Afrik.com – 5 gennaio 2011

Internet, un’arma per la gioventù tunisina in rivolta
di Assanatou Baldé

Domani sarà reso un omaggio internazionale a Mohamed Bouazizi. L’appello corre stamattina nei social network. Il giovane, il cui gesto di darsi fuoco a Sidi Bouzid il 17 dicembre ha scatenato un’ondata di proteste in Tunisia, è morto martedì sera. Lo stesso giorno, violente manifestazioni contro la disoccupazione, il costo della vita e la mancanza di libertà di espressione hanno opposto liceali e disoccupati alle forze dell’ordine, a Thala, nell’ovest del paese. Blog, Facebook, Twitter… Molti in Tunisia utilizzano internet per esprimere il loro malcontento e organizzare la protesta

Il braccio di ferro continua. Dopo diverse settimane di protesta contro il peggioramento delle condizioni di vita, i giovani tunisini non sembrano disponibili a porre fine alle proteste. Ieri violenti scontri hanno opposto, per la seconda giornata consecutiva, nella città di Thala (a circa 250 km dalla capitale Tunisi) le forze dell’ordine a centinaia di liceali, studenti e disoccupati. Il paese è scosso da un’ondata di manifestazioni contro la disoccupazione, il carovita e la mancanza di libertà di espressione, che sono cominciate il 17 dicembre. Data in cui Mohamed Bouazizi si è immolato dandosi fuoco a Sidi Bouziz. Questo diplomato di 26 anni, non avendo trovato altra occupazione, si arrangiava vendendo frutta e legumi. Siccome era senza permesso la sua merce è stata sequestrata dalla polizia municipale. Per protestare contro quest’atto ha tentato di suicidarsi. Nella stressa regione, Houcine Neji, 24 anni, disoccupato, si è ucciso il 22 dicembre facendosi fulminare da un cavo di alta tensione. Prima di morire ha gridato : no alla miseria no alla disoccupazione. La stessa cosa per Lotsi Guadri, un altro tunisino che si è buttato in un pozzo qualche giorno dopo.
Mohamed Bouazizi è morto a causa delle ustioni martedì sera al Centro Traumatologico e delle Grandi Ustioni di Ben Arous. I suoi funerali, ai quali hanno partecipato questo pomeriggio circa 5000 persone che chiedevano vendetta, si sono svolte in un clima teso. Sono state organizzate per giovedì manifestazioni in tutte le regioni del Paese, gli appelli che circolano sul Web coinvolgono anche i tunisini che vivono all’estero e gli oppositori politici. In effetti i social network costituiscono un importante strumento per l’organizzazione delle manifestazioni, per i giovani tunisini in particolare. Così 10.000 liceali hanno lanciato lunedì su Facebook e Twitter un appello allo sciopero e alla disobbedienza civile. Hanno manifestato la loro rabbia in diverse città: Sidi Bouzid, Tunisi, Grombalia, Sfax, Thala…
Le proteste sono state poco trattate dai giornalisti, che sono stati esclusi dalle manifestazioni. In dicembre il governo ha sospeso la pubblicazione dei giornali di opposizione, Tareek-al Jadid e Al Mawqif, perché avevano parlato delle proteste. I social network costituiscono dunque attualmente le uniche fonti di informazione.


