ProfileLe schede di Ossin, 5 giugno 2021 - Israele si alienerà il sostegno di Statunitensi ed Europei intelligenti, dello stesso giudaismo internazionale e dei musulmani di tutto il mondo. Diventerà chiaro a tutti che Israele è un passivo morale e strategico, un anacronismo nel mondo moderno...   

 

Unz Review, 1 giugno 2021 (trad. ossin)
 
Israele, un anacronismo nel mondo moderno
Oliver Boyd-Barrett (°)
 
Israele: il trovatello di un impero in declino (britannico), nel cortile di un altro (ottomano), all'ombra terrorizzante di un terzo (nazista), adottato da un quarto (USA) che tenta di servirsene per stabilire una forza imperiale per procura nel Medio Oriente, e contrastare i candidati che si disputano un ruolo di primo piano in vista del fallimento imperiale (inclusi sovietici, arabi e iraniani). Tutti hanno contribuito alla nascita e al consolidarsi di questa entità politica dominata dai coloni. Entità nucleare, dipendente, teocratica, basata sull'apartheid, di circa sette milioni di Israeliani (principalmente ebrei) e sette milioni di Palestinesi (soprattutto musulmani) – equivalenti a solo un terzo della popolazione della California – il cui perenne conflitto costituisce una minaccia sproporzionatamente altissima per un pianeta di otto miliardi
 
 
Tutte le amministrazioni statunitensi hanno sempre mostrato una deferenza istintiva verso gli interessi israeliani, compresa l'attuale squadra Biden-Blinken, che ha persino resuscitato una spumeggiante insistenza sul sostegno degli Stati Uniti alla soluzione a "due Stati" come l’unica possibile. Assisteremo ovviamente a qualche insignificante sceneggiata, che serva gettar fumo negli occhi e a tener buona la protesta democratica progressista. Ma quel che conta è che l’assurdità dei "due Stati" è deprimente a vari livelli, soprattutto per quello che rivela sull'odiosa combinazione di ignoranza, incomprensione, ipocrisia, e clamorosa assenza di qualcosa che assomigli all'immaginazione, negli uomini che reggono il Dipartimento di Stato degli USA. Se la soluzione a due Stati avesse avuto qualche possibilità di funzionare, a quest'ora avrebbe funzionato. Ha avuto come minimo venticinque anni di gestazione. È nata già morta. Non ha funzionato, perché mai avrebbe potuto funzionare.
 
Gli Accordi di Oslo del 1993 furono un imbroglio: pretendevano di sistemare una relazione tra un'entità onnipotente e un'entità impotente come se fossero uguali, in un assetto territoriale che non avrebbe mai potuto, e mai potrà, assicurare alcuna vita degna di essere vissuta, né alcun senso a qualunque cosa. Se Biden e Blinken non possono fare di meglio che tirare fuori lo shibboleth di una soluzione a due Stati, o vuol dire che non hanno alcuna influenza, o che non sono in grado di esercitare alcuna influenza, o che hanno scelto una strada che sanno bene essere un’assurdità. Le ragioni principali sono le seguenti. L'idea di una soluzione a due Stati è un impegno per la creazione di due entità feudali e teocratiche estremiste confinanti, di cui una è una potenza nucleare canaglia altamente militarizzata che dipende fortemente dai continui sussidi statunitensi per la sua esistenza, e l'altra è divisa tra un fantoccio assonnato (Al-Fatah), responsabile dell'Autorità Palestinese, e diversi gruppi jihadisti di cui Hamas è attualmente il più energico, pesantemente sovvenzionato da un cluster di potenze islamiche, arabe e iraniane, tutte portatrici di propri specifici interessi statali. Il confine comune, qualsiasi sia il mal di testa deforme e frammentato che un simile incubo possa provocare ai diplomatici, non è una panacea per le relazioni pacifiche.
 
Si presume generalmente che il riflesso istintivo di Biden-Blinken rifletta il bisogno profondo che gli Stati Uniti hanno di Israele come loro braccio nucleare in Medio Oriente, per tenere a bada e a cuccia tutte le potenze concorrenti della regione e per assicurare agli Stati Uniti il controllo delle fonti e delle rotte dei combustibili fossili. Questa idea, pure assai comune, è smentita da Larry Wilkerson, un colonnello dell'esercito degli Stati Uniti in pensione ed ex capo di stato maggiore del Segretario di Stato statunitense Colin Powell. Egli considera Israele non già come una risorsa strategica, ma come un peso strategico. Cita infatti i capi di stato maggiore congiunti del presidente Truman che definivano Israele un peso strategico, perché era circondato da 400 milioni di Arabi, anche se si preparava a instaurare un regime di apartheid (vedi il comunicato di Human Rights Watch del maggio 2021).
 
“Ecco perché ho detto in quel discorso, e l'ho ripetuto successivamente, pubblicamente e privatamente, che Israele è nel suo momento più pericoloso, e noi condividiamo con esso quel pericolo perché stiamo aiutando e favorendo questo Stato che non è una democrazia che esercita il potere brutalmente. È uno Stato molto più somigliante a coloro che opprimevano gli Ebrei negli anni Quaranta e alla fine degli anni Trenta, piuttosto che alla democrazia che prima conoscevamo, e questo non va bene per gli Stati Uniti e non va bene per Israele”
 
Wilkerson prevede che Israele perderà il sostegno degli Stati Uniti man mano che la portata delle sue atrocità contro la Palestina diventerà più visibile anche nei media tradizionali, le cui complicità sono sempre più messe in ridicolo dai media alternativi (vedi MediaLens sulla "punizione selvaggia di Gaza,"). Se Israele, la sua sconsiderata élite alimentata dalla fantasia di un Grande Israele, proseguirà ancora sulla strada dell'apartheid, cesserà di esistere. Gli Statunitensi si sveglieranno e capiranno che sovvenzionare uno Stato nucleare che non ha firmato il Trattato di non proliferazione è illegale, e capiranno anche tutto quello che c’è dietro questa realtà, a proposito del giudaismo internazionale e dell’influenza che esso ha esercitato sulla diplomazia del 21 ° secolo. Senza il sussidio degli Stati Uniti non c'è Israele.
 
