Le Grand Soir, 30 dicembre 2018 (trad.ossin)
 
Gilet gialli: analisi di una lotta di classe
Julien Auberger
 
Da metà novembre si è sviluppata una grande mobilitazione spontanea in risposta agli appelli di un certo numero di individui nelle reti sociali. In primo luogo guidata dalla classe lavoratrice di questo paese e dai più precari, essa è poi riuscita ad egemonizzare anche le fasce medie, come i padroncini preoccupati per il futuro della loro impresa e del loro livello di vita. Riparliamo di un movimento che è riuscito a conquistare il cuore dei francesi: in che modo si colloca in irriducibile opposizione agli interessi dei più ricchi e quali strategie ha a disposizione la classe dominante per uscire dalla crisi
 
 
Chi avrebbe mai creduto un giorno che il giallo avrebbe fatto sudare freddo gli oligarchi e i loro valletti liberisti di ogni sorta? Dall’ultimo intervento pubblico del Presidente della Repubblica, oramai si alternano in tutti i media strombazzando in coro:
 
« Macron ha capito, ha inteso. Il gesto sociale è significativo. Adesso devono cessare  le manifestazioni e i blocchi della circolazione che colpiscono la nostra economia. Quando la situazione di difficoltà dei più precari viene riconosciuta a parole, essa finisce con lo sparire nei fatti, insieme alla loro rabbia. E’ l’ora del dialogo. Macron è pienamente legittimato, è stato eletto per cinque anni: quelli che intendono perseverare nei disordini sono degli irresponsabili che mettono in pericolo la nostra Repubblica, che infatti vive un periodo di attentati terroristi, ecc ». Insomma, il solito ritornello del partito dell’ordine iniquo che vorrebbe convincere dell’esistenza di possibile punto di incontro tra quelli che comandano e quelli che obbediscono in questo paese.
 
No, non ci può essere punto di incontro. Il disaccordo è totale. E intendiamo dimostrarlo analizzando i quattro livelli principali di rivendicazione dei Gilet gialli [1]. Quando pure le parti fossero animate dalle migliori intenzioni, dalla più grande volontà di concordia, ugualmente il dissenso perdurerebbe, perché ciò che esigono i Gilet gialli è radicalmente incompatibile con gli interessi della casta dirigente. Ecco che cosa pretendono:
 
1) Che si smetta di privarli dei diritti sociali. L’eliminazione del fenomeno dei senza tetto, la fine della povertà, un aumento reale del salario minimo. Siamo lontani dai soliti ritornelli sulla « lotta alla povertà » o « l’uguaglianza delle opportunità » che non riescono in alcun modo a eliminare l’esistenza dei poveri più indigenti. I Gilet gialli tuonano come Hugo in “Novantatré”: « Voi volete salvare i miserabili, io voglio che la miseria sia soppressa! ». Ebbene, le condizioni di difficoltà che assillano una parte della popolazione consentono alle forze dominanti di costringere il popolo a lavorare in condizioni pessime, con dei salari mediocri, per non cadere in quel che si chiama prudentemente « l’estrema povertà ». Non è nell’interesse di queste classe dominanti sradicare questa piaga. Che, al contrario, si compiacciono di dissertare intorno al ’problema dell’assistenza’.
 
2) Porre in discussione le diseguaglianze sociali. Condizioni di lavoro decorose, rivalutazione di tutti i salari, riduzione della diseguaglianza fiscale con una maggiore progressività e ritorno alla tassa patrimoniale, e della diseguaglianza sociale ponendo un tetto ai salari di 15000€. Ebbene, un aumento dei salari a parità di tempo di lavoro e di produttività comporta una riduzione del tasso di profitto delle imprese (cosa non negativa per i lavoratori, al contrario di quanto vorrebbero farci credere!). La quota del capitale da destinare ai salari aumenta, cosa che comporta una riduzione del plusvalore prodotto, che niente altro è se non il tempo di lavoro estorto ai salariati [2]. Dal punto di vista dei possidenti, il lavoro « costa », ogni salario riduce la parte destinata all’accumulazione; dal punto di vista dei lavoratori, il capitale « costa » perché si appropria di una parte, sempre maggiore, del valore prodotto, senza che peraltro a questa appropriazione corrisponda un qualsiasi interesse sociale. Anche qui il dissenso non potrebbe essere più completo.
 
