Analisi, settembre 2013 - Ahmed Bensaada ha da tempo analizzato i rapporti tra le organizzazioni statunitensi di "esportazione della democrazia" e i cyber-attivisti arabi della "primavera". Ma adesso una inchiesta più approfondita (l'autore ha spulciato numerosi documenti e perfino alcune dichiarazioni dei redditi) ha fatto emergere un dato ancora più inquietante: la maggior parte di questi attvisti è sovvenzionata dalla lobbie ebraica statunitense (nella foto, Israa Abdel Fattah, la "Facebook Girl" egiziana)






La "primavera araba" è una truffa ?

Gli attivisti della “primavera” araba e la lobbie filo-israeliana

Ahmed Bensaada



Quando Israa Abdel Fattah uscì dalla prigione di El Kanater, quella sera del 23 aprile 2008, non credeva ai suoi occhi. Era finalmente libera dopo 18 giorni di galera. Vestita con la versione femminile dell’uniforme dei prigionieri egiziani, una specie di manto bianco che copre il corpo e i capelli, il volto disfatto e gli occhi stralunati dietro gli occhiali di metallo, cercò avidamente un volto familiare. Attraversò il cancello di ferro e, scorgendo sua madre, si mise a correre verso di lei. Le si gettò al collo e la strinse così forte che si sarebbe detto che i due corpi ne formavano uno solo. L’energico abbraccio scatenò una lunga crisi di pianto nella figlia, che la madre cercò, non senza pena, di contenere con patetiche consolazioni.


Trasmessa dalla televisione nazionale, questa scena ha commosso tutto l’Egitto e il mito della “Facebook girl” era così nato.



Israa Abdel Fattah esce di prigione (23 aprile 2008)

Bisogna dire che la madre aveva smosso cielo e terra per ottenere la liberazione della figlia. Infatti, due giorni prima, aveva pubblicato un annuncio a pagamento sul quotidiano Al-Masry, nel quale implorava “il cuore del signor Presidente della repubblica, signor Hosni Mubarak, il cuore della signora Suzanne Mubarak e il cuore del signor Ministro dell’interno, signor Habib El Adil” di liberare sua figlia. (1)  Quest’ultima aveva anche dichiarato dinanzi alle telecamere, tra i singhiozzi, che se avesse saputo che la sua azione l’avrebbe portata in galera, non avrebbe fatto niente.

 



Ma cosa aveva mai fatto di tanto riprovevole da meritarsi la prigione, attirare l’attenzione dei media e provocare una levata di scudi da parte delle organizzazioni di difesa delle libertà?


Gli attivisti egiziani e i finanziamenti statunitensi

Israa Abdel Fattah è una cyber-attivista che ha militato in diversi organizzazioni per la democrazia. Due anni prima del suo arresto incontrò Ahmed Maher, quando erano entrambi militanti del partito El-Ghad di Ayman Nour. Il 23 marzo 2008 fondarono insieme il “Movimento del 6 aprile”, con l’obiettivo di sostenere i lavoratori della città industriale di El Mahalla el-Kobra (a 150 chilometri a nord del Cairo), che avevano indetto uno sciopero per il 6 aprile 2008 per protestare contro le cattive condizioni di lavoro e l’aumento dei prezzi dei beni alimentari (2). Ahmed e Israa utilizzarono Facebook per creare un gruppo e invitare alla protesta. Il successo fu insperato: migliaia di persone aderirono al gruppo. I network e le nuove tecnologie sono state molto sollecitate; gli inviti alla protesta del gruppo furono ascoltati e accolti da numerose formazioni politiche come il movimento Kifaya (3).  Benché ufficialmente vietata, la manifestazione del 6 aprile 2008  vide la partecipazione di migliaia di persone. Ad essa seguirono centinaia di arresti e vi furono decine di feriti e almeno 3 morti (4).


Il grande successo dell’utilizzazione dei media sociali da parte del “Movimento del 6 aprile” ha attirato l’attenzione delle forze di sicurezza che hanno individuato i leader dell’organizzazione. Ed è stato così che Israa Abdel Fattah, la “Facebook Girl”, si è ritrovata in prigione.


