Chronique de Palestine, 14 giugno 2018 (trad.ossin)
 
La Palestina non è sotto occupazione, è colonizzata
Ramzy Baroud 
 
Il 5 giugno segna il 51° anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme est, della Cisgiordania e di Gaza
 
Scene della guerra israeliana di annessione del 1967
 
Ma, in controtendenza rispetto alla massiccia mobilitazione popolare del 15 maggio che ha preceduto l’anniversario della Naqba – la catastrofica distruzione della Palestina nel 1948 –, l’anniversario dell’occupazione non provoca per nulla una mobilitazione altrettanto ampia.
 
La morte prevedibile del « processo di pace » oltre a quella inevitabile della « soluzione a due Stati » ha avuto per effetto di spostare l’attenzione, dalla questione della cessazione dell’occupazione in quanto tale, a quella più vasta e più globale del colonialismo israeliano in tutta la Palestina.
 
La mobilitazione popolare a Gaza e in Cisgiordania, e anche delle comunità beduine palestinesi del deserto del Néguev, ha una volta di più allargato la coscienza delle aspirazioni nazionali del popolo palestinese. A causa della visione limitata dei leader palestinesi, queste aspirazioni sono rimaste, per decenni, confinate a Gaza e alla Cisgiordania.
 
In un certo senso, l’ « occupazione israeliana » non è più un’occupazione secondo gli standard e le definizioni internazionali. Si tratta semplicemente di una fase della colonizzazione sionista della Palestina storica, processo cominciato più di un secolo fa e che ancora oggi prosegue.
 
« Il diritto dell’occupazione è prima di ogni altra cosa motivato da considerazioni umanitarie; sono solo i fatti sul terreno a determinare la sua applicazione », dichiara il sito Internet del Comitato Internazionale della Croce Rossa.
 
E’ per ragioni pratiche che usiamo spesso l’espressione « occupazione » a proposito della colonizzazione delle terre palestinesi occupate dal 5 giugno 1967, effettuata da parte di Israele. Usare questa espressione consente di porre costantemente l’accento sulle regole umanitarie che dovrebbero disciplinare l’azione di Israele, quale potenza occupante.
 
Tuttavia Israele ha già, e ripetutamente, violato la maggior parte delle condizioni che definiscono una « occupazione » dal punto di vista del diritto internazionale, sulla base del Regolamento di La Haye del 1907 (articoli 42-56) e della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949.
 
Secondo tali disposizioni, una « occupazione » è una fase provvisoria, una situazione temporanea che dovrà avere fine con l’applicazione dei principi di diritto internazionale relativi a quella situazione particolare.
 
« Occupazione militare » non vuol dire sovranità dell’occupante sull’occupato; non può include il trasferimento dei cittadini del territorio della potenza occupante verso i territori occupati ; non include la pulizia etnica ; la distruzione dei beni ; le punizioni collettive e l’annessione.
 
Si dice spesso che Israele è un occupante che ha violato le regole dell’occupazione come sono enunciate nel diritto internazionale. Questo si sarebbe potuto dire ancora uno, due o cinque anni dopo l’occupazione iniziale, ma non 51 anni dopo. Da occupazione si è trasformata in colonizzazione a lungo termine.
 
Una prova evidente ne è l’annessione da parte di Israele di terre occupate, come l’altopiano del Golan, siriano, e Gerusalemme est, palestinese, nel 1981. Una decisione assunta in violazione del diritto internazionale, del diritto umanitario e di qualsiasi altro diritto.
 
Da anni i politici israeliani dibattono apertamente dell’annessione della Cisgiordania, in particolare delle zone in cui sono presenti colonie ebraiche illegali, costruite in violazione del diritto internazionale.
 
Le centinaia di colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme est non sono fatte per essere strutture temporanee.
 
La divisione della Cisgiordania in tre zone, le zone A, B e C, ciascuna governata secondo diversi diktat e ruoli militari diversi, ha pochi precedenti in diritto internazionale.
 
Israele sostiene, contrariamente al diritto internazionale, che non è più potenza occupante a Gaza ; e tuttavia Israele impone un assedio terrestre, marittimo e aereo alla Striscia di Gaza da più di 11 anni. Dalle guerre che si sono succedute, e che hanno ucciso migliaia di persone, fino al blocco impenetrabile che ha spinto la popolazione palestinese sull’orlo della fame, Gaza sopravvive in stato di isolamento.
 
Gaza è un « territorio occupato » solo di nome, e nessuna delle regole del diritto umanitario vi viene applicata. Solo nelle ultime dieci settimane, più di 120 manifestati disarmati, giornalisti e personale medico, sono stati uccisi e 13.000 feriti. Eppure la comunità internazionale e il diritto internazionale si dicono incompetenti, incapaci di affrontare o sfidare i leader israeliani o di superare i veti statunitensi altrettanto insensibili.
 
I territori palestinesi occupati hanno da molto tempo smesso di essere “occupati” per diventare “colonizzati”. Ma vi sono ragioni per le quali noi siamo restati intrappolati nelle vecchie definizioni: la principale è l’egemonia politica statunitense nel discorso politico e giuridico relativo alla Palestina.
 
Uno dei maggiori successi politico e giuridico della guerra che Israele ha fatto col sostegno pieno e incondizionato degli Stati Uniti contro diversi paesi arabi nel giugno 1967, è stata la ridefinizione del linguaggio politico e giuridico sulla Palestina.
 
Prima di questa guerra, la discussione era soprattutto incentrata su questioni urgenti come il « diritto al ritorno » dei rifugiati palestinesi, perché potessero tornare alle loro case e riprendere possesso dei loro beni nella Palestina storica.
 
La guerra di giugno ha completamente ribaltato l’equilibrio del potere e consolidato il ruolo degli USA quale principale sostenitore di Israele sulla scena internazionale.
 
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato diverse risoluzioni che delegittimano l’occupazione israeliana : le risoluzioni 242 e 338 e la 497, meno citata ma altrettanto importante.
 
La risoluzione 242 del 1967 pretendeva il  « ritiro delle forze armate israeliane » dai territori occupati durante la guerra di giugno. La risoluzione 338, seguita alla guerra del 1973, ha accentuato e reso più chiara questa pretesa. La risoluzione 497 del 1981 è stata adottata dopo l’annessione dell’altopiano del Golan da parte di Israele. Dichiarava tale annessione « nulla e non avvenuta e senza effetti giuridici sul piano internazionale ».
 
Lo stesso vale per l’annessione di Gerusalemme e per tutte le costruzioni di colonie e dei tentativi israeliani diretti a modificare lo status giuridico della Cisgiordania.
 
Ma Israele opera secondo logiche del tutto diverse.
 
Considerando che tra 600 000 e 750 000 ebrei israeliani vivono attualmente nei « Territori occupati », e che il più grande insediamento di Modi’in Illit ospita più di 64 000 ebrei israeliani, è legittimo chiedersi quale tipo di modello di occupazione Israele stia praticando ?
 
Israele è un progetto coloniale di insediamento, cominciato quando il movimento sionista decise di costruire una patria per i soli ebrei in Palestina, a spese degli abitanti indigeni di questa terra, alla fine del XIX secolo.
 
Nulla è cambiato in seguito. Solo le apparenze, le definizioni giuridiche e il discorso politico. La verità è che i Palestinesi continuano a soffrire le conseguenze del colonialismo sionista e che continueranno a sopportarne il peso finché non si faranno i conti col peccato originale e ad esso si porrà rimedio secondo giustizia.
 
 
 
 
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