverso la religione. Il fallimento dell’avventura sembra oramai consumato e le carte giocate.


Dopo gli ultimi sviluppi, con la liberazione da parte dell’esercito regolare siriano di El Quseir e della sua periferia – località altamente strategica per i pianificatori USA-sionisti, che doveva portare alla conquista di Damasco –  tutti i calcoli sono stati sconvolti e gli obiettivi compromessi. Dopo questa vittoria a sorpresa, frutto di una offensiva lampo e decisiva, in questa piccola città dove si erano stabilmente concentrate le forze “wahabo-takfirite”, si annunciano già altri fallimenti su altri fronti.  La battaglia di El Quseir è stata particolarmente determinante per l’aiuto, alla frontiera libanese, venuto da elementi di Hezbollah, che non hanno lasciato ai gruppi armati nessuna possibilità di infiltrazione, di esfiltrazione o di approvvigionamento. Un aiuto inatteso che è stato condannato dalla… Lega Araba. L’altro elemento è che l’esercito siriano si è saputo convertire, nella circostanza, in una temibile forza contro-guerriglia.

I risultati di El Quseir sul piano militare e tattico, coi suoi effetti devastanti sugli altri gruppi, hanno creato un clima di disfatta, una situazione di impasse, che vede i gruppi armati disorientati e i mandanti profondamente confusi. Sono dunque proprio i risultati sul campo di battaglia che dettano e impongono la natura dei cambiamenti.


Restava solo l’annuncio, da parte dei due “Grandi”, USA e Russia, di una conferenza “internazionale” sulla Siria, prevista a Ginevra, che dovrebbe essere l’ultimo round per chiudere questo ingombrante e pericoloso dossier sul piano politico, nonostante l’agitazione e le chiacchiere degli altri protagonisti che sostengono l’ipotesi di una soluzione militare.


Finché era ancora possibile finanziare e rimpiazzare i gruppi annientati, finché si disponeva ancora di “carte” di pressione politica ed economica, finché le tappe del Piano elaborato venivano raggiunte, non si aveva alcun interesse a negoziare. Con la battaglia di El Quseir, che ha ribaltato il quadro, i mandanti sono stati costretti ad adottare precipitosamente una serie di iniziative tanto insensate quanto pericolose. Non appena i principali gruppi armati, controllati da Al Nosra, sono stati schiacciati o ridimensionati, non restava altro da fare agli strateghi USA-sionisti, e ai loro seguaci arabo-monarchici, che di ripresentare la solita “minestra”, continuando a ripetere le menzogne trite e ritrite, senza prove e addirittura senza convinzione, oppure tentare altre manovre diversive nella speranza di poter disporre di argomenti e mezzi di pressione di una qualche consistenza nel corso di questa Conferenza detta “Ginevra II”. Ma il resto del mondo conosce queste manovre, non si fida e le giudica male.


Vedendo andare in fumo i loro piani, i nemici della Siria reiterano adesso la falsa storia dell’utilizzo, da parte dell’esercito siriano, di armi chimiche. Storia smentita da Carla Del Ponte, che ha affermato essere stati piuttosto i gruppi armati a usarle contro l’esercito siriano e i civili. Anche la richiesta siriana di una inchiesta in loco da parte dell’ONU è stata fatta fallire dagli USA, che volevano estenderla a tutti i siti di eventuale stoccaggio di questo tipo di armi. A dispetto di tutte le prove filmate che mostravano scene di preparazione di queste armi da parte dei gruppi armati, nulla è stato fatto. Gli USA continuano ad accusare l’esercito siriano, la Francia ha avuto incarico di lanciare la propaganda attraverso il giornale Le Monde, di fornire gli elementi di prova, anche inconsistenti, che servano come motivo per un intervento militare straniero. La Russia respinge le accuse di utilizzo di armi chimiche da parte dell’esercito governativo siriano, ma Puntin annuncia, in una conferenza stampa durante il summit del G8 a Lough Erne (Irlanda del Nord), che il suo paese è pronto a partecipare alla verifica dei casi di utilizzazione di queste armi in Siria e a sottoporre i risultati al Consiglio di Sicurezza.


Si tenta in tal modo di rilanciare il progetto illegale e pericoloso di una zona di interdizione aerea, dal lato della frontiera giordana questa volta, che sarebbe di 40 km, per consentire di fatto la ricostituzione dei gruppi armati annientati, facilitare l’invio di armi e rifornimenti. Questa “no-fly zone”, che costerà 50 milioni di dollari al giorno, sarebbe non solo una violazione di un paese sovrano, se non dovesse essere autorizzata dal Consiglio di Sicurezza, ma sarebbe in grado di dare fuoco ad un’intera regione, perché la Siria avrebbe il diritto di rispondere a tutte le violazioni del suo territorio e del suo spazio aereo, cosicché sarà altamente rischioso per i piloti che vi si avventureranno, soprattutto se l’esercito siriano disporrà dei temibili missili S300, oltre al suo arsenale offensivo.