Come testimoniano diversi cablogrammi Wikileaks, Israa Abdel Fattah, e con lei molti altri cyber-attivisti egiziani, erano ben conosciuti dall’ambasciata USA al Cairo. Basta consultare per esempio i cablo 10CAIRO99 e 10CAIRO215, dove, rispettivamente, Israa Abdel Fattah e Ahmed Maher sono citati nominativamente.


Il documento 10CAIRO99 parla dell’arresto (il 15 gennaio 2010) di una trentina di attivisti politici che viaggiavano insieme per andare a presentare le loro condoglianze alle famiglie di sei cristiani copti, vittime di un agguato mortale il 6 gennaio 2010. Tra i 17 cyber-attivisti che facevano parte del gruppo, si possono citare Israa Abdel Fattah, Bassem Fathy, Ahmed Badawi e Bassem Samir. Tutti sono membri dello “Egyptian Democratic Academy” (EDA), una ONG sovvenzionata dalla National Endowment for Democracy (NED) (5).


Prima di proseguire, ricordiamo che la NED fa parte di un insieme di organizzazioni statunitensi di “esportazione della democrazia”, finanziate dal governo USA, come – tra le altre – l’USAID (United States Agency for International Development) e Freedom House (6). Queste organizzazioni, che hanno anche finanziato gli attivisti delle “Rivoluzioni colorate” (7), hanno sovvenzionato e sovvenzionano ancora i cyber-attivisti arabi per realizzare ciò che è stato definito “primavera” araba. Nel giugno del 2010, Israa Abdel Fattah ha ricevuto il premio “New Generation”, assegnato da Freedom House (8), ciò che conferma una volta di più le relazioni tra il “Movimento del 6 aprile” e questa organizzazione. Infatti Sheriff Mansour, responsabile dei programmi di Freedom House della regione Mena (Middle East and North Africa) aveva già citato Ahmed Maher in un articolo pubblicato nel 2008 nelle colonne del Los Angeles Time (9) e, nel 2011, David Wolman menzionò la loro relazione scrivendo che Sherif Mansour “era da anni in stretti rapporti con Maher e il suo gruppo” (10). Aggiungiamo che Mohamed Adel, un influente membro del “Movimento 6 aprile” ha seguito, nel 2009, una formazione alla resistenza individuale non violenta teorizzata dal filosofo statunitense Gene Sharp. Formazione fornita dal “Center for Applied Non Violent Action and Strategies” (CANVAS) (11), un centro finanziato – tra gli altri – da Freedom House (12).

Mohamed Adel e altri attivisti egiziani e arabi sono stati organizzati, in Serbia, dagli attivisti di Otpor, quegli stessi che avevano realizzato la prima vittoriosa “rivoluzione colorata” nel 2000, rovesciando il presidente Slobodan Milosevic.



Israa Abdel Fattah posa col premio conferitole da Freedom House

1- Sherif Mansour (Freedom House); 2- Mohamed Adel (Movimento del 6 aprile)

Hillary Clinton e Sherif Mansour


Per quanto riguarda il partito El-Ghad (“Domani” in arabo), cui erano affiliati Israa Abdel Fattah e Ahmed Maher, e del quale Ahmed Badawi è membro fondatore, esso è generosamente finanziato dalla NED, dall’International Republican Institute (IRI-partito repubblicano USA), dal National Democratic Institute for International Affairs (NDI – Partito Democratico USA), oltre che da altre organizzazioni statunitensi, come ha confessato apertamente Wael Nawara, suo segretario generale (13). Precisiamo che il NDI e l’IRI sono due delle quattro organizzazioni, attraverso le quali la NED distribuisce le sovvenzioni.

Per altri versi, il movimento Kifaya (“Adesso basta” in arabo) è un gruppo di opposizione sostenuto da una organizzazione statunitense che si chiama “International Center on Nonviolent Conflict”, centro che lavoro in stretta collaborazione con Freedom House e Canvas (14).


