El Pais, 23 novembre 2010

Smentita la versione ufficiale del Governo marocchino
di Tomas Barbulo (inviato speciale)

Alcune testimonianze raccolte dal quotidiano spagnolo El Pais smentiscono la versione ufficiale del Governo marocchino, secondo cui l’esercito non avrebbe fatto uso di armi da fuoco durante l’assalto al campo di Gdeim Izik e gli arrestati non sarebbero stati torturati

Lasiri Salek assicura che si trovava nell’accampamento di Gdeim Izik il giorno 8 ottobre, quando è arrivata la polizia marocchina per smantellarlo; oggi mostra una ferita d’arma da fuoco al braccio sinistro. Ahmed Gachbar Baillal entrò coi suoi piedi nel commissariato di Laayoune il 9 ottobre e ne uscì tre giorni dopo, incapace di sostenersi sulle proprie gambe; adesso sta su una sedia a rotelle.
Entrambi i testimoni contraddicono due affermazioni categoriche rilasciate domenica dal governatore di Laayoune, Mohamed Jelmouss, ai corrispondenti stranieri della capitale del Sahara Occidentale. La prima, che le forze dell’ordine non fecero uso di armi da fuoco durante l’assalto all’accampamento saharawi, né durante la successiva repressione dei moti che hanno scosso la città. La seconda, che i detenuti non sono stati torturati.



Lo stretto controllo al quale la polizia sottopone gli informatori ha reso impossibile un incontro faccia a faccia tra El Pais e Lasiri Salek. Come altri saharawi feriti nel corso dei fatti di Gdeim Izik, egli rimane nascosto. Non ha avuto nemmeno il coraggio di andare in ospedale.  Così ha dovuto girare un video con le sue dichiarazioni e inviarlo tramite una persona di fiducia. Sullo schermo, Lasiri Salek, di 29 anni, mostra i fori di ingresso ed uscita di un proiettile nel suo avambraccio sinistro. Aggiunge che, insieme a lui, è stato ferito da due proiettili, alla spalla e alla gamba, un amico il cui nome non rivela. Egli sostiene inoltre di aver visto una donna attinta da colpi d'arma da fuoco, il cui destino gli è ignoto. "Molte persone nella mia stessa situazione sono rimasti feriti nel campo," aggiunge.
Baillal Gachbar Ahmed, 38 anni, che accetta di ricevere El Pais anche se tre ufficiali di polizia hanno seguito il giornalista fino alla porta della sua casa. "So che quando ve ne andrete mi porteranno in commissariato per interrogarmi, ma non ho paura", ha detto dalla sedia a rotelle nella sua casa del quartiere di Colominas Nueva.
Baillal, che ha la carta d'identità spagnola (numero 4539558700), dice che otto poliziotti armati di mitra lo hanno arrestato il giorno 9 a casa sua, gli hanno bendato gli occhi e legato le mani dietro la schiena per portarlo via in auto. "Non sapevo dove mi trovavo. Sentivo persone che urlavano e piangevano intorno a me." Lo hanno picchiato con bastoni e cinghie per ore. "Ero stato più volte a Gdeim Izik e mi hanno interrogato su tutta la mia vita", dice. Il giorno 10, un poliziotto gli diede un calcio sui reni e cadde a terra.
"Ho detto loro che non potevo camminare né muovermi, e per tutta risposta mi hanno urlato: muori! Poi mi hanno tolto la benda dagli occhi. A questo punto ho capito che mi trovavo nella stazione di polizia che sta vicino alla wilaya (sede del governo). Quattro poliziotti mi hanno afferrato per le braccia e le gambe e mi hanno portato davanti ad un alto funzionario, che mi ha ordinato di uscire. Ho insistito sul fatto che non riuscivo a muovermi e ho chiesto un'ambulanza, ma lui me la ha negata. Mi ha detto: 'Vuoi uscire? Non dire mai ciò che è successo qui, altrimenti ti porto in un posto dove non vedrai più il sole.' Mi hanno lasciato ferito in una stanza". La notte del giorno 11 l'ufficiale è ritornato. "Se non cammini, non esci di qui ", ha detto. Poi ha dato disposizione perché due persone lo portassero via dal commissariato e lo mettessero in un taxi. In questo modo è arrivato fino alla porta della sua casa.
"Mio fratello mi ha trasportato all'ospedale Ben Mehdi, ma la polizia non mi fece entrare", dice. Il giorno dopo è tornato al centro medico, ma un medico gli disse che le macchine a raggi X non funzionavano. La sua famiglia ha deciso allora di portarlo da un medico privato, che gli ha prestato le prime cure e gli ha detto che aveva una lesione alla zona lombare. "Lui dice che non posso muovermi per un mese. Poi si vedrà."
Questi non sono gli unici testimoni che contraddicono la versione ufficiale marocchina di quanto è accaduto a Laayoune. Baghi, una donna di 40 anni sorella di un attivista indipendentista in prigione da anni, assicura che alle otto del mattino del giorno 8, quando era cominciata da sole due ore l'evacuazione di Gdeim Izik e ne mancavano ancora due perché cominciassero i disordini in città, alcuni gendarmi e poliziotti hanno sfondato la porta della sua casa a calci. "Mi ricordo dell'ora perché stavo preparando la colazione per i miei bambini, quando sono entrati e hanno cominciato a distruggere tutto", dice, indicando le rovine in quella che era la sua casa. "Sono entrati nelle case dei saharawi come sono entrati nel loro campo".


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