Madaniya, 6 dicembre 2017 (trad.ossin)
 
La dinastia wahhabita e la svendita della Palestina 1/2
René Naba
 
«L’appropriazione di una religione planetaria, la sua interpretazione in un senso ultra restrittivo, regressivo e repressivo, unitamente alla sua strumentalizzazione a fini politici al servizio degli ex colonizzatori del mondo arabo e mussulmano, costituisce una impostura » – RN
 
Documento di rinuncia alla Palestina in favore degli «infelici ebrei» firmato da Abdel Aziz Al Saud, fondatore della dinastia wahhabita e consegnato al delegato della Gran Bretagna, Sir Percy Cooks
 
Traduzione : «In nome di Allah, il molto misericordioso, Io, Sultano Abel Aziz Ben Faysal, Ibn Abder Rahman Al Faysal Al Saud, ammetto e riconosco mille volte a Sir Percy Cooks, delegato della Gran Bretagna, che non c’è da parte mia alcun impedimento a offrire la Palestina agli infelici ebrei o a chiunque altro, secondo quanto deciderà la Gran Bretagna, la cui decisione non contesterò mai fino alla fine del Mondo ».
 
1- Un regno fondato su una impostura
 
Schiava degli Inglesi nel XX secolo, la dinastia wahhabita ha svenduto la Palestina in cambio di un trono. Dipendente dagli USA nel XXI secolo, per mantenersi questo trono e a onta di qualche protesta formale, essa ha approvato, con la sua tacita connivenza, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, ultima tappa dell’annessione della Palestina. Senza alcuna vergogna, è giunta a rendere onore all’artefice del «Muslim Ban» (il bando contro gli immigrati, ndt), Donald Trump, il presidente più xenofobo della storia statunitense, arricchendo il complesso militar-industriale USA con 380 miliardi di dollari, per sottrarsi ai fulmini della giustizia statunitense, a causa del suo coinvolgimento nel raid terrorista dell’11 settembre 2001, sulla base della legge Jasta.
 
 
Quasi cento anni dopo il suo emergere sulla scena internazionale, la dinastia wahhabita, la più fedele alleata delle potenze occidentali, l’alleata sottobanco di Israele, la nemica più accanita del Movimento nazionale arabo, la più risoluta nella sua guerra contro la nozione stessa di «liberazione», l’incubatrice assoluta del terrorismo islamista takfir radicale, uno dei grandi incendiari del pianeta, si rivela essere la dinastia più catastrofica e malefica per il Mondo arabo e l’islam.
 
Per opera sua, cento anni dopo la promessa Balfour, il «Focolare Nazionale Ebraico» è così diventato il «Grande Israele», e la Palestina un bandustan (territori assegnati nel Sudafrica dell’apartheid alle etnie nere, ndt) palestinese in balia degli Israeliani. Un risultato che testimonia della potenza della lobbie ebraica in Occidente, della paralisi che ha colto il Mondo occidentale sulla questione ebraica, a causa del suo coinvolgimento nel genocidio hitleriano, al quale né i Palestinesi, meno che mai gli Arabi e i Mussulmani hanno preso parte.
 
Facendosi beffa della legalità internazionale, il Grande Israele appare così retrospettivamente come una compensazione fatta con un  bene di altri, più precisamente dei Palestinesi, a ristoro delle turpitudini occidentali, con la connivenza dei reucci del Golfo.
 
Sotto ogni punto di vista, il riconoscimento unilaterale statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele, in spregio delle costanti risoluzioni dell’ONU e in assenza di qualsiasi soluzione del problema palestinese, resterà nella storia come un marchio di infamia per i paesi occidentali. La fine del loro ruolo prescrivente sul piano morale. Una macchia morale indelebile. Oramai il punto critico del conflitto palestinese su basi nuove si è cristallizzato attorno al nocciolo duro della contestazione dell’ordine egemonico israelo-statunitense nella zona. L’ultimo atto di potenza di un impero USA sul viale del tramonto.
 