Per quanto il quadro delineato degli attivisti egiziani sia lontano dall’essere esaustivo, tutti i cyber-attivisti precedentemente citati, e le organizzazioni alle quali sono affiliati, hanno giocato un ruolo importante nell’organizzazione delle rivolte della “primavera” egiziana che hanno posto fine al “regno” del presidente Mubarak l’11 febbraio 2011.

D’altronde è possibile compilare una analoga lista per ciascuno dei paesi arabi, soprattutto per quelli che sono stati “primaverizzati” (15). Questa collusione tra il cyber-attivismo arabo e gli “interessi” statunitensi è stato a lungo analizzato in un articolo interessantissimo intitolato “I cyber –attivisti arabi di fronte alla libertà in Internet made in USA” (16) e ciò, prima ancora della cacciata del presidente Zine el-Abidine Ben Ali.


Fikra: una idea della lobbie statunitense filo-Israele
La formazione e il finanziamento dei cyber-attivisti arabi da parte delle stesse organizzazioni di “esportazione della democrazia” ha portato con sé la creazione di una vera e propria “lega araba del Net” (17) i cui membri sono in continuo contatto e si aiutano reciprocamente, come hanno raccontato Davis D. Kirpatrick e David E. Sanger in un articolo del New York Times (18), e come ha riconosciuto il celebre cyber-attivista tunisino Slim Amamou nel corso di una intervista del giugno 2011 (19).

La connivenza tra l’attivismo politico arabo e le officine statunitensi è probabilmente più profonda di quanto si pensi, ponendo spesso i cyber-attivisti in contraddizione coi principi ideologici ufficialmente predicati dalle organizzazioni politiche cui appartengono. In tal senso, la creazione del “Forum Fikra” (Fikra: Idea, in arabo) e la partecipazione degli attivisti arabi a questa piattaforma rappresenta un caso di scuola.


Stando alla presentazione pubblicata sul sito, il “Forum Fikra è una comunità online che si propone di produrre idee per sostenere i democratici arabi nella loro lotta contro l’autoritarismo e gli estremisti”. Proseguendo poco più oltre: “Crediamo che, in tal modo, la promozione del dialogo comporterà a tempo debito un accesso diretto e reciproco a uno scambio di idee tra le persone che operano sul campo e quelle di Washington, perché entrambi i gruppi si preoccupano del futuro dei loro rispettivi paesi e delle relazioni statunitensi col mondo arabo” (20).


 Queste formule, da cui trasuda un eccesso di filantropia mielosa, non sono accompagnate da alcuna informazione sul finanziamento o l’appartenenza di questo Forum. Se ne trova un accenno solo nella frase seguente: “Il Forum Fikra è riconoscente alla fondazione della famiglia Nathan e Esther K. Wagner per il loro contributo al lancio del Forum Fikra, in memoria Steven Croft che, nel corso di tutta la sua vita, ha appassionatamente creduto alla potenza delle idee per trasformare le vite”. In un articolo dedicato al Forum Fikra, Maidhc O Cathail ci fornisce un po’ più di informazioni sulle “convinzioni appassionate” del defunto Steven Cfoft, citando un estratto del suo “coccodrillo” apparso sul Chicago Tribune nel febbraio 2009: “Egli (Steven Croft) è stato anche filantropicamente impegnato in organizzazioni locali, nazionali e internazionali, ivi compresa la ‘Arthritis Foundation”, l’AIPAC, le Obbligazioni di Israele (Israel Bond) e il ‘Washington Institute for Near East Policy’ (Istituto di Washington per la politica in Medio Oriente)” (21). Emerge quindi da questo testo che Steven Croft era legatissimo alle cause umanitarie, ma anche (e soprattutto) a un buon numero di organizzazioni gravitanti intorno a Israele. E’ necessario ricordare che l’Aipac (American Israel Public Affairs Committee) è la lobbie statunitense filo-israeliana più influente negli Stati Uniti?  La sua sproporzionata influenza sulla politica estera statunitense è stata esaustivamente documentata dai professori statunitensi Stephen Walt (Università di Harvard) e John Mearsheimer (Università di Chicago) nel loro articolo intitolato “La lobbie ebraica” (22). Vi si può leggere l’aneddoto secondo il quale Ariel Sharon avrebbe detto a un uditorio statunitense: “Quando mi chiedono come possono aiutare Israele, io rispondo ‘Aiutate l’Aipac”.


