Marocco, giustizia da ricostruire


Jeune Afrique 4/10 ottobre 2009


Mezzi derisori, lentezza di procedure, insufficiente formazione, corruzioni accertate. L’istituzione va male ma tenta di modernizzarsi. Prima priorità, la costruzione di nuovi tribunali.


Leila Slimani, inviata speciale


“Che Dio mi scampi dall’avere a che fare con la giustizia marocchina!” esclama Mustapha, un commerciante di 50 anni. Non è mai stato davanti ad un tribunale e tuttavia la giustizia gli fa paura. Considerata come inefficace, arbitraria, corrotta e lenta, questa istituzione gode di una pessima reputazione tra i cittadini. Nel suo Rapporto sullo sviluppo umano nei paesi arabi nel 2009, il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Pnud)  svela che solo il 10% dei Marocchini ritiene di poter beneficiare di un processo equo. La giustizia è così poco rassicurante che spesso la si evita anche quando il diritto è dalla propria parte. “Ho avuto un litigio con un imprenditore in un cantiere – spiega Hamid – Lui mi ha detto: Fammi causa! Ma sapeva bene che non l’avrei fatto. È una cosa talmente lunga e spossante che mi avrebbe fatto solo perdere tempo e denaro per un risultato senz’altro deludente”: Amina, da parte sua, ha invece scelto di portare davanti al tribunale la questione che aveva con un debitore. Ma oggi commenta amareggiata: “La procedura e l’esecuzione sono durate 4 anni. Per il mio debitore è stato più vantaggioso di un mutuo stipulato in banca”.

Un' analisi impietosa
Questa lentezza della giustizia si spiega prima di tutto con una terribile carenza di mezzi. Oggi in Marocco ci sono solo 3322 magistrati, chiamati a trattare più di 3 milioni di cause all’anno. Un numero del tutto inferiore rispetto alle norme internazionali che prevedono come minimo un magistrato ogni 5000 abitanti, mentre il rapporto esistente nel regno è di uno a diecimila! “Quando un magistrato o un cancelliere fanno da soli il lavoro di cinque persone, o la giustizia è sommaria o è lenta”, riconosce Hassan Al Kassem, primo presidente della Corte di Appello del tribunale di commercio di Casablanca. “Ho atteso più di un  anno che la mia causa venisse trattata – racconta un imputato all’uscita di un tribunale della regione di Meknès – E la cosa non sbalordisce se si guarda allo stato in cui versa il tribunale: i cancellieri scrivono a mano e a volte non hanno nemmeno la carta!”
Mentre il numero di cause trattate è aumentato del 215% tra il 1975 ed il 2006, il numero dei tribunali cresce molto lentamente. Dal 1994, le Corti d’Appello sono rimaste le stesse, mentre il numero dei tribunali di prima istanza è addirittura diminuito (da 67 a 66)! Un rapporto del Ministero definisce “urgenti” i lavori di costruzione, restauro e ampliamento dei tribunali. Si evidenzia soprattutto la necessità di provvedere ai sistemi di sicurezza e di sorveglianza e di creare strutture di accoglienza e di consulenza per gli imputati. Le strutture dei tribunali sono a volte talmente vetuste, da rendere impossibile l’uso di materiale informatico. Lo stesso rapporto rivela che “una gran parte dei computer sono obsoleti  e che almeno 35 giurisdizioni dispongono di solo due computer”. “Come volete – si lamenta un avvocato di Rabat – che la gente che entra in un tribunale sporco, che ha a che fare con magistrati ed avvocati incompetenti, possa avere rispetto per la giustizia?”.
La cattiva immagine della giustizia è data anche dalla persistente corruzione, ciò ad avviso sia degli utenti  che degli osservatori internazionali. Secondo la Banca mondiale, la giustizia è ritenuto il servizio pubblico più corrotto, con un voto di 3,5 su 5, davanti alla polizia ed alla sanità. Conclusioni sottoscritte anche da una Ispezione generale della giustizia che, nel suo rapporto 2008, reso pubblico per una fuga di notizie, afferma che vi sono state più di 862 denunce, 613 delle quali contro magistrati. Gli ispettori hanno rilevato 84 casi di corruzione e quasi 100 errori professionali, con dei record nelle città di Casablanca e di Khouribga, capitale dei fosfati. Viene allo stesso tempo messa in dubbio la professionalità dei periti, degli avvocati e degli ufficiali giudiziari.