Dal momento che il concetto di due Stati è una sciocchezza, c’è quindi una sola vera soluzione al conflitto israelo-palestinese. Quella di Uno Stato unitario, includente, laico, democratico e giusto nelle relazioni con tutti i suoi cittadini – non solo nel senso di garantire un’autentica parità di opportunità (che pure richiede massicci investimenti in istruzione, sanità, trasporti e alloggi per tutti), ma anche in termini di risarcimento integrale dei torti commessi in precedenza e di redistribuzione della ricchezza. Questo Stato deve essere indipendente dagli intrighi politici, finanziari e di altro tipo delle potenze occidentali e arabe. Non sarà facile, ma è possibile, con un duro lavoro, e infinitamente più possibile di quanto possa esserlo un accordo artificiale che prepari sempre più ostilità razzista, violenza e distruzione, obbrobrio internazionale, diseguaglianza di ricchezza e opportunità, la seduzione nichilista del ricorso alle armi nucleari.
 
Lo Stato fantoccio
 
A Israele e ai media statunitensi piace porre l’accento su quel che affermano essere un sostanzioso aiuto fornito dall'Iran alla Palestina. Non si preoccupano di capire come sia possibile che un paese come l'Iran, demonizzato dall'Occidente per la sua presunta aspirazione e quasi realizzazione (insistono) di un arsenale nucleare, e il cui status di "minaccia" in termini di tecnologia sofisticata richiede che Mossad e Stati Uniti assassinino sistematicamente scienziati e personale militare iraniani, possa essere responsabile dell'orribilmente bassa sofisticatezza e inefficacia delle armi palestinesi, che per la maggior parte, sono state paralizzate, fin dal 2011, dall'Iron Dome di Israele, un dono degli Stati Uniti al suo braccio regionale. Ciò vuol dire, o che l'Iran dispone di una tecnologia molto meno sofisticata di quanto la propaganda allarmista statunitense e israeliana ha bisogno di farci credere, o che l'Iran sciita non è del tutto entusiasta di sostenere la jihad sunnita in Palestina, oppure vuol dire che i Palestinesi sono del tutto autosufficienti nella fabbricazione di missili inefficaci (che lanciano in numero sempre maggiore per assicurarsi che almeno qualcuno riesca a penetrare nella cupola antimissilistica). Probabilmente sono vere tutte e tre le cose.
 
Il paese che davvero e incredibilmente dipende dalla buona volontà e dalle sovvenzioni estere è Israele. Gli USA forniscono a Israele quasi 10,5 milioni di dollari al giorno in aiuti militari, mentre danno ai Palestinesi 0 dollari in aiuti militari. È di gran lunga molto molto più di quanto gli Stati Uniti forniscano a qualsiasi altro Stato. Israele è stato il maggior beneficiario annuale dell'assistenza economica e militare diretta degli Stati Uniti dal 1976, e il maggior beneficiario totale dalla seconda guerra mondiale (142 miliardi di dollari in aiuti cumulativi totali, non adeguati all'inflazione, stimati al 2020. Complessivamente, il costo sostenuto dai contribuenti statunitensi può calcolarsi in diversi trilioni di dollari). Gli stanziamenti del presidente degli Stati Uniti in favore di Israele per l’anno 2021 rappresentano circa il 59% del finanziamento militare estero totale degli Stati Uniti in tutto il mondo, e un quinto del suo intero budget per gli aiuti esteri. L'aiuto finanziario militare annuale a Israele rappresenta circa il 20% del budget complessivo della difesa israeliano. La spesa per la difesa di Israele, in percentuale rispetto al suo prodotto interno lordo (5,3% nel 2019), è una delle più alte al mondo. Anche i sussidi statunitensi a Israele, pagati dai contribuenti statunitensi con un impatto negativo diretto sulla qualità della loro vita, alimentano l'economia israeliana. Contrariamente alle condizioni di solito praticate agli altri paesi, a Israele è consentito utilizzare più di un quarto degli aiuti militari statunitensi per acquistare attrezzature da produttori israeliani. Ciò ha rafforzato l'industria bellica israeliana, al punto che, nel 2020, era diventata l'ottavo esportatore di armi al mondo, esportando $ 7,2 miliardi di beni militari. Alcuni aiuti statunitensi alimentano altre parti dell'economia israeliana. Israele sta utilizzando una cifra stimata in 1,2 miliardi di dollari ogni anno (il 38,7% degli aiuti che riceve dagli Stati Uniti), per sostenere direttamente il proprio bilancio interno. Gli Stati Uniti contribuiscono anche con fondi per il programma di difesa missilistica congiunto USA-Israele, Iron Dome. Per l'anno fiscale 2021, il Congresso ha autorizzato a questo scopo 500 milioni di dollari.
 
Al contrario, gli Stati Uniti non hanno mai fornito aiuti militari ai Palestinesi. Tali aiuti si esauriscono in modesti contributi per il funzionamento della polizia e per esigenze umanitarie e di sviluppo. Essi vengono autorizzati solo dopo che il Congresso abbia ottenuto la prova che non siano destinati a "scopi letali". Il Dipartimento di Stato ha chiesto $ 215 milioni in assistenza economica e $ 35 milioni per la sicurezza non letale per i Palestinesi nell'anno fiscale 2019, cifre in calo rispetto alle precedenti medie annuali, rispettivamente di $ 400 milioni e $ 100 milioni. L'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) ha fornito al popolo palestinese un'assistenza economica indiretta attraverso fondi distribuiti alle ONG con sede negli Stati Uniti che operano in Cisgiordania e a Gaza. L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro in favore dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) riceve il sostegno finanziario degli Stati Uniti per cibo, alloggio, cure mediche e istruzione, in favore di molti dei rifugiati originari della guerra arabo-israeliana del 1947-1949 e delle loro famiglie, che ora raggiungono circa 5 milioni di Palestinesi in Giordania, Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza. L'assegnazione annuale degli Stati Uniti all'UNRWA ammonta a meno di un decimo dell'importo del suo aiuto militare a Israele, anche se questi fondi costituiscono quasi un terzo del budget dell'UNRWA. L'amministrazione Trump, nel 2018, ha annunciato la cessazione a tempo indeterminato di tutti i finanziamenti all'UNRWA da parte dagli Stati Uniti e, nel 2019, gli Stati Uniti hanno trattenuto tutti i fondi destinati all'Autorità palestinese in Cisgiordania. Queste misure avrebbero dovuto essere revocate dall'amministrazione Biden. 
 