John Mearsheimer (Università di Chicago) e Stephen Walt (Università Harvard)

Giacché il sito del Forum Fikra dice di essere molto riconoscente alla Fondazione della famiglia Nathan e Esther K. Wagner, sarà allora interessante farsi una idea sulle organizzazioni finanziate da questa fondazione. A tal proposito, la dichiarazione dei redditi del 2011 è esaustiva. Tra le organizzazioni sovvenzionate, si trova la “Jerwish Child Care Association”, il “Chicacoland Jewish High School”, “The Israel Project”, la “Jewish Student Union” e la “Washington Institute for Near East Policy” (WINEP) (23). Ma a cosa più interessante di questo documento si trova nella colonna “Oggetto della sovvenzione”, dove si apprende che la fondazione finanzia il progetto Fikra attraverso la WINEP. La cosa appare strana, dal momento che questo think tank non viene minimamente menzionato nel sito del Forum Fikra. La ragione di una simile “dimenticanza” volontaria appare chiara se si conosce la natura delle attività di questa organizzazione e l’origine di essa.

Ecco cosa ne dicono Walt e Mearsheimer nel loro articolo prima citato: “La lobbie (ebraica) ha creato un suo proprio think tank nel 1985, quando Martin Indyk ha contribuito alla fondazione di WINEP. Per quanto WINEP minimizzi i suoi legami con Israele, affermando di voler piuttosto fornire una prospettiva “equilibrata e realista” sulle questioni del Medio Oriente, esso è finanziato e diretto da persone impegnate a fondo nel far avanzare il programma di Israele”. Se si aggiunge che Martin Indyk è l’ex direttore aggiunto della ricerca dell’AIPAC, il legame tra WINEP e AIPAC è solidamente stabilito. E ciò senza dimenticare che il signor Indyk è stato per due volte ambasciatore degli Stati Uniti in Israele (dal 1995 al 1997 e poi dal 2000 al 2001).


Secondo lo storico statunitense Juan Cole, WINEP “è stato fondato dall’AIPAC come think tank per promuovere gli interessi israeliani a Washington” (24). Infatti l’AIPAC e WINEP hanno ruoli complementari: “mentre l’influenza dell’AIPAC si esercita principalmente sul Congresso, attraverso enormi contributi alle campagne elettorali, quella della WINEP si concentra sui media e sul potere esecutivo” (25).


Diversamente dal sito di Fikra, quello del WINEP indica l’esistenza del primo nella rubrica “Progetti di ricerca”, menzionando che “il Progetto Fikra è un tentativo audace di contrastare la diffusione dell’estremismo radicale in Medio oriente”. Il Forum Fikra è diretto da David Pollock, il cui nome figura nella lista degli esperti del WINEP e che ha lavorato come principale consigliere per il Grande Medio Oriente al Dipartimento di Stato USA. Il suo nome è anche apparso nella lista dei falchi neo-conservatori che hanno recentemente inviato una lettera al presidente Obama esortandolo ad attaccare la Siria (26). Tra gli animatori del Forum Fikra provenienti da WINEP, segnaliamo la presenza di Joshua Muravchik, un neo-conservatore che aveva raccomandato, nel 2006, di “bombardare l’Iran” (27). Troverà forse il tempo di esplicitare il suo pensiero agli attivisti arabi che lo contatteranno nel Forum?


Oltre ai membri di WINEP, un nome attira l’attenzione nella lista degli animatori : quello che dottor Josef Olmert. Non è altri che il fratello dell’ex Primo ministro israeliano Ehud Olmer, informazione volontariamente “dimenticata” dal sito di Fikra. Josef Olmer è stato direttore dell’ufficio stampa del governo israeliano e consigliere del primo ministro Yitzhak Shamir e dell’ex ministro della Difesa, Moshe Arens (27).

Così Fikra Forum, forum che si propone di  “sostiene i democratici arabi nella loro lotta contro l’autoritarismo e gli estremisti”, è una creazione della lobbie statunitense filo-israeliana, gestita e finanziata da essa.


