Inchiesta, marzo 2013 - Il nuovo papa ha assunto il nome di Francesco, scelta di vicinanza agli umili e agli ultimi. Ma il suo passato non è coerente con l'immagine che oggi tramanda di sé, egli è stato infatti provinciale dei Gesuiti durante la sanguinosa dittatura militare in Argentina e non ha levato un solo dito contro il massacro che si andava perpetrando. Addirittura c'è chi lo accusa di avere consegnato ai militari due preti "sovversivi", la cui unica colpa era di esercitare il proprio ministero nei barrios miserabili della periferia di Buenos Aires (nella foto, Francesco 1°)






Non è Francesco


Il nuovo papa ha assunto il nome di Francesco, scelta di vicinanza agli umili e agli ultimi. Ma il suo passato non è coerente con l'immagine che oggi tramanda di sé, egli è stato infatti provinciale dei Gesuiti durante la sanguinosa dittatura militare in Argentina e non ha levato un solo dito contro il massacro che si andava consumando. Addirittura c'è chi lo accusa di avere consegnato ai militari due preti "sovversivi", la cui unica colpa era di esercitare il proprio ministero nei barrios miserabili della periferia di Buenos Aires 





Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., 14 marzo 2013 (trad. Ossin)



Habemus papam – Francesco 1° Bergoglio, un inconveniente
Christian Terras

Nato nel 1936, l’arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Jorge Bergoglio, eletto il 13 marzo col nome di Francesco 1°, è un moderato, convenzionale, “spirituale”, colto e ambiguo, che vive semplicemente e in disparte rispetto alla svolta della restaurazione ratzingeriana. Ponderato nei suoi giudizi, si mostra come un uomo di consensus. Salvo che l’immagine di questo primo papa dall’America Latina è oggi macchiata da rivelazioni che riguardano il suo passato durante la dittatura argentina. Di modo che il suo avvio di pontificato inizia malissimo

Attraverso un libro, “El Jesuita – Conversaciones con el cardenal Jorge Bergoglio” di Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti, il cardinale Bergoglio ha indubbiamente tentato di ridare smalto alla sua immagine e di contestare le serie accuse che pesano contro i suoi comportamenti di quando è stato provinciale della Compagnia di Gesù dal 1973 al 1979. A seguito delle accuse rivoltagli da due preti, Orlando Yorio e Francisco Jalics, che egli avrebbe consegnato alle autorità militari. La difesa di Bergoglio sembra goffa.

Secondo la sua stessa versione, Bergoglio avrebbe consigliato a questi due preti, religiosi gesuiti come lui dopo tutto (!), di fare “molta attenzione” a causa della loro reputazione di sovversivi.  Ha detto anche che avrebbe anche cercato di proteggerli dalla polizia della dittatura, la quale non poteva non perseguirli a causa del loro impegno tra i poveri delle bidonville di Bajo Flores.

Sempre secondo la sua stessa versione, egli, allora provinciale della Compagnia, avrebbe proposto a Yorio e Jalics di viversene tranquillamente e discretamente nella casa provinciale (il che avrebbe significato, tra parentesi, abbandonare la loro missione tra i più poveri).


Fedeli solo al loro coraggio, Yorio e Jalics continuarono nel loro ministero. Alla fine vennero catturati, come era da prevedersi. Secondo Bergoglio, egli avrebbe allora tentato di ottenere la loro liberazione. E di proteggerli. Questa tuttavia non è l’unica versione! E non è la stessa di quella resa da numerosi testimoni, né quella dei diretti interessati.

Senza osare accusarli in faccia, Bergoglio si faceva volentieri interprete delle accuse di altri preti e vescovi. Che dal canto loro smentivano di averle mai formulate. Un giorno, padre Bergoglio (non aveva ancora ricevuto la mitra) raccomandò ai due turbolenti religiosi di rivolgersi al vescovo di Moron, Monsignor Miguel Raspanti. Dicendo loro che avrebbero potuto trovare rifugio nella sua diocesi. Però, in realtà, fu lui stesso a scrivere una lettera terribilmente negativa a Raspanti al riguardo dei due religiosi! L’arte del doppio gioco insomma. Il bravo Raspanti cercò nonostante tutto di proteggere e nascondere i due preti. Fu Bergoglio che l’avrebbe allora dissuaso. Furono sempre le calunnie ripetute da Bergoglio che impedirono anche ai due religiosi di essere accolti nella diocesi di Buenos Aires o di essere trasferiti a Santa Fe. Dopo la loro liberazione, Yorio si recò a Roma, dove il gesuita colombiano Candido Gavina, molto ben informato, gli comunicò una notizia proveniente da fonte autorizzata (l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede), che cioè le forze armate li avevano arrestati dopo la denuncia presentata dai loro superiori religiosi che li avevano presentati come guerriglieri. L’ambasciatore argentino ha confermato questa informazione anche per iscritto.