Qui sotto la datazione al carbonio 14 della dinastia wahhabita.
L’Arabia saudita è il paese del mondo che invoca più quotidianamente di tutti Allah, ma questa incessante invocazione divina sembra non produrre effetti davanti alla demagogia dei suoi leader, e al loro nanismo politico, a giudicare dallo stato di decomposizione del Mondo arabo, del quale è grandemente responsabile.
La dinastia wahhabita ha infatti fondato la sua legittimità su una impostura. Il Regno è certamente la terra della profezia, ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere proprietà della famiglia Al Saud.
Ancora meglio, in materia di tradimenti, il clan Salman si è particolarmente distinto. Calpestando il sacrosanto principio della successione per primogenitura, che attribuisce il potere al maggiore della generazione più antica, Salman ha imposto suo figlio come principe ereditario.
Rivoluzionando l’ordinamento considerato immutabile del dogma wahhabita, ha anche trasformato l’Arabia saudita da «Regno dei figli di Abdel Aziz» a «Regno dei figli di Salman».
Per salvare il trono, col pretesto di combattere lo sciismo iraniano, la dinastia wahhabita ha svenduto la Palestina e, avvertendo l’urgenza di evitare le conseguenze di questo tradimento, si è messa nelle mani di quello che i suoi predicatori dogmatici hanno da sempre considerato come l’ «usurpatore della Palestina».
 
2- Il becchino della causa nazionale araba
 
Il Guardiano dei Luoghi Santi ha sicuramente finanziato la promozione dell’islam nel mondo, ma il suo proselitismo religioso a tutto campo si è spesso confuso con una strumentalizzazione politica della religione usata come arma di lotta contro i nemici degli Stati Uniti, soprattutto l’ateismo comunista, a detrimento degli interessi strategici del Mondo arabo.
Il capofila dell’islam sunnita ha portato la guerra ai quattro angoli del mondo per conto del suo protettore statunitense, ma il finanziatore degli interventi militari USA nel Terzo mondo – dall’Afghanistan al Nicaragua, all’Iraq, alla Siria al Libano, addirittura anche in Algeria- non è mai riuscito a liberare l’unico Alto Luogo Santo dell’islam sotto occupazione straniera, la Moschea di Al Aqsa di Gerusalemme. Al punto che la sua leadership soffre oramai della concorrenza del nuovo giunto sulla scena diplomatica regionale, l’Iran, e viene contesto dai suoi ex pupilli jihadisti.
 
Il protetto degli USA, autore di due piani di pace per il Medio Oriente, non è mai riuscito a far ratificare dal suo protettore statunitense e dal suo partner israeliano le sue proposte di soluzione del conflitto israelo-palestinese, né a prevenire la progressiva annessione di Gerusalemme, né la giudeizzazione della 3° città santa dell’islam, meno che mai ha saputo evitare l’allontanamento delle grandi capitali arabe dalla sfera sunnita, e la loro caduta nel campo nemico: Gerusalemme sotto occupazione israeliana, Damasco controllata dagli alauiti e Baghdad, infine, sotto un condominio curdo-sciita.
 
Il più ricco paese arabo, membro di diritto del G20, il direttorio finanziario del pianeta, ha dilapidato parte della sua fortuna in stravaganti realizzazioni di prestigio e nell’esaudimento di incredibili capricci principeschi, senza mai pensare di destinare la sua potenza finanziaria al risanamento economico arabo o al rafforzamento del suo potenziale militare, tenendo a freno anche ogni contestazione, trascinando sulla sua scia il mondo arabo verso la subordinazione all’ordine statunitense.
 
La dinastia wahhabita, allontanando gli Arabi e i Mussulmani dal loro principale campo di battaglia, la Palestina, e impegnandoli invece nei furiosi combattimenti afghani, non ha mai sparato un solo colpo contro Israele, al punto che il migliore alleato arabo degli Stati Uniti appare, retrospettivamente, come il beneficiario principale dei violenti attacchi israeliani contro il nocciolo duro del mondo arabo, e Israele, come il migliore alleato oggettivo della monarchia saudita.
 
In 89 anni di esistenza, questo paese a regime speciale è stato governato da sette monarchi (Abdel Aziz, Saud, Faysal, Khaled, Fahd, Abdallah, Salman), ma in un’epoca di transizione della storia del mondo arabo, nell’era dell’optronica, della balistica, dello scontro diffuso e di sistemi antiradar, nessuno dei sette monarchi ha mai conseguito un diploma universitario, tutti formati con lo stesso stampo di educazione beduina e scuola coranica.
Al pari delle altre petromonarchie gerontocratiche del Golfo, vale a dire un terzo dei membri della Lega araba e i due terzi della ricchezza araba, mentre la vicina teocrazia iraniana ha già raggiunto lo stato di potenza quasi nucleare.
In 89 anni di esistenza, nonostante le turbolenze, la famiglia Al Saud è riuscita a salvaguardare il suo trono, ma ha portato la zona alla rovina mentre Israele rovinava la zona.
 