Fikra e gli attivisti arabi
Diverse decine di attivisti arabi partecipano al Forum Fikra. Alcuni sono delle “vedette” della “primavera” araba. L’Egitto è ben rappresentato in questo forum con, approssimativamente, un quarto delle presenze totali. Al fianco della “Facebook Girl”, Israa Abdel Fattah, si trovano Bassem Fathy, Ahmed Badawi e Bassem Samir. Si possono aggiungere i nomi di Dalia Ziada, celebre cyber-attivista, componente dello “Ibn Khaldoun Center for Development Studies”, ONG sovvenzionata molto generosamente dalla NED (28). Dalia frequenta attualmente un corso di laurea in Relazioni Internazionali in una Università statunitense, La Storia non ci dice chi finanzi i suoi studi.


Dalia Ziada e Bill Clinton


Hillary Clinton e Bassem Samir


Saad Eddin Ibrahim, fondatore del Centro Ibn Khaldoun, partecipa al Forum. Premiato da Freedom House (29), questo ex professore dell’Università statunitense del Cairo è stato già componente del comitato dei consulenti del “Project on Middle East Democracy” (POMED), una organizzazione che lavora di concerto con Freedom House e che viene finanziariamente sostenuta dalla NED (30).


1- Bassem Samir; 2- Sherif Mansour; 3- Saad Eddin Ibrahim; 4- Dalia Ziada; 5- Israa Abdel Fattah


Aggiungiamo a questa lista il nome di Ahmed Samih, direttore del “Andalous Institute for Tolernce and anti-violence Studies” e quello di Mozn Hassan, fondatrice del “Nazra for Feminist Studies”. Queste due ONG hanno ricevuto delle sovvenzioni dalla NED (31).


Risulterebbe troppo noioso citare tutti gli attivisti egiziani che partecipano al Forum, ma sottolineiamo la presenza del segretario generale del partito El-Ghad, Wael Nawara. Sorprende comunque molto vedere tutti questi attivisti egiziani bazzicare con dei falchi filo-israeliani, nonostante siano stati (o sono ancora) militanti di organizzazioni come il “Movimento del 6 aprile”, Kifaya o El-Ghad, che simpatizzano con la causa palestinese e che, nelle loro dichiarazioni ufficiali, definiscono Israele come uno “Stato sionista razzista” o come il “nemico sionista”.


Il Forum Fikra conta tra i suoi ranghi anche attivisti siriani filo-statunitensi come Ammar Abdulhamid o gli illustri componenti del Consiglio Nazionale Siriano (CNS), Radwan Ziadeh e Ausama Monajed. Le relazioni tra questi due e l’amministrazione statunitense sono state esaminate in un precedente articolo (32). Ausama, da parte sua, è un grandissimo ammiratore di Gene Sharp che ha incontrato in più occasioni e ben prima della “primavera” araba (33). In un articolo approfondito sulla opposizione siriana, Charlie Skelton ci illustra i legami che esistono tra Ausama Monajed e il Dipartimento di Stato USA (34).


Gli altri paesi arabi rappresentati nel Forum Fikra sono l’Arabia Saudita, lo Yemen, la Giordania, il Libano, l’Iraq, l’Algeria, la Tunisia, il Marocco, il Kuwait e il Bahrein. Due alti funzionari della NED sono animatori del Forum: Abdulwahab Alkebsi (Yemen) è l’ex direttore della regione MENA, mentre Rahman Aljebouri (Iraq) è un agente del suo programma principale.    


In conclusione, bisogna riconoscere che un gran numero di attivisti arabi, dopo essere stati formati e finanziati da organizzazioni statunitensi di “esportazione della democrazia”, fanno comunella con la lobbie statunitense filo-israeliana. Se si tenga conto della politica bellicosa e arrogante dello Stato ebraico nel mondo arabo e del sentimento anti-israeliano diffuso tra la popolazione araba in generale, è lecito porsi dei seri interrogativi sull’obiettivo che si propongono questi attivisti arabi nel partecipare a questo Forum.