“Ciberguerra contro la censura”
Ma le autorità tunisine sono estremamente repressive nei confronti di internet. I siti come FlickR e Youtube sono vietati, come anche i siti dei blogger dissidenti e quelli che fanno riferimento a Wikileaks. D’altra parte, per rappresaglia, un gruppo di hacker, denominato Anonymous, ha attaccato diversi siti ufficiali tunisini. Da lunedì, la sua “Operazione risposta” ha bloccato, tra gli altri, il sito ufficiale del governo e tutti i siti Web dei ministeri. In una lettera aperta il gruppo ha dichiarato che “il governo tunisino diretto dal presidente Ben Ali ha mostrato un livello di censura oltraggioso”.
Il movimento di protesta dei giovani che riguardava all’inizio esclusivamente temi come la disoccupazione e il caro vita, si è col tempo evoluto. Ormai, sono in molti a protestare apertamente contro la censura del governo sui media. Chiedono più libertà di espressione. Tra essi, Selim Ben Hassen, che ha creato il “Movimento cittadino” Byrsa, un anno fa. I suoi membri partecipano alle manifestazioni.
Una pioggia di commenti contro la censura si è abbattuta su Facebook, Twitter e i Blog . Un aggregatore di gruppi su Twitter, come Babtounes, informa minuto per minuto sull’evoluzione della situazione in Tunisia. Si sono inoltre costituiti sui social network parecchi gruppi per denunciare la situazione attuale. Di fronte a questo attivismo il governo ha bloccato un centinaio di pagine Facebook, vietando di postarvi foto e video. Ma si tratta di restrizioni che non impediscono ai giovani di creare nuove pagine quando le vecchie sono censurate. Pagine che consentono a tutti di essere informati sulle manifestazioni attraverso video e articoli. Uno di essi, redatto in arabo, si chiama “Signor presidente i tunisini si immolano col fuoco”. In meno di 24 ore il gruppo già contava 2500 membri e più di 11000 di sostenitori. Ma le autorità lo hanno censurato.
Anche i blogger passano all’attacco. Per esempio “Sidi Bouzid brucia” è il tutolo di un articolo scritto nel blog intitolato “A Tunisan Girl”. “Ultimamente si sono moltiplicati in Tunisia i casi di persone che si immolano col fuoco. Gli autori di queste azioni sono generalmente dei cittadini tunisini che hanno perduto ogni speranza di una vita decente. Disoccupazione e povertà sono all’ordine del giorno e hanno avvelenato la loro esistenza. Di qualcuno di questi incidenti si occupano i media, e per “media” io intendo quelli che sono espressione della società civile, blog, Facebook e Twitter, poiché i nostri media ufficiali si limitano a raccontarci le attività del presidente, del partito al potere e quelle delle associazioni legate al partito al potere”, così si legge in un articolo del blog si Lina Ben Mhenni.
Un altro blogger, Boukachen, ha scritto, per esempio, un biglietto in arabo intitolato “Olocausto di Sidi Bouzid”: Quello che è successo non è una novità. Questa situazione miserevole persiste da molti anni in quella regione emarginata. E’ il risultato di una combinazione di condizioni climatiche e di emarginazione di queste regioni, a cui si aggiunge la totale indifferenza delle autorità. Ma la storia non si ferma solo perché i nostri media corrotti hanno imposto un black-out completo su questi avvenimenti”.
Di fronte a questa situazione di crisi, il presidente Ben Ali, al potere da 23 anni, ha rotto il silenzio il 28 dicembre, dichiarando alla televisione “Io ho seguito con inquietudine e preoccupazione gli avvenimenti di questi ultimi giorni a Sidi Bouzid. Comprendiamo lo stato d’animo di ciascun disoccupato, soprattutto quando la ricerca di un lavoro si prolunga, che le sue condizioni sociali sono difficili e che la sua struttura psicologica è fragile, e che tutto questo può spingerlo a gesti disperati per attirare l’attenzione sulla sua situazione”, ha dichiarato. E’ anche andato lo stesso giorno al capezzale di Mohamed Bouazizi. Molti giovani l’hanno considerata una grande farsa. Per migliorare la comunicazione ufficiale, il presidente tunisino ha ieri nominato anche un portavoce ufficiale del governo. Ma il movimento di protesta continua. Gli avvocati invitano allo sciopero generale il prossimo giovedì, per denunciare l’atteggiamento delle autorità nei loro confronti, e in solidarietà con l’azione dei giovani. La rivolta sociale nelle strade e nella rete non sembra prossima a finire.                     

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