Circa 50 milioni di dollari di assistenza statunitense ai Palestinesi finiscono ad Israele, che usa il denaro, in parte, per pagare i debiti palestinesi ai fornitori di servizi israeliani come le compagnie elettriche. Tutti questi aiuti alla Palestina, per la cui cura Israele ha una responsabilità nominale, consentono a Israele di utilizzare una parte maggiore del proprio budget per confiscare la terra palestinese e promuovere insediamenti illegali. Recenti ricerche hanno dimostrato che almeno il 78% del denaro degli aiuti internazionali alla Cisgiordania e a Gaza finisce nell'economia israeliana. Tra il 1973 e il 1991, una massiccia somma di $ 460 milioni di fondi statunitensi è stato destinato all’insediamento degli Ebrei in Israele, molti dei quali ora occupano le colonie illegali della Cisgiordania. Con il pretesto di donazioni di beneficenza, decine di milioni di dollari vengono regolarmente inviati a Israele sotto forma di "doni deducibili dalle tasse", per gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e Gerusalemme est. Altri soldi degli Stati Uniti finiscono nelle casse del governo israeliano attraverso altri sotterfugi.
 
Le gravi diseguaglianze tra gli aiuti destinati a Israele e alla Palestina, non sono solo motivo di critica dal punto di vista dei principi fondamentali di equità, ma consentono anche un paragone negativo tra la generosità dimostrata dagli Stati Uniti verso Israele e l'avarizia nei confronti degli stessi cittadini statunitensi. Ad esempio, in questo lungo periodo di pandemia, l'emittente progressista Sonali Kohatkar ha notato, nel maggio 2021, che oltre il 60% degli israeliani è vaccinato, ovvero 20 punti percentuali in più rispetto agli Stati Uniti. A causa soprattutto della generosità degli Stati Uniti, Israele registra tassi di mortalità infantile e materna inferiori rispetto agli Stati Uniti, probabilmente a causa della copertura sanitaria universale di cui godono i suoi cittadini e che apparirà negli Stati Uniti solo quando l'inferno si congelerà.
 
Stato dell'apartheid
 
Il sottosegretario generale delle Nazioni Unite e segretario esecutivo della Commissione economica e sociale delle Nazioni Unite per l'Asia occidentale, Rima Khalaf, ha presentato il rapporto ESCWA 2017 sulle pratiche israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell'apartheid, ed è il "primo del suo genere" prodotto da un organismo delle Nazioni Unite che "conclude chiaramente e francamente che Israele è uno stato razzista che ha stabilito un sistema di apartheid che perseguita il popolo palestinese". ESCWA comprende 18 Stati arabi dell'Asia occidentale, e persegue lo scopo di sostenere lo sviluppo economico e sociale degli Stati membri, su cui richiesta detto rapporto è stato preparato. Esso ha rilevato che la "frammentazione strategica del popolo palestinese" è il metodo principale attraverso il quale Israele impone l'apartheid, dividendo i Palestinesi in quattro gruppi soggetti a "leggi, politiche e prassi diverse". Sebbene gli agenti israeliani abbiano fatto del loro meglio per diffamare il rapporto e la Commissione che lo aveva prodotto, le conclusioni dell’ESCWA sono state confermate e aggiornate da un rapporto ancora più schiacciante dell'aprile 2021. di Human Rights Watch (Una soglia oltrepassata: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione).
 
Non è nemmeno la guerra il risultato peggiore dell'errore di valutazione imperiale rappresentato dalla fondazione di Israele. Molto più perniciosa è la sconcertante ingiustizia nei confronti del popolo palestinese, e la pretesa vanagloriosa di Israele all'immunità per tutte le ingiustizie commesse in oltre settant'anni.
 
Human Rights Watch ha dettagliato l'ampiezza dei misfatti perpetrati quotidianamente da Israele a dispetto delle accresciute disparità demografiche, pur di assicurarsi una maggioranza politica permanente fondata sulla razza e sulla religione. Il rapporto ha illustrato una serie di atti disumani compiuti dalle autorità israeliane nei Territori palestinesi occupati (OPT). Essi consistono in ampie restrizioni al movimento delle persone (palestinesi); confische di terreni; negazione categorica dei permessi di costruzione, costringendo migliaia di Palestinesi a lasciare le proprie case; negazione dei diritti di residenza a centinaia di migliaia di Palestinesi e ai loro parenti; un effettivo blocco dei ricongiungimenti familiari negli ultimi due decenni; sospensione dei diritti civili fondamentali, come la libertà di riunione e associazione, togliendo ai Palestinesi anche la voce.
 
Molti di questi abusi non hanno alcuna legittima giustificazione in nome della sicurezza; altri eccedono qualsiasi bilanciamento tra le esigenze di sicurezza e la gravità delle violazioni dei diritti che comportano. All'interno di Israele, il governo ha sistematicamente discriminato e violato i diritti dei Palestinesi, rifiutando di consentirne l'accesso alle terre confiscate, rendendo persino praticamente impossibile a decine di migliaia di Palestinesi nel Negev, ad esempio, di vivere legalmente nelle comunità in cui hanno abitato da decenni. Le autorità israeliane hanno rifiutato il riconoscimento legale a 35 comunità beduine palestinesi, rendendo impossibile ai loro circa 90.000 componenti di avere una residenza legale. L'obiettivo è massimizzare la terra disponibile per le comunità ebraiche. La legge israeliana considera illegali tutti gli edifici in villaggi non riconosciuti, e con tale disposizione ha giustificato la demolizione di 10 000 case beduine nel Negev tra il 2013 e il 2019.
 