Per approfondire, vedi il link
 
 
3 – La capitalizzazione di una rendita di posizione su di un approccio massimalista alla questione palestinese
 
L’Arabia saudita ha capitalizzato una rendita di posizione su di un approccio massimalista con connotati antisemiti al conflitto israelo-palestinese, durante il primo mezzo secolo di sua esistenza. Ha finito poi con lo spostare la lotta in Afghanistan, a cinquemila chilometri dal campo di battaglia della Palestina, nel decennio 1980, strumentalizzando l’islam e usandolo come arma da guerra contro l’ateismo sovietico. E ad operare un ribaltamento di posizioni, per salvare il trono wahhabita, avviandosi verso una progressiva normalizzazione dei rapporti con Israele, di pari passo con la progressiva annessione della Palestina da parte dello Stato ebraico, sempre per salvare il trono wahhabita col pretesto di combattere l’Iran scismatico sciita.
 
Oltre ogni decenza, Salman, uno dei maggiori finanziatori dei jihadisti attraverso il gruppo As Charq Al Awsat, ha sdoganato Donald Trump, l’artefice del «Muslim Ban», e la sua politica xenofoba e ha distrutto il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il sindacato delle sei petromonarchie, per scaricare sul piccolo Qatar il ruolo di incubatrice assoluto dello jihadismo errante.
 
 
4- Della strumentalizzazione della religione e del corretto utilizzo del rituale mussulmano
 
La monarchia wahhabita ha strumentalizzato senza vergogna l’islam a scopi politici per appagare la sua megalomania, piuttosto che favorire la promozione dell’islam alla fine del XV secolo di sudditanza coloniale e letargo ottomano.
Incubatore assoluto del jihadismo errante il Regno, soprattutto sotto la leadership del clan Sideiry, ha grandemente contribuito, con le potenze occidentali, alla devastazione del Mondo arabo. Per salvare un trono e perpetuare una dinastia screditata in ampie frange del quarto mondo.
 
Senza il minimo scrupolo, ha strumentalizzato la simbologia del Ramadan per soddisfare la sua sete di vendetta.
In questo senso, il mese di Ramadan del 2017 ha costituito un’insperata occasione politica per il Regno, che ha approfittato di questo mese di digiuno e di sacrificio ed elevazione verso dio, per soddisfare il suo bellicismo, ingaggiando una guerra contro il piccolo fratello wahhabita del Qatar, sovrapposta alla guerra contro lo Yemen. E con – trovandosi – anche l’investitura nel giorno simbolico del 21 giugno, il Laylat Al Qadar, la «Notte del Destino», del figlio del re, Mohamad Bin Salman, come principe ereditario del regno. Un personaggio impulsivo, impetuoso, impenitente e impotente, a giudicare dal doppio disastro inflitto al suo paese in Yemen e contro il Qatar. E nella gestione avventata della vicenda Saad Hariri.
 
Già Daesh aveva utilizzato la simbologia del Ramadan per proclamare il suo califfato islamico impadronendosi di Mosul, il primo venerdì del mese di Ramadan 2014.
 
L’appropriazione di una religione planetaria, la sua interpretazione in un senso ultra restrittivo, regressivo e repressivo, unitamente alla sua strumentalizzazione a fini politici al servizio del ex colonizzatori del Mondo arabo, costituisce una impostura.
Il Regno è in uno stato di schizotimia, con la complicità delle «Grandi Democrazie Occidentali», a causa delle turpitudini della dinastia wahhabita. Al punto che questo paese governato da una delle caste più misogine del mondo fa parte, dal 2017, della «commissione dei diritti delle donne dell’ONU».
 
