Granma Internacional, 22 marzo 2012 (trad. Ossin)



La prossima guerra e il baratro in Medio oriente
Juan Diego Nusa Peñalver


In tutta la storia dell’umanità, mai alcuna guerra è stata annunciata con tanto anticipo, come il conflitto latente che infuria in questa regione esplosiva del Medio oriente intorno all’Iran ed al suo contrastato programma nucleare civile, che gli occidentali accusano senza prove di avere finalità militari.


E non passa giorno senza che non risuonino i tamburi di guerra in questa regione sfortunata (dure sanzioni economiche contro Teheran, discorsi anti-iraniani “eccessivamente bellicosi”, azioni dei servizi segreti occidentali e israeliani sul campo, assassinio selettivo di scienziati nucleari iraniani e sabotaggio dell’infrastruttura industriale, oltre al moltiplicarsi delle manovre militari in entrambi i campi), da cui una pericolosa atmosfera di anteguerra, il cui sbocco avrà delle conseguenze fatali per il mondo, come ha spesso avvertito il leader cubano Fidel Castro.


La visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahou a Washington all’inizio del mese di marzo ha costretto il presidente statunitense a segnare in modo più preciso la “linea rossa” che il governo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non deve oltrepassare, ma questo non piace a Israele che auspica il ricorso alle armi prima che sia ipoteticamente troppo tardi e che “il regime degli ayatollah abbia stoccato sufficiente uranio arricchito per fabbricare una bomba atomica”, secondo le dichiarazioni dei leader sionisti.


Tuttavia Obama, preoccupato per la sua rielezione, martellato dai repubblicani e dalla potente lobby ebraica che lo accusano di debolezza, dovendo far fronte ad un’economia in difficoltà ed ai traumi ancora freschi delle sue avventure imperiali in Iraq e in Afghanistan, è tenuto ad una maggiore prudenza del suo fastidioso alleato medio-orientale, ed a lasciare un certo margine di manovra alla diplomazia ed agli effetti delle brutali sanzioni economiche.


Alcuni specialisti ritengono che la decisione di un attacco nel 2012 resta, in effetti, nelle mani di Israele. E’ quanto ha dichiarato Netanyahou nella Sala ovale, invocando il riconoscimento di Obama al diritto alla sicurezza di Israele.


Questa sensazione di attacco imminente è stata rafforzata dal segretario nord-americano alla Difesa, Leon Panetta, che ha dichiarato al Washington Post che Israele potrebbe attaccare nella prossima primavera (aprile, maggio o giugno), e questo ha fatto suonate tutti i segnali d’allarme.

Il giornale israeliano Haaretz ha fatto salire di un grado la pressione nella “caldaia” israeliana, informando che Bibi – come lo chiamano gli intimi – ha chiesto a Washington l’approvazione alla vendita di prodotti militari per bombardare l’Iran.


Il leader del Likud, considerato un falco, veterano della guerra del Kippur del 1973, ed ex membro della Sayeret Matkal (unità di forze speciali) ha sollecitato l’acquisizione di sistemi avanzati di rifornimento in volo per i suoi aerei da guerra sofisticati e di potenti bombe anti-bunker GBU-28, per attaccare i principali siti del programma nucleare iraniano, soprattutto quello sotterraneo di Fordow, vicino alla città santa di Qom, dove Teheran produce uranio arricchito (al 20%) e quello di Natanz, a sud della capitale, interrato a 8 metri di profondità e protetto da diversi strati di cemento armato.


Secondo il giornale Haaretz, che basa le informazioni sulle confidenze di un alto funzionario statunitense, di cui tace tuttavia il nome. Obama ha incaricato Leon Panetta di trattare direttamente la questione col suo omologo israeliano Ehud Barack. Peraltro sarebbe pronto ad accettare le richieste in brevissimo tempo.


Un fatto significativo: mentre l’amministrazione di George W. Bush aveva respinto una medesima richiesta, proprio perché Israele avrebbe utilizzato questi strumenti per bombardare l’Iran, durante la presidenza Obama, la collaborazione militare ha toccato livelli senza precedenti, come sottolineano d’altronde i due leader.


In questo contesto di guerra, le Industrie militari israeliane hanno recentemente presentato delle nuove bombe, dalla capacità di penetrazione migliorata, come i MPR-500: 500 libbre (circa 250 kg) di bomba rigida a uso multiplo, una minore frammentazione e compatibile col sistema di pilotaggio Boeing JDAM, spiega l’Industria militare in un comunicato.


E’ un’arma “ideale per gli obiettivi situati in zone urbane fortemente popolate o vicini a truppe alleate, concepita per trapassare muri di cemento armato di un metro di spessore e perforare pavimenti e pareti di 200 millimetri”, precisa l’informazione.


Peraltro Israele ha continuato a potenziare il missile Jericho 3, capace di trasportare armi nucleari o convenzionali.