Le autorità israeliane rifiutano di consentire agli oltre 700.000 Palestinesi fuggiti o espulsi nel 1948 e ai loro discendenti di tornare in Israele o nei Territori palestinesi occupati. Impongono restrizioni generalizzate alla residenza legale, che impediscono a molti coniugi e famiglie palestinesi di vivere insieme in Israele. In Cisgiordania, la terra confiscata, in gran parte di proprietà privata palestinese, rappresenta un terzo della terra totale che le autorità dichiarano "terreno statale". Il governo israeliano riconosce che più del 30% della terra utilizzata per gli insediamenti è di proprietà privata di Palestinesi. È praticamente impossibile per i Palestinesi ottenere permessi di costruzione in quelle parti della Cisgiordania (60%) sotto il pieno controllo israeliano. Dentro Israele, le autorità hanno confiscato tra il 65% e il 75% di tutta la terra che era di proprietà dei Palestinesi prima del 1948 e tra il 40% e il 50% della terra che apparteneva ai Palestinesi che sono rimasti dopo il 1948 e sono diventati cittadini di Israele. Tali politiche discriminatorie costringono i Palestinesi, che rappresentano quasi un quinto della popolazione israeliana, a concentrarsi in municipalità che hanno giurisdizione su meno del 3% di tutta la terra in Israele e che mancano delle opportunità di espansione naturale di cui godono le municipalità ebraiche.
 
Le autorità hanno limitato l'ingresso e l'uscita delle merci da e verso Gaza, limitando l'accesso ai servizi di base, devastando l'economia e facendo dipendere l'80% della popolazione dagli aiuti umanitari. L'elettricità fornita centralmente è disponibile dalle 12 alle 20 ore al giorno. L'acqua è estremamente scarsa e le Nazioni Unite considerano più del 96 % della fornitura idrica di Gaza "non adatta al consumo umano".
 
Pur consentendo ai coloni ebrei di muoversi liberamente all'interno della Cisgiordania, le autorità israeliane vietano a chi possegga documenti di identità palestinesi di entrare a Gerusalemme Est, e nelle aree controllate dagli insediamenti e dall'esercito, oltre la barriera di separazione, a meno che non ottengano permessi difficili da ottenere. Hanno eretto quasi 600 barriere permanenti, molte all’interno delle comunità palestinesi, che ne interrompono la vita quotidiana. La legge sulla cittadinanza israeliana del 1952 prevede una procedura riservata ai soli ebrei, per ottenere la cittadinanza automatica. Al contrario, la procedura per i Palestinesi condiziona la concessione della cittadinanza alla prova della residenza prima del 1948 nel territorio che divenne Israele, dell'inclusione nel registro della popolazione a partire dal 1952 e di una presenza continua in Israele o dell'ingresso legale nel periodo tra il 1948 e il 1952.
 
Israele ha ripetutamente espresso l'intenzione di mantenere il controllo di Gerusalemme Est per sempre. Secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), Israele ha espropriato più di un terzo di Gerusalemme est per la costruzione di insediamenti, nonostante il divieto, sancito dal diritto umanitario internazionale, di trasferire i civili nei territori occupati. Israele consente solo nel 13% di Gerusalemme Est, che già ospita 380.000 Palestinesi, la costruzione di case da parte di cittadini palestinesi. Poiché i permessi di costruzione sono in pratica costosi e difficili da ottenere, molte costruzioni vengono realizzate illegalmente, fornendo alle autorità il pretesto per demolire gli edifici e sfrattare i residenti.
 
“In gran parte di quest'area, Israele è l'unico potere di governo; nel resto, esercita l'autorità primaria insieme al limitato autogoverno palestinese. In queste aree e quasi sempre, le autorità israeliane privilegiano metodicamente gli Ebrei israeliani e discriminano i Palestinesi. Leggi, politiche e dichiarazioni dei principali funzionari israeliani chiariscono che l'obiettivo di mantenere il controllo ebraico israeliano su demografia, potere politico e terra ha guidato a lungo la politica del governo. Nel perseguimento di questo obiettivo, le autorità hanno espropriato, confinato, separato con la forza e soggiogato i Palestinesi, in virtù della loro identità, a vari gradi di intensità. In alcune aree, come descritto in questo rapporto, queste privazioni sono così gravi da costituire crimini contro l'umanità di apartheid e persecuzione”.
 
Dal 2008, l'esercito israeliano ha lanciato tre offensive militari su larga scala a Gaza nel contesto delle ostilità con gruppi armati palestinesi. Come descritto nel rapporto, tali offensive hanno registrato anche attacchi manifestamente deliberati a civili e infrastrutture civili, provocando la morte di oltre 2.000 civili. Inoltre, le forze israeliane hanno regolarmente sparato sui manifestanti palestinesi e su altri che si avvicinavano alle recinzioni che separano Gaza e Israele in circostanze in cui non rappresentavano una minaccia imminente per la vita, uccidendo 214 manifestanti solo nel 2018 e nel 2019, e mutilandone migliaia. Queste pratiche derivano da pratiche decennali di utilizzo della forza eccessiva e ampiamente sproporzionata per sedare proteste e disordini, a caro prezzo per i civili. Nonostante la frequenza di tali incidenti nel corso degli anni, le autorità israeliane non hanno mai messo a punto strumenti di controllo che fossero conformi alle norme internazionali sui diritti umani.
 