5 – Il patrimonio genetico del potere reale nelle mani degli Statunitensi
 
Da Abdel Aziz, fondatore del Regno, a Fahd, 5° monarca, affetto per una decina d’anni da emiplegia, impotente in un periodo di transizione nella storia del Golfo (1995-2005) segnato dalla rottura con Osama bin Laden, capo di Al Qaeda, e la seconda Guerra del Golfo contro l’Iraq; ad Abdallah, 6° monarca, colpito da una forte cardiopatia, al Principe ereditario Sultan, inamovibile ministro della Difesa per 40 anni, in trattamento prolungato per un cancro metastatizzato, e al suo effimero successore Nayef, inamovibile ministro dell’Interno per trenta anni, al Principe Salman, il nuovo principe ereditario, tutti i dignitari del regno sono stati ricoverati in ospedali statunitensi e il loro patrimonio genetico si trova dunque presso l’amministrazione ospedaliera statunitense.
 
Anche altri autocrati arabi hanno preso la strada di Washington quando hanno avuto bisogno di cure mediche, come Re Hussein di Giordania, affetto da un cancro, o il generale Omar Souleymane, ex capo dei servizi di informazione del presidente egiziano Hosni Mubarak, misteriosamente deceduto al suo ricovero in ospedale, o anche il capo dell’OLP in persona, Yasser Arafat, in un ospedale francese, ma in nessun posto come in Arabia Saudita il pellegrinaggio sanitario verso gli USA è stato eretto a sistema.
 
Un segno indiscutibile della dipendenza wahhabita nei confronti dell’amministrazione USA, che così conosce, anche biologicamente, le forze e le debolezze dei principali guardiani del dogma dell’islam, una religione che raggruppa un quinto della popolazione del pianeta, detentrice peraltro dei più grandi giacimenti energetici del mondo, la religione dell’universo dei consumatori.
 
6 – Una dinastia libidinosa:
 
A – Il Re Saud: 43 mogli, 115 figli/ Il Re Abdel Aziz : 38 mogli, 63 figli
L’attrazione per il sesso – sembrerebbe – costituisce il marchio di fabbrica della dinastia libidinosa di Al Saud. Saud ha segnalato una netta preferenza per il genere femminile, di qualsiasi tipo, superando in questo campo tutti i fratelli.
 
Secondo i documenti ufficiali, il 2° Re di Arabia ha sposato 43 donne lasciando un’abbondante progenie di 115 figli: 53 maschi e 62 femmine.
Suo padre, Abdel Aziz, il fondatore del Regno, aveva l’abitudine di passare una notte d’amore con una donna – una sola e unica notte d’amore – per poi congedarla. Le più fortunate avevano diritto a diverse notti consecutive, prima di essere rigettate nell’anonimato.
 
Né la moglie di suo fratello Mohamad, né la vedova dell’altro fratello Saad, meno che mai la vedova del suo nemico intimo, Saud Bin Rachid, governatore di Hael, sono state risparmiate dalla sua foga. Appena conquistata Haël si appropriò anche della vedova di Ibn Rachid, Fahida Bint Al Assi Ben Kleib Ben Chreim Al Rachid, che gli diede un figlio che altri non è che… Abdallah, l’ex Re d’Arabia.
Abdel Aziz ha così onorato, senza interruzioni, le sue 38 mogli, oltre ad un numero incalcolabile di sconosciute, arricchendo il regno di una progenie di 63 figli. Una cifra che non tiene conto  né dei figli morti in tenera età, né di quelli nati morti.
La cosa più strana è che il Re Abdel Aziz, mezzo cieco, paralitico su una sedia a rotelle, ha continuato il tour de force procreativo: Moukren, Hazloul, Hammoud, Abta e Tarfa, sono i frutti dei suoi amori settuagenari, uno dei miracoli del fondatore del Regno .
 
B- Il Re Abdallah : 21 mogli, 63 figli
La virilità non è una dote solo del padre fondatore del Regno. Il re Abdallah, morto recentemente, ha dato prova delle sue grandi capacità riproduttive generando, a 75 anni, un piccolo Bandar, nato nel 1999, da sua moglie la principessa Haifa El Mehanna. Bandar è il 63° dei figli del Re Abdalah e delle sue 21 mogli.
 
C- 500.000 dollari per 15 minuti di conversazione con Kristen Stewart e un milione di dollari per la speranza di una notte con Brigitte Nielsen
L’ossessione sessuale non è appannaggio dei soli padri fondatori del Regno. Figli e nipoti sono animati da identiche pulsioni. I loro exploit si realizzano nella competizione sui dollari regalati alle bellezze di Hollywood. Storie infinite. Inimmaginabili. Della loro stupidità e inconsistenza.
 