L’impossibile riforma?     
“La giustizia è come l’istruzione. Per trent’anni  è stata dimenticata e oggi si pagano le conseguenze”, riconosce un funzionario del Ministero della Giustizia che vuole restare anonimo.  Infatti è stato accumulato molto ritardo, sia sul piano degli investimenti materiali che della modernizzazione e della formazione del personale. Prova di questo abbandono, tra il 2003 e il 2008 è stato destinato alla giustizia solo il 2% del bilancio, contro il 52% destinato all’educazione nazionale.  Nel 2002 alla giustizia è stato riservato il 2,1% del bilancio. Nel 2008, solo l’1,59%.
Se il settore ha accumulato tanto ritardo, è stato anche perché si sono succedute una serie di “riformette”, che si sono annullate le une con le altre, senza che nessuna rispondesse ad una strategia di largo respiro.  Nel 1998 il Ministero, allora diretto da Omar Azziman, aveva lanciato un ambizioso progetto di riforma al quale la Banca mondiale aveva accordato un finanziamento di 5,6 milioni di euro (63,2 milioni di dirham). Il progetto, i cui punti forti erano l’informatizzazione e la formazione, non ha sortito gli effetti sperati.
Peraltro, fin dalla sua ascesa al trono, il re Mohammed VI ha fatto della riforma della giustizia la “priorità delle priorità” ed ha chiamato tutti gli interessati e l’intera società civile a mobilitarsi. Il nuovo ministro, il socialista Abdelouahed Radi, succeduto a Mohamed Bouzoubaa (deceduto) ha supervisionato e presentato, alla fine del 2008, una analisi completa del settore giustizia, elaborato in collaborazione coi partiti politici, le ONG e professionisti del diritto. E promosso  un piano quinquennale – 2008/2012 -, il cui costo totale dovrebbe raggiungere 1,1 miliardi di dirham. Prevede, tra l’altro, la creazione di nuovi mille posti per quest’anno (contro i 100 dell’anno scorso), un terzo dei quali per i giudici. Tra il 2008 e il 2009, sono stati nominati quasi 400 nuovi giudici, ciò che permetterà di raggiungere un aumento degli effettivi di 1000 unità di qui a tre anni e consentirà di ridurre sensibilmente le cause trattate da ciascun magistrato.
La riforma prevede anche l’aumento dello stipendio dei magistrati e degli ausiliari di giustizia. Saranno ristrutturati anche i tribunali. Secondo Radi, “i tribunali sono l’unità di produzione e la vetrina della giustizia: è importante quindi rimetterli a nuovo. Saranno quindi costruiti 22 tribunali, 4 corti di appello e 18 tribunali di prima istanza, per un costo di 800 milioni di dirham. Di qui al 2017, dovrebbe quindi essere risolto il problema della penuria di tribunali.  Altro impegno, la riforma dei distretti giudiziari, che saranno integralmente rivisti  per correggere le disparità tra le regioni. Il ministro punta anche all’informatizzazione, che favorisce la rapidità, ma anche la trasparenza dei giudizi. Tutti i magistrati sono stati dotati di un computer portatile e sono stati incoraggiati a servirsi di internet – “per migliorare la loro formazione”, spiega Hassan Al Kassem.

