AfriqueAsie, aprile 2013 (trad. ossin)


Finanziato dai wahabiti di Arabia Saudita e Qatar, favorito dal crollo dell’autorità, il salafismo si afferma. Non si tratta più di un epifenomeno, prurito di una società disorientata, ma di una realtà che tende a radicarsi

Terra di jihad?

Hamid Ziad


Un’adolescente fragile simbolizza la diffusione del salafismo in Tunisia. Gaia e brava a scuola, Narmine non era per niente diversa dagli altri ragazzi del suo quartiere,  arroccato intorno alle costruzioni anarchiche in muratura, come ce ne sono migliaia in Tunisia. Durante il tumulto confuso della rivoluzione, viene sottoposta a un lavaggio del cervello, adotta subito il velo, poi il velo nero integrale. Strappata ai genitori, mussulmani praticanti di quella classe media che costituisce la colonna portante del paese, abbandona la famiglia segretamente per unirsi a quella che le è stata presentata come la sua “seconda famiglia”, i salafiti. Poi sparisce senza lasciare tracce. Nel cerchio chiuso dei militanti salafiti, si sussurra che si sarebbe sposata col suo guru di una trentina d’anni più vecchio e si sarebbe unita alle centinaia di jihadisti tunisini che si battono nei ranghi di AlQaida in Siria contro il regime di Bachar al-Assad. Temendo il peggio, la madre si chiede se, ridotta al rango di schiava sessuale, non sia stata offerta per il riposo di qualche “folle di dio”.
 

La disavventura di Narmine è stata rivelata dal canale televisivo France 2 alla vigilia dell’arrivo a Tunisi di uno sceicco oscurantista kuwaitiano, Nabil Awadi, accolto in pompa magna e portatore di un progetto retrogrado: la promozione del velo islamico nella scuola elementare tra le bambine innocenti. Prima di lui, i Tunisini avevano avuto in sorte le lezioni di islam medioevale dispensate dall’egiziano Wajdi Ghomein.


Dalla caduta di Ben Ali due anni fa, si riversano incessantemente nel paese predicatori di un’altra epoca. Decisi a regolare i conti con una società sfuggita per lungo tempo alle loro grinfie, si adoperano per preparare il terreno ai loro emuli. Predicano il ritorno alla poligamia, l’escissione delle donne, il matrimonio religioso (in Tunisia è riconosciuto solo il matrimonio civile) e perfino il matrimonio “di piacere” come alternativa al celibato, “fonte di tutti i vizi”. Sotto la tutela di questi mentori, i salafiti tunisini incoraggiano l’apertura di madrase coraniche che spuntano come funghi, in concorrenza con la scuola pubblica, il cui insegnamento viene dichiarato deviante rispetto all’ortodossia religiosa. Essi si oppongono con forza alla venerazione dei santi, una tradizione popolare di cerimonie spirituali e festive molto diffusa in Maghreb, si accaniscono a distruggere l’opera dei maestri dell’ijtihad (scuola critica dei testi religiosi contro la loro interpretazione letterale), e si impegnano a costruire un ordine morale fatto di paura, di divieti e di proibizioni.


Califfato contro Stato
“Nella loro bocca si sente una sola espressione: ‘la yajouz’ (non è consentito). E’ il fondamento della loro morale contro la società che giudicano permissiva e che vogliono abbattere”, si indigna una universitaria. Ha partecipato a tutte le lotte anti-salafite, tra cui quella dell’università di Manouba, dove c’è mancato poco che la Tunisia perdesse la sua bandiera nazionale a vantaggio di quella nera dei radicali. Nonostante la feroce resistenza della società civile a questo islam venuto da fuori, lo stendardo su cui è stampata la professione di fede nell’islam: “Non vi è altro dio che Allah e Maometto è il suo profeta” campeggia ancora alla testa delle manifestazioni, quando, sfida suprema, esso non viene issato sul frontone degli edifici pubblici.


A Sejnane, località rurale del nord ovest, i Tunisini hanno avuto un assaggio del califfato islamico - che alimenta da secoli la loro fantasia – che i salafiti intendono sostituire allo Stato moderno. Vi erano dei giudici inquisitori pronti a tagliare le mani dei ladri, lapidare le donne adultere e tagliare le teste malpensanti. Nonostante un ritorno parziale all’ordine, questi zelanti adepti di un islam radicale e rigorista, organizzati in gruppi per “la promozione della virtù e la prevenzione del vizio”, continuano a molestare le donne senza velo, fare baccano ai matrimoni festivi, vietare le arti profane e braccare i bevitori di bevande alcoliche, costringendoli a trovare rifugio nei cimiteri per dividersi una birra in bottiglia in un’atmosfera lugubre.


L’industria più importante del paese, il turismo, incarnazione del male ai loro occhi, non sfugge ai loro anatemi. “Il nostro concetto di turismo non si confonde con la nudità dei corpi e il bere”, pontifica uno dei loro capi. Egli raccomanda un turismo culturale e religioso alternativo con, quali maggiori clienti, gli abitanti del Golfo… fingendo di ignorare che questi ultimi non lasciano i loro paesi se non per i paradisi turistici dell’Europa e del Medio oriente, dove possono sfuggire ai rigori del wahabismo.


