Crisi siriana, agosto 2013 - L’Arabia Saudita lavora alla creazione di un blocco di governi ed eserciti sunniti nella regione, idoneo a contrastare l’Iran e i suoi alleati sciiti, vale a dire l’Iraq, il Libano, la Siria. Lo afferma il sito iraniano Tabnak, che dedica una analisi alla questione...






Irib, 24 agosto 2013 (trad.Ossin)



Siria: Il “complesso” piano di Ryad per colpire l’Iran


L’Arabia Saudita lavora alla creazione di un blocco di governi ed eserciti sunniti nella regione, idoneo a contrastare l’Iran e i suoi alleati sciiti, vale a dire l’Iraq, il Libano, la Siria. Lo afferma il sito iraniano Tabnak, che dedica una analisi alla questione. “Questo blocco servirà forse a rafforzare la famiglia regnante in Arabia saudita e a rendere meno rischioso il passaggio di potere ai vertici dello Stato, ma esso presenta delle lacune che potrebbero alla lunga indebolire la monarchia.

Nel corso degli ultimi dieci anni, l’Arabia saudita ha subito due importanti colpi alla sua sicurezza. Secondo l’analista statunitense Vali Nasr, il primo colpo inferto a Ryad sarebbe stato l’invasione, nel 2003, dell’Iraq e la caduta di Saddam Hussein. L’eliminazione di quest’ultimo ha prodotto un rafforzamento degli sciiti, maggioranza nel paese, e la famosa teoria di una partecipazione iraniana alla crescita sciita. Il secondo colpo sarebbe stata la primavera araba e le agitazioni che hanno provocato il crollo dei regimi dispotici della regione. Per Al e Saud, il processo di democratizzazione non è più solo una scelta ma costituisce oramai un obbligo. Il wahhabismo saudita ha in odio il laicismo, l’individualismo e la democrazia, che considera un preludio al caos generalizzato. Il rifiuto di Washington di sostenere Mubarak continua a incuriosire Ryad.

Secondo Gregory Goss, esperto del Brookling’s Institut, ‘è certo che Ryad e Washington sono oramai troppo divisi sul progetto di democratizzazione del Medio oriente e le divergenze potrebbero adesso approfondirsi dal momento che gli Stati Uniti stanno diventando una potenza petrolifera e vedono diminuire la loro dipendenza energetica dal Medio Oriente”. E il sito aggiunge: “L’Arabia saudita ha di fronte tre ostacoli: la potenza dell’Iran e dei suoi alleati sciiti in Iraq, in Siria e in Libano, le crescenti rivendicazioni popolari per la democrazia e la libertà, sia nella stessa Arabia Saudita che in tutta la regione, il declino progressivo della superpotenza USA dal 1940, una potenza che ha fino ad ora garantito il mantenimento al potere degli Al e Saud. Questi tre importanti ostacoli richiedono l’elaborazione da parte dei sauditi di un dispositivo che consenta loro di farvi fronte”. “Né l’Arabia Saudita né alcuna altra monarchia araba sono in grado di formare un potente esercito. Ma esse possono mettersi insieme e darsi man forte e, attraverso forti somme di danaro concesse alle grandi potenze, creare eserciti su ordinazione”.

“Prima che scoppiassero i disordini in Siria, agenti sauditi si erano recati a Damasco dove avevano incontrato Assad per offrirgli grandi somme di denaro in cambio di una rottura dell’alleanza e dei rapporti con l’Iran. Ma Bachar ha rifiutato. Solo a seguito di ciò, Ryad l’ha giurata ad Assad ed ha armato e finanziato migliaia di takfiriti, mandandoli a combattere contro il regime siriano con l’obiettivo dichiarato di creare in Siria uno stato sunnita, dotato di un potente esercito di professionisti sul modello dell’esercito siriano; di qui l’idea di un esercito di 6000 effettivi, evocata da Jarba, il capo filo-saudita della colazione dell’opposizione siriana. Per il momento il progetto saudita sembra sventato dal successo dell’esercito di Assad sul campo.

Ma anche una guerra di usura sembra utile a Ryad nella misura in cui comunque comporta un significativo indebolimento dell’asse sciita”. “In Egitto la strategia di Ryad è chiarissima. Con l’arrivo al potere dei Fratelli Mussulmani, i sauditi hanno tagliato ogni aiuto, ma esso è ripreso con il rovesciamento di Morsi e la concessione di  12 miliardi di dollari all’esercito e al nuovo governo egiziano. L’influenza esercitata da Ryad sull’esercito egiziano è oramai più grande di quella degli Stati Uniti”. Ma perché l’Arabia Saudita cerca di creare un blocco sunnita? Per tre ragioni:

1. questo blocco consentirà a Ryad di diventare un fattore di stabilità regionale. Le forze di repressione saudite sapranno far fronte ad ogni eventuale rivolta popolare, sia in Arabia Saudita che negli altri paesi del Golfo Persico.

2. L’Arabia saudita disporrà, in questa prospettiva, di due eserciti, quello già acquisito dell’Egitto e quello da acquisire, dopo la caduta di Assad, della Siria. Questi eserciti rafforzeranno la posizione dell’Arabia saudita nei confronti dell’Iran in un eventuale conflitto che sembra improbabile agli USA, ma plausibile a Ryad. Quest’ultima si augura una possibile separazione delle province sunnite dell’Iraq che vogliono riunirsi all’Arabia saudita.

3. La formazione di questo blocco sunnita sarà una importante vittoria per l’Arabia Saudita in termini di prestigio internazionale. Sarà una risposta alle critiche che accusano Ryad di troppa dipendenza dall’occidente.

Ma questo piano presenta degli inconvenienti, alla luce di non improbabili evoluzioni impreviste:

i gruppi che combattono Assad in Medio Oriente hanno problemi sia con Assad che col regime saudita. I takfiriti, una volta liquidato Assad, potrebbero dirigersi contro l’ Arabia Saudita. I Fratelli Mussulmani, repressi in Egitto, potrebbero passare alla guerra sotterranea e asimmetrica. Il piano saudita non fa nemmeno i conti con le reticenze delle altre parti in gioco. Gli Stati Uniti e l’Europa non sembrano troppo soddisfatti del modus operandi saudita in Egitto. Israele non vedrà di buon occhio l’emergere di questo blocco sunnita, la strategia geopolitica di Ryad potrebbe portare a una guerra prolungata in Arabia Saudita, attirarle delle ostilità, disperderne gli alleati ed esaurirne le risorse finanziarie.

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