Operazione conclave
Quando in Germania venne rivelato, nel 2009, il passato di Benedetto XVI nella gioventù hitleriana, Bergoglio si impegnò a ripulire la sua immagine nella prospettiva di un nuovo conclave. I capitoli più eloquenti del suo libro “El Jesuita – Conversaciones con el cardenal Jorge Bergoglio”, che ne tracciano un ritratto angelico, sono contraddetti dalle testimonianze e dai documenti desegretati. E soprattutto per  merito del leader dei Diritti dell’uomo in Argentina, Emilio Mignone, oggi deceduto, che aveva a suo tempo denunciato i prelati che avevano abbandonato il popolo dei credenti e permesso l’occultamento di documenti compromettenti che dimostravano il loro sostegno senza riserve alla giunta militare argentina. Il progetto del “Gesuita”, come ama definirsi, era di difendere la propria attività da provinciale della Compagnia di Gesù tra il 1973 e il 1979, per contrastare le accuse dei preti Orlando Yorio e Francisco Jalics che lo accusavano di averli consegnati ai militari. All’epoca essi furono imprigionati senza processo per 5 mesi, insieme ai componenti del gruppo parrocchiale che li accompagnava e dei quali non si ritroveranno mai più i corpi.


All’epoca Bergoglio dichiarò che queste accuse miravano a discreditare la propria candidatura come papa. In una biografia molto documentata del cardinale, ricca di prove a sostegno, Horacio Verbitsky ne ha stabilito la veridicità. Indubbiamente, nel conclave del 2005, nel corso del quale aveva la possibilità di essere eletto, Bergoglio incarnava una linea più aperta di quella di Ratzinger. Con l’honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga e il brasiliano Hummes. A confronto col cardinale dell’Opus dei, Monsignor Juan Luis Cipriani Thorne, è anche vero che non risulta difficile incarnare la linea dell’apertura tra i papabili d’America.  Bergoglio sembrava definitivamente bruciato. Quanto a Rodriguez Maradiaga, il suo appoggio al golpe di destra nel suo paese rende più difficile considerarlo un papabile “di sinistra”, o almeno sociale. Quelli che oggi hanno scommesso su Bergoglio, presentato un po’ troppo frettolosamente come un nuovo Luciani (Giovanni Paolo 1°), solo perché usa i mezzi pubblici e vive semplicemente, come un prete di base e non come un principe di Chiesa, hanno dimenticato che questo ex provinciale dei Gesuiti ha contrastato la linea aperturista del maestro generale dei gesuiti, Padre Arrupe. Una linea di apertura e di sostegno ai gesuiti impegnati nella resistenza alle dittature latino-americane. E che deve la sua promozione episcopale a soli cinquanta anni, al sostegno amichevole del cardinale Antonio Quarracino, il suo predecessore a Buenos Aires. Un ultra conservatore. Promozione inattesa, come la sua elezione al trono di Pietro il 13 marzo.


Pecorelle abbandonate ai lupi
Questa vicenda che ha riguardato la Compagnia di Gesù testimonia del coinvolgimento della Chiesa argentina col Potere militare. Nel suo libro “Iglesia y dictadura”, pubblicato nel 1986, quando Bergoglio era ancora un illustre sconosciuto al di fuori della sfera clericale, Emilio Mignone descrive la “sordida complicità” della Chiesa cattolica con la Giunta militare in virtù della quale i prelati hanno lasciato, con la loro benedizione, ai militari “il lavoro sporco di ripulire i cortili interni della Chiesa”. Nel 1976, in occasione di una incontro che riuniva i rappresentanti della Giunta militare, il presidente dell’epoca della Conferenza episcopale d’Argentina e un vicario militare, Adolfo Servando Tortolo, si decise che prima di arrestare un prete, le Forze armate avrebbero dovuto avvertire il vescovo locale. E Emilio Mignone aggiunge che “in diverse occasioni l’esercito ha ricevuto semaforo verde dai vescovi”. Il 23 maggio 1976 una compagnia di fanteria della Marina fece un’operazione nel quartiere di Bajo Flores, dove risiedeva il prete Orlando Yorio. Venne sequestrato e sparì per cinque mesi. Una settimana prima l’arcivescovo (Juan Carlos) Aramburu gli aveva ritirato, senza spiegazioni né motivazioni, i poteri sacerdotali. Durante la sua carcerazione, Padre Yorio seppe dalla bocca dei suoi torturatori di essere stato denunciato dal suo provinciale che era all’epoca Jorge Bergoglio. Emilio Mignone conclude il suo libro chiedendosi “cosa dirà la storia di questi pastori che hanno abbandonato le loro pecorelle ai lupi senza difenderle”.

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