Crisi siriana, maggio 2015 - Dopo la Siria, Daech attaccherà il Libano. Perché tutto ciò che assomiglia ad una società cristiana libera gli fa orrore. E, dopo il Libano, verrà il nostro turno (nella foto, il presidente Assad ricevuto in pompa magna a Parigi nel 2008)

 

Le Figaro, 26 maggio 2015 (trad.ossin)


A cosa è servita la demonizzazione di Bachar?

Renaud Girard


Dopo la Siria, Daech attaccherà il Libano. Perché tutto ciò che assomiglia ad una società cristiana libera gli fa orrore. E, dopo il Libano, verrà il nostro turno


Da un quarto di secolo, le diplomazia occidentali hanno surrettiziamente ribaltato il loro atteggiamento nei confronti degli Stati coi quali hanno delle divergenze. Classicamente, la diplomazia cerca di individuare gli interessi comuni che vi sono tra le nazioni, per costruire su di essi una relazione valida, duratura e mutualmente vantaggiosa. E’ l’esempio di partenariato che la Francia aveva concepito nel 1975, dopo il primo shock petrolifero, con l’Iraq di Saddam Hussein. Questo ribaltamento è forse dovuto all’ubriacatura della inattesa vittoria del 1989 nella guerra fredda, quando abbiamo assistito ad un crollo del mondo comunista che non avevamo minimamente previsto? Abbiamo inconsciamente, in quel momento, contratto una nuova arroganza? Comunque sia, siamo passati ad una diplomazia molto più moralizzatrice che costruttiva. La calda emozione delle immagini televisive ha preso il sopravvento sulla fredda analisi dei rapporti di forza e degli interessi comuni.

Invece di lavorare sul campo per cogliere meglio la gamma delle sfumature ideologiche, per comprendere la complessità delle forze in campo, abbiamo fatto la scelta del “tutto bianco o tutto nero”. Presi dalla necessità di semplificare – strumento indubbiamente utile ad alimentare l’orco mediatico – abbiamo demonizzato i leader che rifiutavano di sottomettersi alla nostra visione del mondo. Dopo la caduta del muro di Berlino, abbiamo – ad uso delle nostre opinioni pubbliche – fabbricato una serie di diavoli cattivissimi che esercitavano la loro malvagità alla testa di Stati anch’essi definiti “canaglia”. Il diavolo ha di volta in volta assunto le sembianze dell’iracheno Saddam Hussein, del serbo Slobodan Milosevic, dell’afghano Mullah Omar, del sudanese Omar el-Bechir, del libico Muammar Gheddafi, del siriano Bachar el-Assad. Nessuno di questi dittatori era un chierichetto. Ma la loro demonizzazione è stata espressione di una diplomazia infantile e controproducente. In quanto le loro politiche non erano sistematicamente contrarie ai nostri interessi. Dopo tutto, ognuno di loro aveva reso, in qualche occasione, documentati servizi all’Occidente. Saddam? Fu lo “scudo” contro la propagazione della rivoluzione khomeinista del 1979. Milosevic? Fu il garante degli accordi di pace di Dayton (novembre 1995) in Bosnia. Mullah Omar? Garantì nel 2000 un effettivo divieto della cultura del papavero, come gli era stato chiesto dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine. Il generale el-Bechir? Si offrì di consegnare, nel 1996, i terroristi Carlos (che la Francia accettò) e Bin Laden (che gli Stati Uniti rifiutarono). Gheddafi? Denunciò la rete pakistana di traffico di materiale enucleare di AQ Khan e pose un freno all’immigrazione clandestina africana verso il Mediterraneo.

A partire dalla primavera araba del 2011, ci siamo messi a demonizzare il siriano Assad, dopo averlo ricevuto in pompa magna a Parigi nel 2008 (perché ci era allora indispensabile per stabilizzare il Libano, nostro protettorato storico in Medio Oriente). Assad ha avuto il torto di reagire in modo eccessivo contro le manifestazioni che chiedevano la democratizzazione delle istituzioni siriane? Certamente. Il clan Assad ha perso, nell’aprile 2011 a Damasco, una occasione storica di transizione pacifica e di creazione di uno Stato di diritto garante delle libertà politiche e religiose? Forse. Ma evitiamo di essere ingenui: non sottostiamo la forza dei movimenti islamisti che attraversavano trasversalmente, in quell’epoca, la comunità sunnita siriana.

Noi abbiamo scelto di tingere tutto di nero il regime e di chiudere, nel marzo 2012, la nostra ambasciata a Damasco. A cosa ci è servita, in quattro anni, questa demonizzazione di Bachar? A gettarlo ancor di più nelle braccia della Russia e dell’Iran? Nell’autunno 2012 i nostri servizi segreti hanno consegnato, passando dalla frontiera turca, armi ad un “Esercito Siriano Libero”, considerato il braccio armato di una opposizione laica moderata, che non si è mai imposta se non negli studi delle televisioni occidentali. Queste armi francesi, vendute o rubate, si sono ben presto ritrovate nelle mani degli islamisti. Non ci resta oramai che pregare che le nostre mitragliatrici pesanti non siano mai usate dallo Stato Islamico, né nell’assassinio di cristiani e degli apostati (gli alauiti), né nella distruzione delle statue elleniste di Palmira.

Adesso che, con l’aiuto della Turchia e dell’Arabia Saudita, gli Arabi sunniti hanno avviato la guerra per il controllo della Siria, ci viene a mancare il legame con Damasco. Se questi ultimi avanzeranno ancora, chi proteggerà le minoranze cristiane, druse, curde e alauite dall’annientamento? Non facciamoci illusioni. Dopo la Siria, Daech attaccherà il Libano. Perché tutto ciò che assomiglia ad una società cristiana libera gli fa orrore. E, dopo il Libano, sarà il nostro turno.

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