La Tunisia, dove un islam riformista, tollerante, rivolto verso la modernità, ha prevalso dalla fine del XIX° secolo, è ritornata ad essere terra di jihad? I principali partiti di orientamento salafita, che si divide tra jihadisti attivisti e dottrinari dediti alla predicazione, respingono l’accusa. Legalizzati dagli islamisti di Ennahdha al potere, Ansar al-Charia, Hizb al-Tahrir al-Islami e il Fronte delle associazioni islamiche affermano, con la mano sul cuore, di credere ancora alla lotta armata per instaurare uno Stato islamico, pensano che la “Tunisia non è più terra di jihad da quando si è sbarazzata della tirannia di Ben Ali”.


Lo spettro di una guerra civile
Negano in blocco ogni partecipazione alle azioni violente registrate in questi ultimi mesi: devastazione di mostre di pittura come a La Marsa, attacchi a centri culturali, saccheggi di hotel, cinema e bar, interruzioni di spettacoli, tentativo di incendio della sede di Nessma TV, attacchi a case chiuse, caccia ai venditori di alcol, attacco all’ambasciata statunitense a Tunisi, ecc. Sospettati dalle autorità dell’omicidio di Chokri Belaid, leader della sinistra repubblicana e democratica, respingono ogni responsabilità per questo crimine, come per le sollevazioni di Douar Hicher e di Hai Ettadhamoun, due delle loro roccaforti della periferia di Tunisi. Servendosi di una retorica ben rodata, si presentano piuttosto come vittime della forze dell’ordine.


Il principale presunto istigatore dell’attacco all’ambasciata statunitense, Abou Iyad, alias Seif Allah ben Hassine, capo di Ansar al-Charia, è latitante dopo essere “miracolosamente” sfuggito alla polizia, dicono i suoi adepti con ammirazione. Questo ex dell’Afghanistan, amico dell’ideologo di AlQaida, Abou Qatada, ha al suo attivo di avere partecipato all’assassinio del comandante Massoud. Arrestato nel 2003 in Turchia, è stato condannato a quarantacinque anni di prigione, prima di beneficiare dell’amnistia generale decretata dopo la rivoluzione. E’ assistito da Sami Essid, Abou Doujana e Abou Bilal, che si sono tutti addestrati nella lotta contro ciò che chiamano gli “Stati teghout” (empi) nel mondo, dopo essere passati per l’Europa. Di ritorno in Tunisia, hanno richiamato le loro truppe dall’estero per mobilitare i giovani senza lavoro e pronti a tutto, prendere di mira le moschee e cacciare gli imam nominati dallo Stato, e passare alla realizzazione dei loro progetti di islamizzazione della società. Senza nascondere che, a chi la cosa non fosse risultata gradita, sarebbe stata imposta con la forza.


Più di 400 moschee sulle 6000 del paese sono nelle loro mani. Uno dei mentori di questa area, Khemais el-Majeri, che fa parte di un majliss chouyoukhs che predica la “vigilanza contro i miscredenti”, ha chiesto la pena di morte contro coloro che non compiono il rito quotidiano della preghiera. Un altro, Khatib el-Idrissi, invita i suoi adepti a prepararsi “al caos planetario che sta per verificarsi”, secondo lui “per ricostruire la nazione islamica” sulle macerie degli Stati nazionali. Le loro fonti di finanziamento: le associazioni caritatevoli del Golfo alle dipendenze dell’Arabia Saudita e del Qatar.


L’inquietudine, già viva nel paese, è cresciuta notevolmente ai primi dell’anno. La scoperta di nascondigli di armi addirittura nel centro cittadino (Bab el-Khadhra, a Tunisi), l’intercettazione di convogli di materiale militare proveniente dalla Libia e  il moltiplicarsi di scontri tra forze di sicurezza e gruppi armati sembrano indicare che il paese sia sull’orlo del baratro. La partecipazione di undici Tunisini al sequestro di ostaggi di In Amenas (Algeria), effettuata dal gruppo terrorista AlQaida, aveva suonato l’allarme, confermando che centinaia di salafisti agguerriti, disponibili in Tunisia, sono impegnati nella jihad su più fronti, soprattutto in Siria e in Mali. Prove generali in attesa del “grand soir” islamista in Tunisia? Da Bizerta a Ben Guerdane, dal Kef a Nabeul, il salafismo si espande a macchia d’olio, lasciando intravvedere lo spettro di una guerra civile.


Più che mai frequente è la visione del salafita dalla barba irsuta, l’indice levato al cielo in segno di sottomissione a dio. L’anatema sempre pronto, la costrizione se necessario, egli va predicando la “buona religione” ad una società terrorizzata da questo inatteso ritorno alle credenze medioevali che hanno segnato il declino dell’islam dei Lumi.

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