In Egitto la situazione dei cyber-attivisti è molto precaria. Il mese scorso sono state depositate delle denunce contro Ahmed Maher e Israa Abdel Fattah “per avere ricevuto danaro dall’estero per provocare disordini in Egitto” (35). Per quanto queste denunce siano finite in un nulla di fatto, i social network e le trasmissioni televisive hanno preso di mira con grande vivacità questi “eroi” dell’esordio della “primavera” araba. Ma se i loro agganci con la lobbie filo-israeliana prendessero una brutta piega, la “Facebook Girl” potrebbe ancora lamentarsi che, se avesse saputo, non avrebbe fatto niente? 



Israa Abdel Fattah (co-fondatrice del Movimento del 6 aprile) "contestata" in diretta alla televisione da una telespettatrice

Ahmed Maher (co-fondatore del Movimento del 6 aprile) viene abbondantemente insultato durante una trasmissione televisiva



Riferimenti:

1. Gilles Klein, « Esraa, première protestataire d’Égypte en 2008? », Arrêt sur images, 5 febbraio 2011, http://www.arretsurimages.net/breves/2011-02-05/Esraa-premiere-protestataire-d-Egypte-en-2008-Liberation-id10280

2. David Wolman, « Cairo Activists use Facebook to rattle regime », Wired, 20 ottobre 2008, http://www.wired.com/techbiz/startups/magazine/16-11/ff_facebookegypt?currentPage=all

3. Joel Beinin, « L’Égypte des ventres vides », Le Monde Diplomatique, maggio 2008, http://www.europe-solidaire.org/spip.php?page=article_impr&id_article=20043

4. Amnesty International, « Égypte : pas de justice en vue pour 49 personnes devant être jugées par un tribunal d’exception », 5 settembre 2008, http://www.amnesty.org/fr/news-and-updates/news/egypt-no-justice-49-facing-trial-emergency-court-20080905

5. NED, « 2010 Annual report : Egypt », http://www.ned.org/publications/annual-reports/2010-annual-report/middle-east-and-north-africa/egypt - A causa della grande polemica suscitata dalle sovvenzioni statunitensi in favore delle ONG egiziane, la NED non pubblica più i rapporti relativi all’Egitto dal 2010. Si può peraltro trovare quello relativo al 2011 al seguente indirizzo: http://www.documentcloud.org/documents/725319-excerpt-from-list-of-ned-grants-2011.html

6. Ahmed Bensaada, « Arabesque américaine : Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe », Edizioni Michel Brûlé, Montréal (2011), Edizioni Synergie, Algeri (2012), capitolo 2

7. G. Sussman et S. Krader, « Template Revolutions : Marketing U.S. Regime Change in Eastern Europe », Westminster Papers in Communication and Culture, University of Westminster, London, vol. 5, n° 3, 2008, p. 91-112, https://www.westminster.ac.uk/__data/assets/pdf_file/0011/20009/006WPCC-Vol5-No3-Gerald_Sussman_Sascha_Krader.pdf

8. Freedom House, « Freedom House honors Human Rights Activists from Middle East », http://www.freedomhouse.org/article/freedom-house-honors-human-rights-activists-middle-east

9. Sherif Mansour, « Egypt’s Facebook showdown », Los Angeles Times, 2 giugno 2008, http://articles.latimes.com/print/2008/jun/02/opinion/oe-mansour2

10. David Wolman, « Did Egypt Detain a Top Facebook Activist? », Wired, 2 febbraio 2011, http://www.wired.com/dangerroom/2011/02/leading-egyptian-facebook-activist-arrested-friends-say/

11. Ahmed Bensaada, « Arabesque américaine : Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe », op.cit;  p.72

12. Maidhc Ó. Cathail, « The Junk Bond “Teflon Guy” Behind Egypt’s Nonviolent Revolution », Dissident Voice, 16 febbraio 2011, http://dissidentvoice.org/2011/02/the-junk-bond-%E2%80%9Cteflon-guy%E2%80%9D-behind-egypt%E2%80%99s-nonviolent-revolution/

13. RT America,, « Taxpayer billions promote democracy hoax abroad », 19 novembre 2010, http://www.youtube.com/watch?v=-MCgHDoZHJg