Diritti di voto disuguali
 
Escludendo Gaza, una persona su 4,5 che vive sotto il governo israeliano non ha diritto di voto; e si tratta (quasi) sempre di un Palestinese. Se si include Gaza, uno su tre non è rappresentato. È la Knesset israeliana a governare, fatta eccezione per la Striscia di Gaza che esercita un grado di indipendenza (molto) limitato dal disimpegno del 2005. Il resto del territorio è sotto il completo controllo israeliano. Il governo israeliano ha il monopolio dell'uso della forza in Cisgiordania, controlla la banca centrale e l'unica valuta (lo sheqel), riscuote alcune delle tasse dell'autorità e ha il pieno controllo dei confini. I Palestinesi che desiderano viaggiare fuori dal paese devono farlo attraverso i confini controllati da Israele e solo con permessi speciali rilasciati dall'esercito. Scrivendo nel 2012, il giornalista Noam Sheizaf calcolava che i parametri che determinano la partecipazione politica in Israele si scompongono secondo linee etniche e geografiche: in Cisgiordania, ad esempio, gli Ebrei possono votare mentre i loro vicini Palestinesi – indipendentemente dal fatto che vivano nell'Area A “palestinese” o nell'area “israeliana” - Area C – non votano. Le cose sono più complicate a Gerusalemme. Concludeva che 7.659.000 persone che vivono in territorio israeliano hanno diritto di voto, mentre 2.128.115 persone non hanno diritto di voto. Includendo Gaza, il numero dei non rappresentati sale a 3.820.372, ovvero circa una persona su tre.
 
Nel suo rapporto del 2019, Amnesty International ha evidenziato che, anche quando i Palestinesi vengono eletti, sono soggetti a normative e leggi discriminatorie che limitano la loro capacità di rappresentare e difendere i diritti della popolazione della minoranza palestinese. Detto rapporto, Elected but Restricted , ha dimostrato che il diritto alla libertà di espressione dei membri palestinesi della Knesset (MKs) è sempre sotto minaccia di modifiche legislative discriminatorie, proposte di legge e regolamenti della Knesset. Ha messo in evidenza la retorica incendiaria usata dai ministri del governo israeliano per stigmatizzare i Parlamentari palestinesi e come le proposte di legge presentate dai parlamentari palestinesi vengano ingiustamente discriminate.
 
Radicato nel conflitto imperiale
 
La nascita di Israele non ha affatto radici nella colpa collettiva per l'orrendo trattamento del popolo ebraico da parte della Germania nazista (sebbene esso abbia molto contribuito a creare confusioni nella partita per la Palestina, negli anni '40), ma in un ben precedente, e arrogante, disegno di perseguimento dell'interesse imperiale a breve termine da parte dei Britannici, realizzato promettendo ai sionisti una terra di altri.
 
La rivendicazione di una patria ebraica in Palestina risale almeno al primo congresso sionista del 1897 e venne recepita, nel 1917, con una dichiarazione di Arthur James Balfour, il ministro degli esteri britannico, a Lionel Walter Rothschild, secondo barone Rothschild (di Tring), un leader della comunità anglo-ebraica. Tale dichiarazione impegnava la Gran Bretagna a "stabilire in Palestina un focolare nazionale per il popolo ebraico". Essa tuttavia aggiungeva che "non sarà fatto nulla che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina". Da notare che il documento non fa menzione dei diritti politici o nazionali di queste comunità, e non le cita nemmeno per nome.
 
La Dichiarazione Balfour fu approvata dalle principali potenze alleate, fu inclusa nel mandato britannico sulla Palestina e formalmente approvata dalla neonata Società delle Nazioni il 24 luglio 1922. Il Mandato per la Palestina includeva un obbligo vincolante per il governo britannico alla “istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.
 
Nel maggio 1939, tuttavia, il governo britannico pose un limite di altri 75.000 immigrati e fissò la fine dell'immigrazione entro il 1944, a meno che gli Arabi palestinesi residenti nella regione non acconsentissero ad un'ulteriore prolungamento. Nel 1947 la Commissione Speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina raccomandò la spartizione della Palestina in uno Stato ebraico e uno arabo, e le Nazioni Unite adottarono la risoluzione 181 (nota anche come risoluzione di spartizione) che divideva l'ex mandato palestinese della Gran Bretagna, prevendendo l’istituzione di uno Stato ebreo e di uno arabo nel maggio 1948, in coincidenza con la cessazione del mandato britannico. Secondo la risoluzione, l'area di importanza religiosa che circonda Gerusalemme sarebbe rimasta un corpus separatum, sotto il controllo internazionale delle Nazioni Unite. Il 14 maggio 1948, David Ben-Gurion, il capo dell'Agenzia Ebraica, proclamò l'istituzione dello Stato di Israele, che fu immediatamente riconosciuto dal presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman.
 
Successione infinita di guerre
 
Oltre ai conflitti tra Palestinesi e coloni ebrei prima della seconda guerra mondiale, e tra coloni ebrei e l'esercito di occupazione britannico (l'insurrezione ebraica nella Palestina mandataria) dalla fine degli anni '30 in poi, i principali conflitti scoppiati tra Israele e potenze arabe, provocati dalla situazione dei Palestinesi:
 
- Guerra arabo-israeliana del 1948 (novembre 1947 - luglio 1949) tra milizie ebraiche e arabe, che portò agli accordi di armistizio del 1949 tra Israele, Giordania, Libano e Siria, e alle linee di armistizio tra Israele e i suoi vicini, note anche come linea verde.
 
- Insurrezione fedayn palestinese (1950-1960) che si concretò nell'infiltrazione di guerriglieri arabi provenienti da Siria, Egitto e Giordania, per effettuare attacchi contro civili e soldati israeliani.
 
- Guerra dei sei giorni (giugno 1967) tra Israele e i vicini arabi, Egitto, Giordania e Siria. Anche l'Iraq, l'Arabia Saudita, il Kuwait, l'Algeria ed altre nazioni arabe parteciparono rifornendo con truppe ed armi gli alleati in prima linea. Israele ha vinto questo conflitto, e il suo territorio si è ampliato in modo significativo annettendo la Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), le alture del Golan, il Sinai e Gaza. (Il Sinai fu poi restituito all'Egitto nel 1979 in seguito agli accordi di Oslo).
 