3) Il mantenimento e lo sviluppo dell’apparato produttivo nazionale attraverso una politica di investimenti pubblici: fine delle delocalizzazioni, più che mai un tradimento come quello della vendita a pezzi separati di Alsthom alla Siemens tedesca e alla General Electrics statunitense. E’ a partire da un apparato produttivo forte che potremo organizzare, pianificare le trasformazioni ecologiche. Ebbene, la grande borghesia, ancora una volta tutta presa dalla sua ossessione di profitto, ha da tempo abbandonato gli investimenti nell’economia reale, preferendo la finanza, la speculazione, il gioco in Borsa. La messa in discussione delle diseguaglianze sociali (punto 2) è la leva che permette di investire nell’economia produttiva e nei servizi pubblici, prendendo i soldi là dove sono, vale a dire dai più ricchi.
 
4) Alla fine ricadiamo sull’asse più importante e indubbiamente più preoccupante per la casta dominante: il potere al popolo. Referendum di iniziativa popolare, 6° Repubblica, controllo su eletti pagati con salari non superiori alla media, de-professionalizzazione della vita politica. Ebbene la Repubblica, la democrazia, vengono accettate da coloro che regnano in via esclusiva sull’economia finché esse costituiscono una salvaguardia che nasconde e protegge il loro dominio assoluto sul patrimonio. Essi non hanno mai accettato la Repubblica se non a mezza voce e ipocritamente. Se i francesi non votano come si deve, come è accaduto col referendum sulla Costituzione europea del 2005, si armeggia per aggirare il voto, per annullarlo, o si ri-vota. E così è stato più in generale in tutta la storia della Francia: la Repubblica è sempre stata una concessione (1792, 1848, 1871, 1946). La protezione degli interessi dei più fortunati viene normalmente assicurata da un potente apparato di propaganda mediatica che induce le persone a votare « ragionevolmente » e che è direttamente nelle mani degli oligarchi: Xavier Niel, Serge Dassault, Martin Bouygues, Bernard Arnault, Vincent Bolloré, François Pinault, Patrick Drahi, Pierre Bergé, Mathieu Pigasse, Arnaud Lagardère, Marie-Odile Amaury, i Bettencourt.
 
Tuttavia, appena le masse si mobilitano, si incontrano, discutono, dibattono, senza mediazioni, l’influenza dei « media » subisce un colpo, l’indottrinamento diventa più difficile. Quest’ultimo punto ci permette di stabilire una connessione tra la mobilitazione dei Gilet gialli che portano avanti le aspirazioni di sovranità politica della schiacciante maggioranza del popolo francese con quel che François Ruffin ha recentemente definito « la stretta autoritaria della casta ». Il problema si pone alla borghesia in questi termini: come mantenere la nostra supremazia politica ed economica, quando il 75 % della popolazione lotta o appoggia le lotte contro il neo-liberismo [3] ? Quando le menzogne, le manipolazioni retoriche, non riescono a vincere la determinazione del popolo, non restano alla classe dominante che tre soluzioni strategiche parallele per proteggere i suoi interessi:
 