Si rilancia, a tambur battente, l’idea di armare i gruppi con armi moderne, come se le armi fino ad oggi utilizzate venissero dal niente! Il problema che spaventa gli USA e i suoi alleati è il rischio di vedere queste armi rivolgersi, dopo, contro di loro. Per tal motivo, classificare ‘Al Nosra’ come organizzazione terrorista era l’unico modo per eliminare questo gruppo ingombrante. L’altro timore è che queste armi possano finire nelle mani dell’esercito siriano, come è accaduto con quelle abbandonate dai gruppi sconfitti.


Nello stesso tempo, in considerazione delle difficoltà che incontra il reclutamento, si è dovuta  organizzare in Egitto una conferenza degli ulema mussulmani, alla loro testa Al Qaradhaoui, per – essenzialmente – lanciare un appello a tutti i mussulmani del mondo perché accorrano in Siria a fare la jihad contro “il regime di Bachar”; cosa che non è mai stata fatta contro il regime sionista di Israele, che non cessa da più di 60 anni di spogliare e assassinare i Palestinesi. Questa idea di armare i “ribelli” viene criticata dalla Russia, che vi vede dietro la volontà di continuare il massacro e la considera dunque in contraddizione con gli obiettivi della Conferenza che dovrebbe portare la pace. Nel frattempo continua a rifornire il governo di armi difensive, sulla base – dice – di contratti legali firmati con un governo legittimo, come le batterie antimissili russe S-300, che non posso servire a reprimere l’opposizione armata.


Tutte queste agitazioni e queste chiacchiere non vi sarebbero state se l’esercito siriano non avesse guadagnato la supremazia sul campo di battaglia. Quando i gruppi armati occupavano interi pezzi di territorio, imponendo la loro legge e martirizzando la popolazione, distruggendo le infrastrutture economiche, sociali e culturali, calpestando le leggi internazionali e la morale, l’Occidente li incoraggiava sperando che il caos si impadronisse di tutta la Siria e di tutti gli Stati dell’asse di resistenza, avendo di mira soprattutto l’Iran. Ma quando la situazione si è rovesciata con il rischio di far fallire la loro strategia per il Medio Oriente, eccoli invocare le “leggi internazionali” per far condannare la Siria per crimini di guerra non provati o commessi dai loro uomini per accusarne l’avversario.


La Conferenza detta “Ginevra II” ha per obiettivo di trovare una soluzione politica alla crisi siriana sostenuta da numerosi paesi. Presentarvisi senza elementi di pressione sarebbe assurdo. Di qui l’attivismo dell’Occidente per potersi presentare forte di argomenti che gli permettano di spillare il massimo di utili. E spiega perché gli Statunitensi si attivino, parallelamente, per armare di più e meglio i “ribelli” e per istituire una zona di esclusione aerea. E tutto questo allontana i tempi della Conferenza, nella speranza di guadagnare tempo per raccattare carte di pressione politica più vantaggiose. Un certo Driss Salim, del Comando dell’ESL, avrebbe promesso di sconfiggere le forze armate siriane in… sei mesi, se l’Occidente gli fornirà le armi necessarie. Non essendo gli Statunitensi sciocchi, è assai probabile che il Piano preveda una opzione diversa da quella della vittoria immediata, che tenda piuttosto a cronicizzare la presenza di terroristi all’interno e intorno alla Siria, creando un focolaio permanente pronto a essere usato alla bisogna.


Abbiamo dunque, dopo più di due anni:

- Una Siria impegnata in una guerra sanguinosa contro una “ribellione” eteroclita composta da migliaia di miliziani stranieri, sostenuti militarmente e finanziariamente da una coalizione di paesi imperialisti filo-sionisti, la Turchia,  il Qatar e l’Arabia Saudita, appoggiati da ONG fidate e ambienti religiosi mussulmani settari.

- Un predominio dell’esercito siriano sul campo di combattimento, mentre i gruppi armati, composti da miliziani di differente nazionalità, sono allo sbando.

- Gli aggressori in grande difficoltà e confusione che intendono armare – per riequilibrare le forze, dicono – dei gruppi che temono possano rivolgersi contro di loro e nel contempo speculano su un dubbio intervento militare diretto.

- La Turchia di Erdogan che si ritrova nella situazione di “chi va per suonarle e rimane suonato” e non è in grado di portare a termine la sua missione di destabilizzazione della Siria.

- L’Egitto di Morsi – impantanato nei suoi problemi economici, sociali e istituzionali – che si candida a ereditare il ruolo della Turchia, rompendo le relazioni diplomatiche con la Siria e mostrando l’intensione di coinvolgere il suo esercito. Cosa che gli alti gradi dell’esercito stesso considerano irrealizzabile contro un paese “fratello”.

- Due potenze che si confrontano per una condivisione di influenza e di interessi. L’uno confidando nella forza militare per poter allargare la propria egemonia, l’altro che vuole dimostrare che il mondo non è più unilateralista e che non si può negarne l’evidenza, a rischio di un conflitto generalizzato.
 
Bisogna essere ciechi per non vedere, nella guerra imposta alla Siria dall’esterno, la volontà di smembrare tutte le nazioni della regione, per indebolirle, depredarle, assoggettarle con secoli di “transizione democratica”.     

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