Harvey Winston, una ex guardia del corpo, racconta che un principe saudita ha offerto 500.000 dollari per avere l’onore di chiacchierare col suo idolo Kristen Stewart. L’attrice ha accettato, a condizione che il principe donasse mezzo milione di dollari al fondo di soccorso delle vittime del «Typhon Sydney».
 
Mark Young ha pubblicato, da parte sua, un libro intitolato «Saudi Bodyguard» nel quale questo britannico da tempo impegnato nella protezione del palazzo di Al Saud, dal 1979, narra le turpitudini della dinastia, «le sue devianze, la prostituzione che alcuni praticano, i furti, le rapine, le dipendenze dall’alcol, dagli stupefacenti e dal gioco».
 
D- Khaled Bin Sultan e il fantasma di Brigitte Nielsen
La storia più singolare di cui è stato testimone Mark Young è quella dell’ex vice ministro della Difesa, Khaled Bin Sultan, l’ex interfaccia saudita del generale USA  Norman Schwarzkoff durante la 1° Guerra del Golfo (1990-1991), e proprietario del giornale «Al Hayat».
Affascinato dalla bellezza di Brigitte Nielsen, all’epoca moglie dell’attore Sylvester Stallone (alias Rambo), il generalissimo, secondo il racconto di Young, avrebbe studiato vari piani per riuscire a passare una notte d’amore con la bella e bionda danese. Al punto da offrire un milione di dollari per questa notte che prometteva focosa. Questa proposta, per dirla tutta indecente, si è alla fine concretizzata una certa sera del giugno 1997, in un lussuoso hotel della Croisette.
 
E- Abdel Aziz, o la trasfigurazione di un principe dalla giovinezza agitata in predicatore wahhabita
L’ultimogenito di Re Fahd si è entusiasmato per l’attrice televisiva Yasmine Bleeth, di confessione ebraica. Abdel Aziz Ben Fahd ha speso per lei somme così importanti che sarebbero bastate a risolvere i problemi di tutte le ragazze del Regno.
Compagno di merende dell’ex primo ministro libanese Saad Hariri, le sue scappatelle parigine gli hanno valso un divieto di soggiorno in un grande albero di lusso della capitale francese. A conclusione di una giovinezza agitata, Abdel Aziz ha fatto atto di contrizione e pentimento: si è fatto crescere la barba ed è diventato predicatore wahhabita, finanziatore dell’emittente takfir «Wissal» (il nesso).
 
F- Salman e Sylvia Kristel
Alla pari di Khaled Bin Sultan, proprietario peraltro del giornale «Al Hayat», che aveva fantasticato su Brigitte Nielsen, Salman, proprietario del Charq Al Awsat, ha, da parte sua, proiettato le sue fantasie su Sylvia Kristel, l’attrice del film «Emmanuelle», un film all’epoca ricco d’azione.
Lo sfizio di Salman, all’epoca governatore di Ryiadh, ha fatto guadagnare all’intermediario, l’onesto amante dell’attrice olandese – un falso play boy libanese - la somma di cinquecentomila dollari con il bonus aggiuntivo del regalo di una frequenza comunitaria a Parigi, e facendo della sua stazione la più importante stazione arabofona dello spazio francofono.
 
 
Prima radio comunitaria arabofona dell’Europa continentale e, con la sua posizione, la prima stazione radio in lingua araba d’Europa, Radio-Orient, trasmessa da Parigi, media off-shore per eccellenza, è stata a lungo una bandiera di comodo in una zona di non diritto, un condensato di storia della comunicazione e delle relazioni triangolari ancillari tra Parigi, le petromonarchie del Golfo e il miliardario libano-saudita.
 
 
Questa iperattività ormonale principesca è intervenuta nell’epoca in cui il loro ex «office boy» Osama bin Laden, capo di Al Qaeda, consumava la rottura coi sui padroni wahhabiti. Ma la libido di loro altezze non ha prezzo. Non si preoccupava per nulla di questa rottura che riempirà ulteriormente di incubi i sonni dei gerontocrati del Golfo.
 