1) La prima è evidente, consiste nell’espropriazione della sovranità popolare. La sovranità delle masse popolari si esprime in ambito nazionale. In tale ambito, si tratta in primo luogo di ridurre progressivamente la possibilità di espressione politica del popolo procedendo ad una inaudita centralizzazione dei poteri e riducendo tale possibilità di espressione ad occasioni elettorali poco frequenti: elezioni presidenziali e parlamentari per assicurare in tutti i casi una maggioranza parlamentare in Parlamento. Jean-Jacques Rousseau, la cui opera resterà per molti versi una Bibbia per i repubblicani, scriveva già nel Contratto sociale del 1762 a proposito della monarchia parlamentare inglese : « Il popolo inglese pensa di essere libero, si inganna del tutto: lo è solo durante le elezioni dei membri del Parlamento; non appena questi vengono eletti, il popolo torna ad essere schiavo, a non essere niente ». Ovviamente non devono essere prese in considerazione schede bianche e nulle. L’insieme del sistema elettorale deve essere fatto in modo da impedire l’emergere di una alternativa al consenso liberale. In questo senso, un individuo come Emmanuel Macron, che ha ottenuto solo il 16 % dei voti, se si tenga conto di tutti gli aventi diritto al voto, può prendere possesso di quasi tutti i poteri, cosa che consente di trasformare facilmente in senso autoritario le istituzioni. Bisogna poi procedere ad un « trasferimento di sovranità » al di fuori del quadro di espressione della sovranità del popolo verso le istituzioni europee, nei termini « chiarissimi » indicati dal deputato LREM ( La République En Marche, il partito di Macron, ndt) Aurélien Taché : « Il fatto di trasferire una gran parte della sovranità al livello europeo è il nocciolo di quanto proporremo alle elezioni europee, è chiarissimo ». [4] Questa espressione « trasferimento di sovranità » è in  realtà una invenzione dei comunicatori che non ha alcun significato concreto: la sovranità, o esiste o non esiste, essa non può essere trasferita. Una volta che essa venga sottratta al popolo, il popolo non è più sovrano. Il trucco porta piuttosto ad una espropriazione della sovranità popolare, espropriazione intrinsecamente anti-democratica. Ed è già in stato avanzato : l’obiettivo di LREM è di portare questo processo a conclusione. Il trasferimento delle più importanti competenze di una nazione libera fa sì che il dibattito democratico nazionale si trasformi in una parodia, limitando la scelta dei cittadini al solo colore politico dal quale verranno mangiati; accettando i vincoli dei trattati, essi accettano l’austerità imposta. Questi burattini politici nascondono l’assenza di ogni controllo economico, monetario, militare, facendo finta di fare scelte politiche deliberate, ma non potranno ancora a lungo mascherare lo stato di servaggio volontario imposto ai paesi : privatizzazioni ferroviarie, delle dighe, euro forte che avvantaggia l’economia tedesca contro il resto dell’Europa, aumento del bilancio militare in realtà al comando della NATO, ecc.
 
2) In un secondo tempo, per sacralizzare questa distanza infinita che separa il popolo dall’esercizio reale della sua sovranità, può essere messa in opera tutta una strategia di repressione o addirittura di terrore. E tale tendenza prenderà nuovo slancio se il movimento dei Gilet gialli manterrà alta la mobilitazione. Stavolta una larga frangia di popolazione che non conosceva la violenza di cui il potere è capace di fronte alle mobilitazioni sociali sta cominciando a prenderne coscienza. Nel momento in cui scrivo, si contano 8 morti, 865 feriti, 4 occhi perduti, 3 mani amputate, senza considerare i tanti insulti, le violazioni di legge durante gli interrogatori in stato di fermo, e la violenza morale incancellabile, rappresentata al suo punto più alto dallo scandalo mondiale del trattamento riservato ai liceali di Mante-La-Jolie, costretti in ginocchio, le mani sulla testa, qualcuno faccia contro il muro. La criminalizzazione delle classi popolari in lotta va di pari passo con la criminalizzazione di coloro che vorrebbero farsi interpreti di questa rabbia nei Parlamenti e nelle imprese. Ciò permette di prevenire questa lotta concreta e, nello stesso tempo, spaventare e terrorizzare tutti coloro che sarebbero tentati di unirsi ad essa. Gli attacchi giudiziari contro l’opposizione popolare (FI, Mélenchon, Ruffin, Eric Drouet ecc.) insieme alle varie apologie sulla passione monarchica dei francesi, o alla storia della guardia del corpo Benalla, non sono coincidenze ma elementi della scelta autoritaria fatta dalla casta per evitare di farsi rovesciare.
 