Nonostante la sua superiorità militare, l’ampiezza di un attacco aereo come quello che Israele prevede contro l’Iran andrebbe al di là delle sue capacità e rende necessario il sostegno militare nord-americano. In effetti l’operazione annunciata non assomiglia per niente all’attacco selettivo effettuato dall’aviazione sionista nel 1981 contro il centro nucleare iracheno di Osirak e contro il sito nucleare siriano di Al-Kibar, nella regione di Day raz-Zawr nel 2007.


Proseguendo la loro pressione sull’Iran, Obama e il primo ministro inglese, David Cameron, riuniti a Washington, hanno raccomandato qualche giorno fa al governo iraniano di approfittare dell’occasione che gli viene offerta dalle grandi potenze per negoziare il suo programma nucleare perché, ha avvertito il presidente statunitense, “il margine di manovra per risolvere la questione in via diplomatica si riduce”. La morsa si stringe…


Anche l’Iran si prepara
Di fronte alla formidabile squadra aeronavale degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali, tra cui diverse portaerei yankee concentrate nelle vicinanze delle coste iraniane nel Golfo Persico, e alle manovre dell’aviazione sionista pronta a lanciare il suo attacco annunciato contro il programma nucleare iraniano, la nazione persiana ha avvertito che potrebbe effettuare un attacco preventivo se si sentisse in pericolo imminente.


Il capo aggiunto dello Stato maggiore generale iraniano per lo Sviluppo logistico e industriale, Mohammad Hejazi, ha dichiarato in un’intervista accordata all’agenzia FARS: “Se vi fosse una minaccia agli interessi nazionali”, l’Iran non esclude “di agire senza attendere l’iniziativa dei suoi nemici”.


E in questa logica il governo iraniano progetta di bloccare lo Stretto di Ormuz, vitale per il trasporto del petrolio. Una decisione che i Nord-Americani, tutti compresi della loro potenza, hanno indicato come una “linea rossa” che Teheran non deve oltrepassare se non vuole essere oggetto di un attacco devastatore.


Secondo i dati del Dipartimento nord-americano dell’energia, tra il 2009 e il 2010, 15,5,o 16 milioni di barili sono transitati da questo canale marittimo, vale a dire il 40% del trasporto di brut del mondo.


Questo blocco sarebbe un colpo straordinario per la fragile economia dell’Occidente che deve far fronte ad una crisi sistemica. Mentre la guerra non è ancora cominciata, il prezzo del petrolio è già schizzato a più di 120 dollari al barile. Prezzi praticamente proibitivi per qualsiasi paese.


Peraltro le forze di terra, di mare e dell’aria iraniane, in stato di massima allerta, effettuano frequenti manovre, mentre i comandi militari annunciano quasi quotidianamente i progressi effettuati negli armamenti e nella tecnologia militare del paese.


E’ in questo contesto che si iscrive la creazione del Consiglio Supremo del Cyberspazio che ha l’obiettivo di controllare lo spazio cibernetico, a partire da un decreto firmato all’inizio del mese dalla guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, secondo l’agenzia iraniana Mehr.


In proposito, il direttore dell’Organizzazione di difesa passiva iraniana, il generale Gholam-Reza Jalali, ha dichiarato che Teheran prevede di dotarsi di un esercito cibernetico per opporsi alle eventuali minacce provenienti dagli Stati Uniti e da altri paesi, soprattutto contro le sue istallazioni nucleari.


Gholam-Reza Jalali ha annunciato la creazione di un centro di comando cibernetico destinato a lottare contro possibili attacchi di pirati nei confronti delle reti informatiche del paese. Questo centro avrebbe per compito “di sorvegliare, di identificare e contrastare le minacce informatiche contro le infrastrutture nazionali”.


Nel corso dei due ultimi anni, due software maligni sono stati introdotti nei computer iraniani: Stuxnet e Doku. Tutto lascia pensare che Tel Aviv e Washington siano responsabili di questo attacco che sposta l’escalation aggressiva nel cyberspazio. L’Iran ha affermato che i due virus sono stati neutralizzati grazie e programmi nazionali.


Gli analisti politici non hanno nemmeno ignorato i risultati del summit tra Pakistan, Afghanistan e Iran che si è svolto il mese scorso a Islamabad, la capitale pakistana. Durante la conferenza finale, in presenza dei presidenti afghano e iraniano, il presidente pakistano, Asif Ali Zardari ha affermato a chiare lettere che il suo paese non intende in alcun modo aiutare le forze statunitensi in caso di attacco contro l’Iran. Un importante rovescio per la Casa Bianca, le cui relazioni con Islamabad e Kabul sono compromesse da mancanza di fiducia.


Un successo per Teheran, che in caso di conflitto aperto col regime israeliano potrebbe contare anche sul sostegno militare delle organizzazioni libanesi Hezbollah e dei movimenti palestinesi di Hamas e della Jihad islamica.


Tenuto conto del fermo impegno di Washington per la sicurezza di Israele da 60 anni, una questione chiave si pone agli analisti: quale sarà l’atteggiamento degli USA nel caso in cui Tel Aviv bombardi le istallazioni iraniane e se Teheran reagisse con un contrattacco violento? Le carte sono in tavola e il gioco rischia di essere pericolosissimo…  


 

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