- Guerra di logoramento (1967-1970) tra Israele, Egitto, URSS, Giordania, Siria e Organizzazione per la Liberazione della Palestina, concretatasi in un fallito tentativo dell'Egitto di recuperare il Sinai.
 
- Guerra dello Yom Kippur (ottobre 1973) tra una coalizione di Stati arabi guidati da Egitto e Siria contro Israele, nel tentativo fallito di riconquistare i territori persi agli israeliani nella Guerra dei sei giorni
 
- L'insurrezione palestinese nel Libano meridionale (1971-1982). Seguì il trasferimento dell'OLP dalla Giordania al Libano meridionale, e i successivi attacchi a Israele. L'operazione israeliana Litani cercò di espellere le forze dell'OLP dal territorio.
 
- 1982 Guerra del Libano (1982) in cui le forze di difesa israeliane invasero il Libano meridionale ed espulsero l'OLP dal territorio e crearono una zona di sicurezza israeliana nel Libano meridionale.
 
- Conflitto del Libano meridionale (1985-2000) tra le forze di difesa israeliane, e le sue milizie cristiane libanesi per procura, contro la guerriglia musulmana libanese, guidata da Hezbollah, sostenuto dall'Iran, nel sud del Libano.
 
- Prima Intifada (1987-1993), la prima rivolta palestinese su larga scala contro Israele in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
 
- Al-Aqsa Intifada (2000-2005) – la seconda rivolta palestinese.
 
- 2006 Guerra del Libano (estate 2006) tra le forze paramilitari di Hezbollah e l'esercito israeliano, risolta da un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite nell'agosto 2006 e la revoca da parte di Israele del blocco navale del Libano a settembre.
 
- Guerra di Gaza o Operazione Piombo Fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009) tra Israele e Hamas. Israele ha dichiarato la fine del conflitto il 18 gennaio e ha completato il suo ritiro il 21 gennaio 2009.
 
- 2012 Operazione israeliana Pillar of Defense (novembre 2012) un'offensiva sulla Striscia di Gaza.
 
- 2014 Gaza War o operazione Protective Edge (luglio-agosto 2014), un'offensiva sulla Striscia di Gaza.
 
- Crisi israelo-palestinese del 2021 o Operazione Guardian of the Walls (maggio 2021)
 
Dal 2008, quindi, l'esercito israeliano ha lanciato quattro offensive militari su larga scala a Gaza. Nel corso delle quali sono rimasti uccisi oltre 2.000 civili, e spesso deliberatamente. Le forze israeliane hanno regolarmente sparato sui manifestanti palestinesi e su altri che si avvicinavano alle recinzioni che separano Gaza e Israele, uccidendo 214 manifestanti solo nel 2018 e nel 2019 e mutilandone migliaia.
 
Totalmente prevedibile e previsto
 
Questo massacro perenne era da tempo annunciato. Da tempo si sono levate voci preoccupate, indicate da Ron Forfother, soprattutto la Commissione King-Crane degli Stati Uniti incaricata di esaminare la questione della Palestina nel 1919, che si rese conto che l'istituzione di uno Stato sionista si poteva probabilmente ottenere solo attraverso la cacciata dei Palestinesi e con la forza delle armi. Il rabbino Judah L. Magnes, primo presidente dell'Università Ebraica di Gerusalemme, scrisse nel 1929 per opporsi a una patria ebraica in Palestina "costruita su baionette e oppressione". Non potrebbe mai esserci pace senza un cambiamento radicale nell'ideologia sionista. Il Mahatma Gandhi disse nel 1938 che il successo dell'insediamento degli Ebrei in Palestina avrebbe potuto esservi solo in presenza di un consenso da parte delle popolazioni arabe. Albert Einstein era scettico sul fatto che la natura dell'ebraismo fosse conciliabile con l'idea di uno Stato ebraico. Nel 1942 nacque l'American Council for Judaism che respingeva l’idea di uno Stato esclusivamente ebraico, in quanto non democratico. Loy Henderson, direttore dell'Ufficio per gli affari del Vicino Oriente e dell'Africa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel 1947 sostenne che il piano dell'UNSCOP (Comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina), se adottato, avrebbe innescato un conflitto permanente e avrebbe comportato la violazione di vari principi della stessa Carta delle Nazioni Unite, come l'autodeterminazione e il governo della maggioranza, sostenendo la nascita di uno Stato razzista teocratico, e consentendo discriminazioni per motivi di religione e razza contro le persone al di fuori della Palestina. L’eminente filosofo Bertrand Russell disse nel 1970 che la tragedia della Palestina consisteva nella consegna di un paese, da parte di una potenza straniera, a un popolo diverso, rendendo permanentemente senza casa molte centinaia di migliaia di persone innocenti. 
 
Ragioni dell’insurrezione
 
Solo inserendoli in questo più ampio contesto storico di abusi, si possono comprendere i singoli scoppi di sovversione o resistenza palestinese alle forze israeliane, come è avvenuto per undici giorni nel maggio 2021. A ciò deve aggiungersi che l'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva revocato, nel 2020,  un pacchetto di aiuti da 200 milioni di dollari alla Palestina (ripristinato dal suo successore, Joe Biden, nel maggio 2021), offrendo ai Palestinesi un "Accordo del secolo" totalmente inaccettabile, che pretendeva che i Palestinesi riconoscessero Israele come Stato ebraico con l’intera Gerusalemme come sua capitale, che rinunciassero al diritto al ritorno che consentirebbe ai profughi palestinesi di vivere in Israele, che accettassero l'annessione della Valle del Giordano e degli insediamenti illegali israeliani e, come ha detto The Guardian, di vivere in una serie di Bantustan (di fatto inaugurati dai tanto decantati accordi di Oslo del 1993) collegati da strade e tunnel che sarebbero stati tutti essenzialmente controllati da Israele (praticamente un'estensione della realtà attuale).
 