Moralizzare la professione
Ma per migliorare la qualità dei giudizi e moralizzare la professione, “bisogna assolutamente affrontare il tema della formazione e della selezione dei magistrati”, afferma il procuratore generale del re, Mustapha Fares. Secondo lui, i futuri magistrati dovranno essere sottoposti anche ad esami psicologici, per valutare la loro idoneità ad esercitare il mestiere, Auspica anche la possibilità di un reclutamento di ex avvocati ed ex cancellieri, di riconosciute qualità morali. “Ma i magistrati non lavorano da soli. Dipendono anche dai cancellieri, dagli avvocati, dagli ufficiali giudiziari”, aggiunge. Anche queste, professioni molto criticate e regolarmente accusate di corruzione. Contro questo flagello l’azione del Ministero resta tiepida. Ha istituito un numero verde per gli utenti che vogliano fare delle denunce. Ma il principio dell’inamoviblità dei magistrati, considerato “corruttogeno” dagli esperti, non sembra essere stato messo in discussione. “Come volete che un magistrato, che non si è mai preoccupato di avere una filosofia di vita, possa avere una vera nozione di diritto, equità e giustizia? Per la maggior parte sono dei tecnici puri del diritto, che applicano strettamente la legge”, si lamenta un avvocato di fama.  Questa situazione impedisce il consolidarsi di una giurisprudenza e tende a svuotare di effetti le numerose riforme legislative varate in questi ultimi anni. Quella del codice della famiglia, che era stata unanimemente salutata come un grande progresso per i diritti delle donne, ne è un esempio lampante, tanto la sua applicazione lascia a desiderare. Sotto accusa sono il conservatorismo di certi funzionari della giustizia, la loro formazione insufficiente, ma anche il fatto che i cittadini non conoscono i loro diritti e non sono capaci di difenderli. La creazione di un sistema di assistenza giudiziaria, finanziata in parte dall’Unione europea (UE), tarda a realizzarsi e i tempi lunghi contribuiscono a tardare l’applicazione del nuovo codice della famiglia.
Il ministro lo sa, la riforma della giustizia è un lavoro di grande respiro, i cui effetti non si realizzeranno da un giorno all’altro. Per il momento, intende favorire gli investimenti di funzionamento.  Sotto questo profilo, il nuovissimo tribunale di commercio di Casablanca è la migliore vetrina della sua azione. All’entrata una decina di terminali permettono agli utenti di accedere rapidamente al loro dossier. In fondo ad una sala imponente e lussuosa, le quattro aule di udienza sono tutte attrezzate con computer. Nell’ufficio del registro di commercio, vi sono delle persone che aspettano tranquillamente.  “Prima la gente  doveva mettersi in coda alle 4 del mattino e riusciva ad avere i documenti solo due o tre giorni dopo, il tempo di redigerli a mano”, testimonia un cancelliere.

Basta con le “misure di corto respiro”
Se pure si cominciano a vedere dei risultati, la strategia del ministro della giustizia non gode tuttavia di consenso unanime. L’ultimo rapporto UE lamentava che “il piano di azione 2008-2012 si concentra soprattutto sugli aspetti gestionali e sulla revisione legislativa”. In una intervista al quotidiano Le Matin, il rappresentante della Commissione europea a Rabat, Bruno de Thomas, aveva anche espresso delusione nei confronti della riforma della giustizia. “Nutro sufficiente affetto per questo paese per potermi permettere di dire che, se non vi sarà una riforma della giustizia, le cose non cambieranno mai veramente”. Un colpo duro per Abdelouahed Radi, tanto più che il diplomatico ha concluso affermando: “Ho deciso di non appoggiare la riforma della giustizia per l’anno prossimo perché non è adeguata”: E’ in questo contesto che bisogna comprendere il discorso che ha pronunciato Mohammed VI il 20 agosto, in occasione del 56° anniversario della “Rivoluzione del Re e del popolo”. Il Re esorta a smetterla con le “misure striminzite” e le esperienze negative frutto di un approccio unilaterale e parziale”. Un modo per incoraggiare il suo governo a dare prova di ambizione.
Al Ministero si assicura che le cose più importanti sono ancora da farsi. Sono al lavoro sette commissioni  su alcune proposte e si attende il loro rapporto. In cantiere vi sono grandi riforme. Sarà varata una revisione della legislazione, dal codice penale al codice di procedura civile. Saranno messe in campo nuove procedure di conciliazione, come l’arbitrato o la mediazione, per accelerare il corso della giustizia. Ma, soprattutto, un passo importante dovrà essere fatto nella direzione di una maggiore indipendenza dei giudici, attraverso la revisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che è competente sulle carriere dei magistrati. Ufficialmente il CSM è presieduto dal re, ma nei fatti è il vice-presidente, vale a dire il Ministro della Giustizia, a dirigerlo. E’ essenziale la riforma del modo di elezione di questa istituzione, per porre fine ad un sistema che favorisce l’intervento delle lobby e dei traffici di influenza.
Per il re, è l’”insieme del sistema giustizia” ad essere in crisi, ed egli intende rompere gli schemi correnti. Non è più tempo di accontentarsi di risanare le crepe, occorre modificare non solo il metodo della riforma, ma anche lo spirito che la caratterizza. E’ per questo il sovrano intende privilegiare un metodo partecipativo, perché tutti i soggetti interessati siano coinvolti. Auspica di “aprire la giustizia al mondo esterno”, perché la storia insegna che mai un apparato si è riformato da sé solo.

