ProfileIntervento, 2 settembre 2021 - Il 29 febbraio 2020, il quindicenne Ugo Russo è stato ucciso con numerosi colpi di pistola da un carabiniere, mentre tentava una rapina con un'arma giocattolo. La famiglia chiede Giustizia e Verità, e questa richiesta campeggia su un murales dedicato ad Ugo. Poliziotti, magistrati, giornalisti al seguito e politici di scorta ne hanno chiesto la rimozione...    

 

Corriere del Mezzogiorno, 2 settembre 2021

 

I Taleban della legalità

Nicola Quatrano

 

Dunque il TAR ha confermato la cancellazione del murales dedicato al quindicenne ammazzato da un carabiniere mentre tentava una rapina con la pistola-giocattolo. Invece delle manifestazioni stile Black Lives Matter, invece di Biden e dei poliziotti che si inchinano dinanzi ai familiari delle vittime, qui da noi la cosa ha funzionato nello stile di Zuckerberg, che cancella e oscura da Facebook tutto quello che (lui e i suoi algoritmi) non considerano “corretto”. Insomma, ha funzionato la censura
 
Il murales di Ugo Russo, a Napoli, che chiede Verità e Giustizia
 
E si moltiplicano gli accorati appelli ad oscurare, cancellare, vietare, chi più ne ha più ne metta: i video inneggianti ai boss, gli altarini dedicati a giovani che si sono giocati la vita, e perfino la vendita di magliette con la scritta “Camorra”.
 
Qui mi limito a segnalare, senza entrare nel merito, che fatti come quelli che si intendono nascondere al pubblico non costituiscono di per sé reato. Il codice penale vieta infatti – in termini che devono mantenersi compatibili con il principio costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero – l’apologia “di reato”, non certo di singoli “delinquenti”, né il loro (discutibilmente) commosso ricordo.
 
Mi intriga notare, però, che questo furore censorio ricorda in qualche modo quello della Polizia religiosa per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, istituita dai Taleban nella precedente esperienza di governo. Intendiamoci, so bene che i nostri custodi della legalità non si propongono certo di impedire che maliziosi sguardi sfiorino quelle parti del corpo femminile, capaci di suscitare disordinati appetiti sessuali pericolosi per l’ordine sociale. Mutatis mutandis, essi intendono piuttosto impedire che sguardi immaturi sfiorino le immagini di malviventi, capaci di suscitare disordinati appetiti emulativi altrettanto pericolosi per l’ordine sociale.
 
Però, se i Taleban dovrebbero una buona volta capire che la passione erotica, certamente per sua natura disordinata, va più convenientemente tenuta sotto controllo da una matura capacità di governare i propri istinti, qualcosa del genere dovrebbero capire anche i nostri custodi della legalità.
 
La censura, nella migliore delle ipotesi, è come il cane del matto di Re Lear, che viene cacciato mentre in casa, davanti al focolare, resta la vecchia cagna che puzza. È come lo struzzo che crede di cancellare il pericolo chiudendo gli occhi.
 
La censura, nella migliore delle ipotesi, confonde l’effetto con la causa, è un modo di limitarsi a guardare il dito che indica un cielo molto più interessante da guardare.
 
Meglio sarebbe chiedersi perché il «cattivo» risulta (talvolta o per qualcuno) più affascinante del «buono». Forse perché non è mai totalmente “cattivo”, o perché non sempre il “buono” è tanto migliore di lui, e la “bontà” alle volte è solo ipocrita rappresentazione che nasconde molto di peggio. 
 
Anche in letteratura capita che l’eroe non dia il buon esempio. Pensate ai traditori e ai magnaccia tanto amati (non solo esteticamente) da Jean Genet. Ma il «Santo, commediante e martire» (parole di Jean Paul Sartre) è oramai al riparo da ogni possibile campagna censoria, sepolto in una nuda tomba nella spiaggia di Larache, di fronte all’oceano. 
 
La sostanza della questione – quella con cui fare seriamente i conti - è la condizione giovanile. Che, nelle periferie emarginate del mondo, si intreccia sempre più con la questione criminale. Più che di campagne scandalistiche, si avverte piuttosto il bisogno che del problema se ne occupino la politica e l’economia, varando progetti inclusivi che offrano lavoro “vero” e riducano il senso di esclusione dei giovani. Che se ne occupi la scuola, che ha invece abbandonato le periferie. E la pedagogia sociale, che non si fa coi divieti, ma stimolando il senso di responsabilità, il contrario esatto del divieto. 
 
Più insegnanti di frontiera, più lavoro vero, più responsabilità sociale, meno divieti. E più modelli davvero positivi, oggi introvabili nei comportamenti delle élite.

 

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