14. Ahmed Bensaada, « Arabesque américaine : Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe », op.cit; p.55

15. Ahmed Bensaada,  « Printemps arabe : le rôle des États-Unis », in « La face cachée des révolutions arabes », Edizioni Ellipses, Parigi (2012), pp.378-383

16. Sami Ben Gharbia, « Les cyberactivistes arabes face à la liberté sur Internet made in USA », Nawaat, 3 gennaio 2011, http://nawaat.org/portail/2011/01/03/les-cyber-activistes-arabes-face-a-la-liberte-sur-internet-made-in-usa/

17. Pierre Boisselet, « La “ligue arabe” du Net », Jeune Afrique, 15 marzo 2011, http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAJA2617p052-056.xml0/internetfacebook-hosni-moubarak-zine-el-abidine-ben-alila-ligue-arabe-du-net.html

18. David D. Kirkpatrick et David E. Sanger, « A Tunisian-Egyptian Link That Shook Arab History », New York Times, 13 febbraio 2011, http://www.nytimes.com/2011/02/14/world/middleeast/14egypt-tunisia-protests.html?pagewanted=all&_r=0

19. Algérie-Focus, « Interview de Slim404 : le blogueur tunisien devenu ministre (vidéo) », 29 giugno 2011, http://www.algerie-focus.com/blog/2011/06/interview-de-slim404-le-blogueur-tunisien-devenu-ministre/

20. Fikra Forum, « About us », http://fikraforum.org/?page_id=2&lang=en

21. Maidhc Ó Cathail, « Fikra: An Israeli Forum for Arab Democrats », 21 febbraio 2012, http://maidhcocathail.wordpress.com/2012/02/21/fikra-an-israeli-forum-for-arab-democrats/

22. John Mearsheimer et Stephen Walt, « The Israel Lobby », London Review of Books, Vol. 28, No. 6, 23 marzo 2006, pag. 3-12, http://www.lrb.co.uk/v28/n06/john-mearsheimer/the-israel-lobby

23. Public.Resource.Org, « Nathan and Esther K. Wagner Family Foundation », Form 990-PF, 2011, https://bulk.resource.org/irs.gov/eo/2013_05_PF/36-4145039_990PF_201209.pdf

24. Juan Cole, « Fear Stalks Iraq As Truce Ends Us », Juancole.com, 18 agosto 2005, http://www.juancole.com/2005/08/fear-stalks-iraq-as-truce-ends-us.html

25. Joel Beinin, « Un think tank au service du Likoud », Luglio 2003, Le Monde Diplomatique, http://www.monde-diplomatique.fr/2003/07/BEININ/10250

26. Ahmed Bensaada, « Il dandy e i falchi », www.ossin.org, crisi siriana, settembre 2013,
http://www.ossin.org/crisi-siriana/il-dandy-e-i-falchi-bernard-henri-levy-intervento-siria-neocons.html

27. The Huffington Post, « Dr. Josef Olmert », http://www.huffingtonpost.com/dr-josef-olmert/

28. Vedi riferimento 5

29. Freedom House, « Freedom House Honors Jailed Egyptian Human Rights Activist », 21 ottobre 2002, http://www.freedomhouse.org/article/freedom-house-honors-jailed-egyptian-human-rights-activist?page=70&release=118

30. Ahmed Bensaada, « Arabesque américaine : Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe », op.cit;  p.59

31. Vedi riferimento 5

32. Vedi riferimento 26

33. Media Education Foundation, « How to start a revolution (transcripts) », http://www.mediaed.org/assets/products/155/transcript_155.pdf

34. Charlie Skelton, « The Syrian opposition: who's doing the talking? », The Guardian, 12 luglio 2012, http://www.theguardian.com/commentisfree/2012/jul/12/syrian-opposition-doing-the-talking

35. Nina Hubinet, « Au Caire, entre soulagement et inquiétudes ». La Croix, 29 agosto 2013, http://www.la-croix.com/Actualite/Monde/Au-Caire-entre-soulagement-et-inquietudes-2013-08-29-1004023

 

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