La giustizia sono io!
Col suo discorso il re non si è accontentato dunque di dare “un nuovo e forte impulso alla riforma”. Ha preso in mano la situazione e ricordato a tutti un principio fondamentale che si può riassumere con l’espressione: “La Giustizia sono io!”. In qualità di capo temporale e Comandante dei credenti, è insieme il primo magistrato del regno ed il garante dell’indipendenza della giustizia. E sa bene che, senza una giustizia forte che garantista l’uguaglianza tra i cittadini, è la stessa istituzione monarchica a rischiare di diventare più fragile. Oltraggiare la giustizia è oltraggiare la monarchia.
“In Marocco le ingiustizia sono dovunque. Nella scuola, in ospedale, nel lavoro. Se nemmeno la giustizia è in grado di ristabilire l’uguaglianza tra i cittadini, è tutta la società ad essere in pericolo”, sentenzia un utente.
Un invito al quale il Ministro della Giustizia non può restare sordo, giacché la riforma della giustizia rappresenta una posta centrale per l’edificazione di un Marocco moderno, dove viga lo stato di diritto.






Un po’ d’aria in prigione



Nell’aprile 2008, nove detenuti islamisti sono evasi dalla prigione di Kenitra in circostanze rocambolesche, degne di uno scenario holliwodiano. E’ stata l’occasione per i media di puntare i riflettori sullo stato penoso delle prigioni marocchine. Durante una conferenza stampa, Abdelouahed Radi è stato costretto a riconoscere l’ampiezza dei problemi. “Raggiungiamo in certi momenti cifre da record – ha ammesso -  che si avvicinano a 60.000 detenuti. La superficie media a disposizione di ciascun prigioniero non oltrepassa 1,5 metri quadri, mentre le norme internazionali fissano un minimo di 9 metri quadri per detenuto”. L’Osservatorio marocchino delle prigioni continua a suonare l’allarme: locali vetusti, episodi di mendicità all’interno delle prigioni, traffici di ogni genere, violazioni delle regole di igiene più elementari…  Cosa che non può stupire dal momento che un prigioniero marocchino ha diritto a 5 dirham (0,43 euro) di cibo, 60 centesimi  (0,05 euro) per cure e 20 centesimi (0,01 euro) per l’igiene. Le diverse evasioni di questi ultimi anni hanno rivelato l’esistenza di molte falle anche nel sistema di sorveglianza: con una guardia ogni 11 detenuti, il Marocco si distacca notevolmente dalle norme internazionali che esigono un rapporto 1 a 3.
Di fronte a questa situazione, il re Mohammed VI ha nominato, nel 2008, Moulay Hafid Benhachem delegato generale dell’amministrazione penitenziaria e del reinserimento. Sua missione: una “riforma radicale” delle prigioni. E’ stato varato un piano quinquennale – 2008/2012 – e, soprattutto, è stata prevista la creazione di 6000 nuovi posti.
Il Marocco dispone oggi di sole 59 prigioni e deve assolutamente dotarsi di nuove strutture per rispettare le convenzioni internazionali che ha firmato. Attualmente vi sono nove stabilimenti in costruzione e il piano ne prevede un’altra ventina da ultimare entro il 2015. Ma, per fare ciò, occorre assolutamente che il governo aumenti gli stanziamenti.   


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