Causa immediata dell'insurrezione
 
I raid notturni e le violenze della polizia israeliana e degli estremisti ebrei contro i Palestinesi nella devastata Gerusalemme Est, collegati agli sgomberi forzati delle famiglie dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah, sono cause immediate più che sufficienti. Le violenze e i saccheggi ebraici sono state guidate da una direzione ben coordinata composta da gruppi estremisti sionisti ed ebrei, secondo il giornalista Ramzy Baroud, tra cui il partito Otzma Yehudit e il Movimento Lehava, con il supporto implicito o esplicito di politici israeliani, tra cui il membro della Knesset Itamar Ben-Gvir e il vice sindaco di Gerusalemme, Arieh King. Un altro fattore, spiega Baroud, è il sistema giudiziario israeliano, che ha fornito quella che lui descrive come una patina di legalità per cacciare gli abitanti palestinesi di Gerusalemme. La base legale è la legge sulle questioni legali e amministrative del 1970, che consente agli Ebrei di citare in giudizio i Palestinesi per proprietà che affermano di aver posseduto prima della fondazione di Israele sulle rovine della Palestina storica nel 1948. Ai Palestinesi non è per contro consentito di intentare analoghe azioni giudiziarie per rivendicare le proprietà da cui sono stati cacciati. Le case confiscate vengono spesso vendute alle organizzazioni di coloni ebraici per costruire ancora più colonie sui territori palestinesi occupati. A febbraio, la Corte Suprema israeliana aveva riconosciuto ai coloni ebrei il diritto di impossessarsi delle case palestinesi a Sheikh Jarrah, ammettendo che i Palestinesi potessero rinunciare ai diritti di proprietà sulle loro case e continuare a viverci come inquilini.
 
Prima che scoppiasse la rivolta in maggio, le peggiori ingiustizie subite dai Palestinesi erano state affrontate, nel 2021, durante una discussione organizzata dalle Nazioni Unite, dal titolo, Fornire assistenza critica ai rifugiati palestinesi: sfide e opportunità in un contesto complesso. Philippe Lazzarini, il commissario generale dell'UNRWA, ha parlato ai partecipanti della crescente disperazione nei campi profughi della Cisgiordania, Gaza, Giordania, Libano e Siria. Gwyn Lewis, direttore delle operazioni dell'UNRWA in Cisgiordania, ha parlato del drammatico impatto del Covid sull'economia: il 40% delle famiglie in Cisgiordania ha subito un calo del reddito di oltre la metà [e] la disoccupazione è aumentata nei campi del 23%. A Gaza la disoccupazione ha raggiunto il 49%.
 
L'intifada del maggio 2021 non è stata la più sanguinosa, ma potrebbe essere stata la più significativa delle tre susseguitesi dal 2008 - date le strane lacune della politica statunitense dopo l'arrogante intervento del genero del presidente Trump, il "piano di pace" del 2019 di Jared Kushner. (I rappresentanti palestinesi hanno respinto l'intero piano fin dall'inizio e hanno rifiutato di esserne coinvolti in qualsiasi modo). La rivolta del maggio 2021 ha visto molti più Palestinesi in Israele che protestavano per una maggiore uguaglianza e la fine della discriminazione, ed ha denunciato l’inaccettabilità dei "Bantustan" dell'Accordo di Oslo, che hanno dato luogo a quattro diverse fasi della crisi israelo-palestinese. Almeno 279 palestinesi sono stati uccisi (rispetto ai 12 morti israeliani), inclusi 66 bambini e 39 donne, e altri 1.948 feriti negli attacchi israeliani a Gaza, secondo il ministero della Salute palestinese. Più di 525 aziende sono state danneggiate o distrutte, tra cui almeno 50 fabbriche, insieme a centinaia di piccole imprese. I tagli all'elettricità e le sospensioni israeliane delle consegne di carburante hanno fatto il resto. Le autorità israeliane hanno chiuso la maggior parte della zona di pesca di Gaza, il che significa che quasi 3.600 pescatori hanno perso reddito giornaliero e cibo (nel 2012 Israele ha negato a più di 3.000 pescatori palestinesi l'accesso all'85% delle aree marittime concordate nel 1995). L'ONU ha stimato che quasi 450 edifici sono stati danneggiati, tra cui sei ospedali, 53 scuole e 11 centri di assistenza sanitaria di base. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono stati più gravi di quelli condannati regolarmente, e spesso erroneamente, dall’Occidente provocati dal governo di Assad alle milizie ribelli, nel corso delle operazioni di recupero del territorio siriano sovrano occupato dagli jihadisti fin dal 2015. Più di 1 000 unità abitative in 258 edifici sono state distrutte. 14 500 abitazioni hanno subito danni. Più di 100 000 persone sono state sfollate e circa 10 volte quel numero aveva scarso accesso all'acqua conduttiva a causa della distruzione di tre grandi impianti di desalinizzazione, nonché delle linee elettriche e delle fognature. 400 000 persone hanno perso l’accesso regolare all’acqua pulita, impedendo l'igiene di base. Già prima delle recenti ostilità, il consumo medio giornaliero di acqua era di appena 88 litri pro capite, al di sotto del fabbisogno ottimale globale di 100 litri. Inoltre, la polizia israeliana ha effettuato oltre 1 500 arresti, per il 90% Palestinesi, nonostante un numero significativo di aggressioni da parte di gruppi ebraici di destra. Altre 500 persone sono ricercate.
 
