ProfileIntervento, 19 agosto 2021 - Se gli ultimi rappresentanti della tutela imperiale hanno lasciato l’Afghanistan, è semplicemente perché hanno perso la guerra. E sono stati i Talebani che li hanno cacciati dopo avere disperso l’esercito di cartapesta di un regime fantoccio. Come nel Vietnam, nel 1975...  

 

Oumma, 18 agosto 2021 (trad.ossin)
 
Fuggi fuggi da Kabul
Bruno Guigue
 
Sono piuttosto ridicoli i commenti di quei giornalisti che accusano Joe Biden di comportarsi come Donald Trump, che accusano Washington di rinunciare alla sua egemonia planetaria, e sostengono che gli USA non hanno fatto abbastanza. Un po’ come quei guerrafondai che, durante la guerra del Vietnam, non capendo il resto di niente, pretendevano l’invio di ancora più soldati e ancora più bombe da sganciare sul Nord-Vietnam. Come se un po’ più di imperialismo potesse salvare l’imperialismo, e come se vent’anni di occupazione militare in Afghanistan, decine di migliaia di morti e centinaia di miliardi andati in fumo fossero solo un acconto, e che bisognasse adesso saldare il conto !
 
 
Altrettanto ridicola, per la medesima ragione, è la tesi dell’«errore strategico» commesso da Washington, sostenuta da certi esperti occidentali che considerano l’invasione dell’Afghanistan una buona idea, in quanto bisognava punire i cattivi Talebani complici di Al Qaeda anche se, purtroppo, si è operato male. Se davvero è così, perché gli USA, rendendosi conto dell’errore, non hanno fatto le valige come fecero in Somalia nel 1992 ? Sempre rimaneggiata dopo ogni fallimento, questa tesi dell’«incompetenza» o del «dilettantismo» di Washington elude la questione dei veri motivi dell’intervento straniero: è una cortina fumogena che dà per scontata la legittimità dell’intervento, come se il problema, in definitiva, fosse un problema di forma e non di sostanza.
 
In questo modo, si vuole evitare di fare i conti con le vere cause de conflitto, dimenticare che questo vasto paese montagnoso è un paese-cerniera che collega i mondi iraniano, turco e indiano, e che Washington, assumendo il controllo diretto o indiretto del suo territorio, si proponeva di ottenere da questa operazione, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ricchi dividendi strategici. Si vuole dimenticare quindi che la prima motivazione dell’intervento straniero del 2001, mascherato dietro il nobile motivo della sedicente lotta contro il terrorismo, era di mettere un piede in prossimità della Russia e della Cina. Null’altro quindi se non una prosecuzione dell’operazione della CIA di collegamento con fazioni islamiste, inaugurata già prima dell’intervento sovietico del 1979, intervento realizzato a richiesta del legittimo governo afghano e guidato da forze laiche.
 
Stabilendo una testa di ponte in Afghanistan, Washington si dotava, a lungo termine, dei mezzi per arginare l’influenza di Mosca e Pechino, addirittura per destabilizzare sul loro fianco sud queste potenze continentali, rivali sistemiche della talassocrazia statunitense. A costo di trasformare questo paese in un vivaio di estremisti la cui strumentalizzazione è stata elevata, con la regia di Zbigniew Brzezinski, al rango di un assioma della politica degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente. A costo di prendersi anche il rischio di esporsi alla sindrome di Frankenstein, perché la creatura terrorista avrebbe finito col rivoltarsi contro il suo creatore perseguendo un suo proprio programma, attendendo l’ultimo rovesciamento di alleanza che trasformi di nuovo il nemico supposto in alleato obiettivo, o addirittura in un alleato tout court, dimenticandosi volutamente dei contenziosi passati.
 
Insomma, è evidente che gli Stati Uniti non hanno abbandonato l’Afghanistan il 16 agosto 2021 perché si sono resi conto, dopo vent’anni, di aver «commesso un errore strategico» (Hubert Védrine). Se hanno fatto i bagagli, non è nemmeno perché avevano «compiuto la loro missione» (Joe Biden), salvo ad ammettere, ovviamente, che la missione era quella di perpetuare il caos, cosa del tutto esatta. Quando Joe Biden dice che gli Stati Uniti non avevano il compito di «costruire una nazione» in Afghanistan, bisogna prenderlo in parola: questa lunga occupazione era in realtà un’impresa di demolizione. Evidentemente non è quello che Joe Biden ha inteso dire: vorrebbe piuttosto farci intendere che questo fuggi fuggi finale era giustificato dalla vittoria su Al Qaeda, mentre le metastasi di questa organizzazione patrocinata dalla CIA nei primi anni 1980 non hanno smesso di diffondersi negli ultimi venti anni!
 
La verità è quindi lontana anni luce da questa ridicola giustificazione, anche se formalmente quel che dice Joe Biden è esatto: gli Stati Uniti non hanno costruito niente in Afghanistan, accontentandosi di esercitare una capacità di nuocere che alla fine è stata battuta da avversari che si sono dimostrati più forti di loro, anche perché la loro forza si basa su di una considerevole superiorità morale: i Talebani sono nel loro paese e si battono per la sovranità del loro paese. Se gli ultimi rappresentanti della tutela imperiale hanno lasciato l’Afghanistan, è semplicemente perché hanno perso la guerra. E sono stati i Talebani, questi ex alleati trasformati in resistenti dall’occupazione straniera, che li hanno cacciati dopo avere disperso l’esercito di cartapesta di un regime fantoccio. Come nel Vietnam, nel 1975.

 

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