ProfileCrisi siriana, 27 ottobre 2018 - Malgrado innegabili successi militari, il governo siriano non ha ancora vinto la guerra, dal momento che un quarto del paese – l’est dell’Eufrate – è controllata dalgli USA attraverso le sue forze per procura curde. E c'è poi il nodo di Idlib... (nella carta, la situazione in Siria)   

 

 
Siria, situazione a ottobre 2018
Alain Rodier
 
Emmanuel Macron ha avvertito che non avrebbe partecipato al summit sulla Siria, fissato il 27 ottobre a Istanbul, se le forze governative lanceranno un’offensiva nella regione di Idlib, ultimo bastione dell’opposizione armata in Siria. La sorte di questa enclave islamista sembra sospeso al fragile accordo di Sotchi firmato il 17 settembre 2018. Vi sono presenti molti jihadisti mescolati a circa tre milioni di civili, e l’ONU teme una catastrofe umanitaria in caso di assalto delle forze governative. Se la caduta di Idlib non deve necessariamente significare la fine della guerra in Siria, sarebbe comunque un grave colpo per gli oppositori di Damasco.
 
 
Malgrado innegabili successi militari, il clan filo-Assad non ha ancora vinto la guerra, semplicemente perché un quarto del paese – l’est dell’Eufrate – è controllata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), in maggioranza composte da truppe curde sostenute dalla coalizione internazionale, essenzialmente statunitense. Washington non sembra decisa a lasciare la Siria, anche se questa condizione dovesse durare dei mesi, perfino degli anni.
 
Infine, per quanto indebolito, Daesh è sempre presente nella regione di Deir ez-Zor (centro-est del paese), oltre che a sud di Damasco e nella regione di Idlib. E’ ancora in grado di compiere molti colpi di mano e rapimenti, mantenendo un clima di insicurezza difficile da contenere per le forze lealiste. Vi sono stati infatti degli attacchi a metà ottobre nei sobborghi ovest di Aleppo e a nord della provincia di Laodicea. Le FDS, peraltro, direttamente sostenute dagli USA, non riescono al momento a ridimensionare gli ultimi bastioni di Daesh situati lungo la frontiera irachena.
 
La situazione nella provincia di Idlib
 
La regione di Idlib resta saldamente nelle mani di due coalizioni ribelli: Hayat Tahrir al-Cham – ex Fronte Al-Nusra – e il Fronte Nazionale di liberazione costituitosi intorno a Ahrar al-Cham che è oggi direttamente sostenuto da Ankara. Vi è anche una moltitudine di gruppuscoli locali come il Partito islamico del Turkestan, il Jash el-Ezza o il Hourras al-Din, che voltano gabbana a seconda dell’evoluzione della situazione, e alcuni si dichiarano ancora fedeli ad Al-Qaeda « canale storico ».
 
La zona cuscinetto che la Turchia e la Russia si sono impegnate a realizzare tra le forze del governo siriano e i ribelli non è ancora completata, e gran parte delle armi pesanti non sono state ancora ritirate. Occorre aggiungere che la fiducia non è il sentimento prevalente tra le forze turche e russe, che si sorvegliano con la coda dell’occhio. In questa zona, teoricamente, le forze lealiste non comprendono milizie sciite straniere come Hezbollah libanese; ma una cosa è la teoria, altra la pratica…
 
Sembra che un’offensiva siriana non possa essere imminente giacché, senza il via libera di Mosca, Damasco non può fare niente. L’esercito siriano non dispone delle capacità tecniche e umane per lanciare da sola un’operazione militare di ampia portata, senza l’appoggio aereo russo e il contributo di intelligence russo. Per quanto divisi, il numero di combattenti stimato nella regione di Idlib si avvicina a quello di 50 000 uomini e il terreno è ad essi favorevole. Tecnicamente l’assalitore dovrebbe schierare almeno 150 000 uomini per sperare di avere la meglio, e a prezzo di perdite severe. Dopo 8 anni di guerra, il governo siriano non se lo può permettere. Tutto si gioca quindi oggi sul piano politico tra la Russia, la Turchia e l’Iran, con la Siria relegata al ruolo secondario di osservatore.
 
Il ruolo degli Occidentali
 
Il peso degli USA continua ad essere estremamente importante perché controllano, attraverso le FDS, il nord del paese. Gli Europei sono invece completamente fuori gioco da molti mesi – perfino da anni se si guardi alla situazione obiettivamente.
 
Inoltre il « fondamento morale » dell’intervento occidentale in Siria, sempre sbandierato dall’inizio della guerra civile nel 2011, è oggi seriamente posto in discussione, non perché il governo di Bachar el-Assad sia diventato d’un tratto frequentabile, ma perché gli alleati storici degli Occidentali nella regione – i Sauditi – attraversano un periodo che si potrebbe definire « delicato » con l’assassinio del giornalista Adnan Khassogi a Istanbul, il 2 ottobre scorso. Anche se i leader occidentali sembrano voler dare prova – il presidente Trump in testa – di realpolitik perché le poste finanziarie sono troppo rilevanti, resta però che le opinioni pubbliche sono disgustate da questa vicenda per lo meno sordida. E’ per questo che i comunicatori tentano con tutti i mezzi di venirne fuori trovando qualche capro espiatorio da dare in pasto a un pubblico, la cui capacità di oblio è importante.
 
