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ProfileIntervento, ottobre 2017 - C’è qualcosa di delicato nella lieve doppiezza con cui certi politici e affini si propongono alle cariche pubbliche, facendo finta che la cosa quasi non li riguardi. Si offrono, come tanti Cincinnato, disposti ad «accettare» se qualcuno li chiama, «nell’esclusivo interesse del paese e della collettività» (nella foto, Raffaele Cantone)

 

 
I Cincinnato della nostra politica
Nicola Quatrano
 
C’è qualcosa di delicato nella lieve doppiezza con cui certi politici e affini si propongono alle cariche pubbliche, facendo finta che la cosa quasi non li riguardi. Non parlano di programmi, di intese politiche, di mediazioni… si offrono solamente, come tanti Cincinnato, disposti ad «accettare» se qualcuno li chiama, «nell’esclusivo interesse del paese e della collettività». Ed è questa disinvolta leggerezza che li rende così diversi dai dolenti ipocriti del XXIII canto dell’Inferno, col loro camminare stanco, avvolti in cappe dorate foderate di piombo.
 
Raffaele Cantone
 
Che male ci sarebbe, per dire, se Raffaele Cantone ammettesse di voler fare il sindaco di Napoli nel 2021? Sappiamo che i tempi gli sono comodi, e il calcolo non può essergli sfuggito: cesserà infatti dalle funzioni di presidente dell’Anac esattamente l’anno prima, e potrebbe restare in carica fino al 2031 (a due anni dalla pensione). Eppure, intervistato dal responsabile di Repubblica-Napoli Ottavio Ragone, ha detto e non detto: «Se domani fosse il 28 aprile 2020 le direi quello che voglio fare, tornare a fare il magistrato anche se ogni tanto ho pensato di fare il sindaco, anche perché sarebbe un’esperienza eccezionale e affascinante: Napoli è piena di contraddizioni ma anche di cose belle». Il presidente del Pd, Matteo Orfini, ha subito invitato a «non tirare per la giacca Cantone», che in sostanza è una dichiarazione di interesse. Alla fine, però, non credo se ne farà qualcosa: il presidente dell’Anticorruzione non è avvezzo a competere, è abituato alle investiture. Il Pd sarebbe felice di «chiedergli» di candidarsi, ma è tutt’altro che in grado di assicurargli l’elezione a Napoli.
 
E che dire del presidente Pietro Grasso? Interpellato sulla possibilità di diventare il leader della sinistra, ha assicurato: «Non so cosa farò», ma poi ammiccante: «Sono sempre stato un ragazzo di sinistra». A chi (non si sa se amico o nemico) ne ha apprezzato la prudenza istituzionale, verrebbe da ricordare che poteva anche evitarsela questa prudenza, a soli cinque mesi dallo scioglimento del Senato.
 
Più diretto il ragionamento di Roberto Fico. Alla Stampa ha dichiarato: «Certo che farei il sindaco di Napoli. Fare il sindaco della propria città è il lavoro più bello del mondo. Ci ho anche provato nel 2011 e ho perso. A Napoli si rivota nel 2021, di tempo ce n’è». Ma pure qui la lingua, probabilmente, è biforcuta, perché questa manifestazione d’intenti pare si sia giocata nella diversa (e più importante) contesa per la candidatura a presidente del Consiglio, in competizione con Luigi Di Maio.
 
La palma in questo gioco spetta però, indiscutibilmente, a Maria Grazia Pagano che, di essere la più accreditata candidata alla segreteria provinciale del Pd, lo avrebbe addirittura «letto su Facebook».
 
Non è solo quando si tratta di candidarsi, però, che i nostri politici sembra si trovino lì per caso. Pure quando sono già decisori, preferiscono piuttosto «chiedere», «uniformarsi». Così, il sindaco de Magistris ha «chiesto» (senza riuscirvi) all’Anm di prolungare gli orari dei mezzi pubblici. E quando la polizia del politicamente corretto (l’equivalente napoletano della polizia del buon costume islamico dell’Arabia Saudita) ha negato l’accesso a Napoli al pullman delle associazioni «no gender», ha precisato: «Non è il sindaco a negare o dare l’autorizzazione. Il sindaco ha solo condiviso il ragionamento politico della delegata alle pari opportunità e degli uffici amministrativi».
 
Lo stesso era più o meno avvenuto in occasione della «mezza giornata di Napoli» contro Salvini, e anche quando alcuni disoccupati hanno fatto gazzarra contro De Luca alla Festa di Mdp. Nell’occasione, de Magistris ha osservato che la «contestazione è stata dura, molto accesa, anche piena di contenuti, ma non violenta», e infatti hanno solo impedito a De Luca di parlare senza picchiarlo. Viene in mente il tweet di Trump sui suprematisti bianchi e le violenze in cui rimase uccisa una ragazza a Charlottesville: «Tra quella gente c’erano tante brave persone».
 
Sarebbe troppo chiedere che i nostri amministratori si assumano le proprie responsabilità, senza atteggiarsi a semplici spettatori? E che il dibattito politico si svolga in modo un po’ più chiaro, intellegibile per tutti e non solo per i pochi iniziati capaci di coglierne i reconditi segnali? Le schermaglie di questi giorni non sono nemmeno il politichese delle «convergenze parallele». Quella, almeno, era una formula astrusa che delineava però un programma politico del tutto chiaro, queste assomigliano di più alle strategie seduttive di una Mirandolina.
 
Quanto alle comunali napoletane, mancano quattro anni: c’è tutto il tempo perché si approntino programmi e schieramenti sui quali misurarsi dinanzi al corpo elettorale. Di questo bisognerebbe soprattutto preoccuparsi: cosa si intende fare per affrontare i problemi della città. Che poi il sindaco sia Cantone, Fico o Pinco Pallo, dovrebbe essere l’ultimo dei problemi .
 
 
 
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