3) Infine, se non è possibile ridurre la rabbia sociale, la si può sempre aggirare. Ogni società di classe è una società nella quale un certo numero di individui vive e si arricchisce sulle spalle di quelli che lavorano. Bisogna dunque dirigere questa rabbia, che nasce da una sofferenza vera, verso un gruppo di individui che non è la causa reale dei problemi sociali. Incentrare il dibattito politico sulla questione religiosa è cosa sempre indiscutibilmente utile a prevenire ogni messa in discussione dell’ordine costituito; mano a mano che le tensioni si acutizzano, la messa in causa della laicità è più che una tentazione. In questo senso i « liberali » anticipano sempre le vittorie dell’estrema destra, cercando di riposizionare il dibattito in questi termini. Gli esempi potrebbero essere infiniti, ci limiteremo a due: il signor Collomb e il signor Wauquiez. Il primo enunciava senza il minimo scrupolo la tesi del Grand Remplacement (La grande sostituzione dei popoli europei con quelli di origine africana attualmente in corso, ndt) cara ai fascisti francesi in piena commissione parlamentare, e si diverte a far benedire ogni anno la sua città di Lyon dal cardinale della cattedrale di Fourvière. Ricordiamo che il signor Collomb è stato in precedenza militante del partito socialista prima di entrare nella maggioranza presidenziale di Macron. E’ nella stessa prospettiva che il signor Wauquiez difende « le radici cristiane della Francia », montando polemiche di sana pianta intorno ad un presepe di Natale che ha fatto realizzare dal Consiglio Regionale dell’ Auvergne Rhône-Alpes. Il ritorno sulla scena politica della religione cristiana autorizza la stigmatizzazione di una importante minoranza musulmana che sarebbe incompatibile con le istituzioni repubblicane, che metterebbe in pericolo la cultura francese, che vivrebbe « assistita » sulle spalle dei lavoratori francesi. Cosa che è del tutto vera se si parla dei grandi ricchi di questo paese che hanno da tempo atomizzato la produzione culturale popolare di questo paese, asservendola ad una cultura di massa inglese o ad un arte formalista ultra elitista, che ama la Repubblica solo quando diventa cosa privata, che ingrassa sul lavoro altrui. In ogni caso, Macron segue con determinazione questa strada di de-laicizzazione del dibattito: rammaricandosi della rottura tra Chiesa e Stato come se fosse un canonico del Laterano, ponendo ancora, anche nell’ultimo discorso, il problema della laicità congiunto a quello dell’immigrazione in modo del tutto improvvisato, con la volontà di rinchiudere lo spazio del dibattito politico introno alla pseudo contraddizione tra LREM e RN (Rassemblement National, il partito di Marine Le Pen, ndt).
 
Ma il popolo lavoratore ha dimostrato di non farsi più raggirare dalle manovre miranti a fargli abbandonare le sue rivendicazioni. E il movimento si radica col tempo, come le persone che mettono radici sulle barricate delle piazze. Seppure i Gilet gialli dovessero per qualche tempo sospendere la mobilitazione, che i potenti non si illudano: il popolo non accetterà più di fare marcia indietro. Non sono facilmente estirpabili i riflessi di auto-organizzazione che ha preziosamente acquisito. Se i ricchi sfondati vorrebbero far credere che tutto questo danneggi l’immagine della Francia, il risveglio del popolo francese dà invece la speranza, agli sfruttati di ogni latitudine, che è possibile liberarsi dal giogo che li opprime. La vittoria dell’insurrezione cittadina avrà gli effetti di un terremoto e molti altri correranno a seguirne l’esempio. Ricorderà quella legge acclamata da Saint-Just, l’ 8 ventoso dell’anno II, e che i finanzieri impauriti si sforzano di dimenticare : « I poveri sono i potenti della terra; hanno il diritto di parlare come padroni ai governi che li trascurano ».
 
 
Note:
 
 
[2] Vedi i capitolo 7 e 12 del Capitale di Marx sul fenomeno del plusvalore
 
 
[4] Trasmissione Les Terriens du Dimanche, 2 dicembre, C8
 
 
 
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