Se Riyad è stata capace di scatenare una guerra in Yemen che ha provocato una catastrofe umanitaria di gravissime proporzioni, di tenere sequestrato per giorni un Primo Ministro straniero (Saad Hariri), di applicare un blocco commerciale contro un paese vicino (il Qatar), insomma di agire in totale contraddizione con le regole internazionali, sembra legittimo porsi qualche domanda sul ruolo giocato dall’Arabia Saudita nella guerra civile siriana e su altre questioni, come l’espansionismo dell’islam wahhabita.
 
Ciò induce a guardare alla posizione di Israele che, per ragioni strategiche – anti-iraniane – ha intrecciato strette relazioni con Riyad. In Siria, lo Stato ebraico interviene militarmente per distruggere convogli di armi e infrastrutture riferibili più o meno direttamente a Teheran. Attualmente la sua libertà di azione potrebbe essere ostacolata dalla fornitura da parte di Mosca del sistema antiaereo S-300 ultima generazione. Bisogna attendere le prossime azioni dell’aviazione dello Stato ebraico per capire se questi S-300 servono davvero a qualche cosa. La possibilità che l’aviazione israeliana distrugga queste batterie sembra da escludersi perché è assai probabile che esse siano attualmente manovrate da tecnici russi, per il tempo necessario all’addestramento degli omologhi siriani.
 
Gli interessi di Mosca
 
Mosca dispone oramai di un’apertura sul Mediterraneo attraverso le basi di Tartus e di Hmeimim[1]. Ma soprattutto, negli ultimi anni, vi sono stati 60 000 militari russi operativi a rotazione in Siria. Sul campo, si è trattato di qualche migliaio per volta. Ma complessivamente questo ha consentito all’esercito russo di acquisire un’esperienza insostituibile: quella delle operazioni. Con questo ritmo, tutti gli ufficiali superiori disporranno di una esperienza di conflitto e l’armamento russo sarà « combat improved ». Questo conferisce un plusvalore inestimabile all’esercito russo. Anche se non deve dimenticarsi che lo stesso vale per l’esercito USA che si confronta con le realtà del campo da decine di anni in Medio Oriente, in Afghanistan o, più discretamente altrove (Sahel, Somalia, ecc.). Lo stesso vale d’altronde per i Francesi e i Britannici…
 
Ciò detto, senza l’intervento diretto della Russia, da un bel pezzo il governo di Bachar el-Assad sarebbe sparito, perché già nel 2015 non aveva scampo, nonostante l’aiuto di Teheran e di milizie sciite straniere come Hezbollah libanese. L’aiuto della Russia resta indispensabile in diversi campi: quello dell’appoggio aereo, della intelligence e dell’approvvigionamento di armi, munizioni e infrastrutture.
 
Occorre anche riconoscere che l’intervento di Mosca, a settembre 2015, ha anche contribuito alla definitiva frantumazione della ribellione in una moltitudine di gruppi diversi che hanno passato la maggior parte del tempo a combattersi gli uni contro gli altri, e non davvero a lottare contro Bachar el-Assad.
 
Conclusioni 
 
La Siria è attualmente divisa in tre zone:
 
–  la « Siria utile », cioè la parte ovest, controllata dal governo e dai suoi alleati sciiti;
 
– un Kurdistan, chiamato « Rojava » per non contrariare Ankara, appoggiato da  Washington non perché si tratta di una causa nobile, ma per contrastare gli Iraniani e i Russi;
 
– una zona « accozzaglia » ribelle, più o meno controllata dai Turchi nel nord est del paese (compresa Idlib).
 
Una simile partizione rischia di durare anni, perché nessun attore sembra intenzionato a andarsene, salvo una imprevista precipitazione degli eventi.
 
Riassumendo, i Russi hanno in locazione Hmeimim e Tartus per 50 anni ; gli Iraniani non vogliono andarsene perché la Siria è l’anello indispensabile della « mezzaluna sciita » che si allunga dall’Iran al Libano, attraverso l’Iraq; gli Statunitensi vogliono restare fin quando i Russi e gli Iraniani non se ne andranno; i ribelli sono condannati ad una situazione « alla palestinese », in campi profughi totalmente dipendenti dall’aiuto internazionale [2] ; infine nemmeno i Turchi se ne andranno, ben contenti di aver costruito una zona cuscinetto che li isola da una parte della popolazione curda…
 
 
Note:
 
[1] Mosca dispone di queste due basi per la durata di 50 anni in virtù di un contratto di affitto stipulato con Damasco
 
[2] Cosa che non mette al riparo da azioni terroriste all’estero come al tempo degli esordi dell’OLP.
 
 
 
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