Le prime elezioni parlamentari e presidenziali palestinesi in 15 anni si sarebbero dovute svolgere a maggio e luglio, ma Abbas (al potere dal 2009) le ha rinviate a tempo indeterminato, poiché il governo israeliano si era rifiutato di consentire lo svolgimento delle elezioni a Gerusalemme Est. Un sondaggio d'opinione condotto da Israel Channel 13 prima del conflitto aveva rilevato che il 32 per cento degli elettori palestinesi sosteneva Hamas, e solo il 17 per cento il Fatah di Mohammad Abbas. Un altro 13,9% sosteneva Mohammed Dahlan, un rivale di Abbas. Per la presidenza dell'AP, quasi il 28 per cento sosteneva il leader di Hamas Ismail Haniyeh e l'11 per cento Abbas. In effetti, quindi, sia Israele che Fatah avevano motivo di sospettare che le elezioni previste non avrebbero favorito i loro interessi e avevano quindi entrambi interesse a cancellarle. L'Autorità Palestinese (AP) ha adottato un profilo basso durante la rivolta di maggio, limitandosi a emettere condanne pro forma della campagna di bombardamenti israeliana e dell'incredibile numero di morti che ha causato. I leader civici, in particolare i giovani palestinesi, hanno riempito il vuoto, organizzando uno sciopero generale in tutta la Cisgiordania occupata e in Israele contro i crimini di guerra israeliani. Significativamente, lo sciopero ha unito i Palestinesi che sono cittadini di Israele e quelli che non lo sono.
 
Una bomba demografica a orologeria
 
Circa 6,8 milioni di Ebrei israeliani e 6,8 milioni di Palestinesi vivono oggi tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, un'area che comprende sia Israele che i Territori palestinesi occupati, questi ultimi costituiti dalla Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e dalla Striscia di Gaza. La popolazione di Israele vera e propria è sotto i 9 milioni nel 2021 (8,8 milioni) e gli Ebrei rappresentano il 74%, un leggero calo che ha segnato un numero crescente di quelli di origine araba. Dall'istituzione dello Stato, la popolazione è aumentata di circa dieci volte, principalmente a causa dell'elevata immigrazione di Ebrei nel paese. Negli ultimi anni la popolazione ebraica è cresciuta di circa l'1,8% a fronte di un tasso di crescita del 2,4% per la popolazione araba.
 
Israele nel 2021 ospita circa la metà della popolazione mondiale di ebrei. La popolazione ebraica "principale" del mondo, quella che si identifica soprattutto come ebraica, era di 14,6 milioni nel 2018. La popolazione ebraica "connessa", compresi coloro che affermano di essere in parte ebrei o che hanno un background ebraico da almeno un solo genitore ebreo, oltre alla popolazione ebraica di base, era di 17,8 milioni. Anche negli Stati Uniti d'America vi è una grande popolazione di ebrei, circa 7 milioni, e la maggioranza vive a New York, California, Florida e New Jersey. Queste sono le uniche due nazioni con una popolazione ebraica che supera 1 milione.
 
Il governo israeliano cerca di garantire che gli Ebrei israeliani mantengano il dominio su Israele e nei Territori Occupati. La Knesset nel 2018 ha proclamato Israele lo "stato-nazione del popolo ebraico", dichiarando che, all'interno di quel territorio, il diritto all'autodeterminazione "è unico per il popolo ebraico" e stabilendo "l'insediamento ebraico" come valore nazionale. Per sostenere il controllo ebraico, le autorità israeliane hanno adottato politiche volte a mitigare quella che hanno apertamente descritto come la "minaccia" demografica rappresentata dai Palestinesi. Questa è la base del movimento per l'apartheid palese identificato da Human Rights Watch (vedi sopra).
 
Le politiche dell'apartheid cercano di limitare la popolazione e il potere politico dei Palestinesi, garantiscono il diritto di voto solo ai Palestinesi che vivono entro i confini di Israele, quelli del 1948, e limitano la possibilità dei Palestinesi di trasferirsi in Israele dai Territori Occupati e da qualsiasi altra parte in Israele e nei Territori occupati. Altre misure prevedono la "separazione" dei Palestinesi tra la Cisgiordania e Gaza, la prevenzione della circolazione di persone e merci all'interno dei Territori Occupati e la "giudaizzazione" di aree con significative popolazioni palestinesi, tra cui Gerusalemme, la Galilea e il Negev in Israele.
 
Conclusione
 
Israele rischia di diventare uno Stato fallito. Il suo motore demografico garantirà col passare del tempo la superiorità numerica degli Arabi sugli Ebrei, anche nella stessa Israele. Ciò costringerà un'autorità teocratica e razzista a misure repressive e brutali sempre maggiori contro i diritti dei Palestinesi in Israele e per cacciare i Palestinesi dai Territori palestinesi occupati. Le loro azioni alieneranno alle autorità israeliane il sostegno di Statunitensi ed Europei intelligenti, dello stesso giudaismo internazionale e dei musulmani di tutto il mondo. Per ragioni umanitarie, ma anche strategiche, diventerà ovvio che Israele è diventato un passivo morale e strategico, un anacronismo nel mondo moderno. Ciò avrà implicazioni negative sulla sua capacità di attrarre investimenti. Ci saranno troppi altri modi per fare soldi. Cina e Russia saranno percepite come partner migliori e più sicuri dei vassalli statunitensi e dell’egemonia statunitense che affonda. La Turchia e l'Arabia Saudita, anche l'Iran sciita (in alleanza con la Siria baathista) troveranno modi più sottili per sollevare il mantello dell'identità religiosa e salvaguardare gli interessi regionali di tutti i musulmani dentro e intorno a Israele. Sotto pressioni economiche, politiche, culturali e ambientali sempre più intense, intellettuali israeliani e leader religiosi liberali, in associazione con alleati negli Stati Uniti e movimenti per la pace ovunque, rivolgeranno più seriamente la loro attenzione a visioni alternative dello Stato unitario per una nuova entità politica equa ed estranea a politiche identitarie. I politici statunitensi impareranno a seguire. 
 
(*) Oliver Boyd-Barrett è professore emerito alla Bowling Green State University, Ohio, e alla California State Polytechnic University, Pomona. È un esperto di media internazionali, notizie e propaganda. È possibile accedere ai suoi scritti tramite abbonamento su Substack all'indirizzo https://oliverboydbarrett.substack.com.
 
 
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