L’Expression, 18 novembre 2010

Il Marocco reprime in Sahara Occidentale. L’ONU chiude gli occhi
di Mohamed Touati

Il Fronte Polisario si prepara probabilmente a rivedere la sua posizione nei confronti del processo di pace

Lo statu quo nel quale si trova il Sahara Occidentale è diventato insopportabile. La pazienza dei Saharawi ha dei limiti. E ci hanno tenuto a farlo sapere. “Se non vi saranno progressi a breve termine, il Fronte Polisario sarà costretto a riconsiderare la sua posizione nei confronti dell’insieme del processo”, ha avvertito il rappresentante della RASD presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. La pace nel Sahara Occidentale è appesa a un filo.
“Se l’ONU non si decide ad adempiere alle sue stesse promesse ripetute per risolvere il conflitto e non si decide a fare qualcosa per proteggere il nostro popolo, saremo obbligati a farlo noi stessi”, ha avvertito il diplomatico saharawi. Centinaia di rifugiati saharawi hanno chiesto al Fronte Polisario di riprendere le armi. Un dispaccio dell’agenzia di stampa saharawi (SPS) del 13 novembre 2010 ha riferito che essi “hanno manifestato  la loro disponibilità a prendere le armi ed a sacrificarsi per la liberazione del loro paese” in un messaggio indirizzato al presidente saharawi Mohamed Abdelaziz.
La sanguinosa aggressione contro i rifugiati saharawi del campo di Gdeim Izik ha messo a nudo l’incapacità dell’Organizzazione delle nazioni unite a proteggere le popolazioni saharawi dei territori occupati dalla repressione posta in essere dalle forze di occupazione marocchine. I responsabili saharawi hanno tenuto a porre il Consiglio di sicurezza di fronte alle sue responsabilità. “Il sangue di diverse decine di cittadini saharawi, sparso in questi ultimi giorni dopo l’attacco militare marocchino, è stata la dolorosa conseguenza dell’incapacità del Consiglio di sicurezza a proteggere la popolazione saharawi in vista della soluzione della contesa tra il Sahara occidentale e il Marocco che permetta l’autodeterminazione del popolo saharawi, così come richiesto da numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dal diritto internazionale”, ha scritto il rappresentante del Fronte Polisario all’ONU in una lettera indirizzata lunedì al presidente del Consiglio di sicurezza.
Ciò che è accaduto l’8 novembre a Laayoune è stato mantenuto nell’ombra più completa grazie al black-out imposto dalle forze marocchine. L’informazione è stata bloccata e i giornalisti non favorevoli al progetto di autonomia marocchina, considerati persona non grata, sono stati mandati via o espulsi. La Comunità internazionale aveva diritto di sapere. “Io ho inviato una lettera in tal senso al presidente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Bisogna che si conosca tutta la verità su quanto è accaduto”, ha confidato Ahmed Boukhari all’AFP.
Il rappresentante del Fronte Polisario non sembra tuttavia farsi molte illusioni sull’esito della sua iniziativa. “Temiamo che non si saprà mai ciò che è realmente accaduto. Il solo mezzo per fare luce è inviare una missione che accerti i fatti. Altrimenti non potremo continuare a negoziare come se niente fosse successo. Noi abbiamo diritto alla verità, a tutta la verità”, ha aggiunto. Secondo un bilancio provvisorio fatto dal Polisario, l’assalto omicida contro il campo di Gdeim Izik avrebbe provocato decine di morti e più di 4500 feriti. “Ci troviamo a un bivio. Lo statu quo non è più un’opzione. L’impegno continuo del Fronte Polisario in questo processo è stato male interpretato. Il popolo del Sahara occidentale non può attendere indefinitamente un processo dell’ONU che dura diversi decenni, che niente altro ha prodotto se non una occupazione oppressiva, il furto delle sue risorse naturali, e una popolazione saharawi divisa da un muro militare fortificato lungo 2700 km”, ha scritto nella sua lettera a Sir Mark Lyall Grant il diplomatico saharawi.
Annunciati per il mese di dicembre prossimo a Ginevra, i negoziati tra il Fronte Polisario e il Marocco emanano un forte odore di polvere.  



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