7- La dinastia wahhabita: unica impresa familiare ad avere un seggio alle Nazioni Unite
 
Illustrazione caricaturale della realtà paralitica araba, il Regno saudita viene generalmente ritenuto uno dei becchini della causa nazionale araba.
Unica famiglia ad aver dato il nome al suo paese, cosa che nemmeno Cristoforo Colombo, lo scopritore dell’America, si è sognato di fare; Unico paese a portare il nome della famiglia che lo ha conquistato, cosa che neppure Giulio Cesare ha osato pensare, l’Arabia saudita è anche l’unica impresa familiare al mondo ad avere un seggio alle Nazioni Unite.
 
Un privilegio che nessuna dinastia, per quanto prestigiosa sia, che alcuna multinazionale, per potente che sia, hanno mai potuto esercitare. Un trattamento di favore che dà la misura della benevolenza di cui godono i governanti di questo paese per ragioni petrolifere.
A servizio della sua ambizione e della sua prepotenza, due incomparabili atout naturali:
 
La Mecca e Medina, i due Alti Luoghi Santi dell’islam, riferimento spirituale assoluto di una comunità di credenti composta da 1,5 miliardi di fedeli della seconda religione al mondo per importanza,
Il petrolio, motore dell’economia internazionale, di cui possiede il più importante giacimento del mondo,
Una immensa superficie che fa di questo paese di 2,5 milioni di km quadrati un quasi-continente di grandezza comparabile all’Europa occidentale (Francia, Germania, Belgio, Pesi Bassi, Lussemburgo),
 
A ciò si aggiungono tre altri fattori:
Una ridotta densità demografica (28 milioni di abitanti), infine, ultimo ma non meno importante; lo scudo statunitense messo in campo con il Patto di Quincy, dissuasivo contro ogni rivolgimento interno, ogni intervento straniero, ogni critica internazionale.
Ma il pellegrinaggio, che doveva essere uno momento di comunione e confraternità, si è rivelato uno strumento di morte e desolazione: 90.000 pellegrini sono morti in 14 anni, compiendo il loro dovere religioso sui Luoghi Santi dell’islam, conseguenza delle negligenze colpevoli delle autorità saudite.
 
Per il lettore arabofono, vedi il link
 
 
8- Gli imbroglio diplomatici del regno saudita con la complicità occidentale
 
A- L’Arabia saudita alla «Commissione dei Diritti delle Donne»: un piromane a capo dei pompieri.
Il regno saudita, uno dei regimi più misogini del mondo, ha ottenuto il via libera, col voto segreto di 47 dei 54 Stati membri del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, per far parte della Commissione dei Diritti delle Donne: «E’ come designare un piromane capo dei pompieri», ha commentato Hillel Neuer, direttore esecutivo dell’organizzazione UN Watch.
Certo, il Re ha accordato alle donne il diritto di far parte del Consiglio Consultivo nel 2012 ma questo organismo, la cui prima sessione in composizione mista ha avuto luogo il 24 febbraio 2013, non dispone di alcun potere di decisione. Allo stesso modo, le signore hanno potuto, sempre per la prima volta, partecipare alle elezioni municipali a partire dal 2015, ma le donne restano sottoposte al regime della preventiva autorizzazione per uscire.
 
La terminologia ne dà dimostrazione. Per quanto istruite e competenti siano, esse restano designate col vocabolo spregiativo di «dipendente».
 
 
B-La lotta contro il doping in ambito sportivo
Nello stesso ordine di idee, l’Arabia Saudita, il maggior mercato di consumo di captagon (una sostanza stupefacente, ndt) nel Medio Oriente, è stata portata alla presidenza dell’Ufficio della Conferenza delle Parti della Convenzione UNESCO di lotta antidoping, concedendo una sovvenzione di 100.000 dollari per sostenere le attività dell’Agenzia Mondiale Antidoping mirante a sradicare il doping dallo sport.
 
C- La tripla impostura di Tawakol Korman Premio Nobel per la Pace 2011
Prima donna araba ad avere ottenuto il prestigioso Premio Nobel per la Pace 2011, la yemenita era in realtà una falsa attivista finanziata dall’amministrazione USA. Membro della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, Tawakkol Karman ha appoggiato l’aggressione saudita contro il suo stesso paese.
 
 
La seconda parte di questo dossier è intitolato: La spada non scalfisce mai la carne di Al Saud
 
 
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