Marocco

 In occasione delle celebrazioni del 33° anniversario della "marcia verde", il re del Marocco, Mohammed VI, accusa l'Algeria di ostacolare l'integrazione del Maghreb, ribadendo la leggittimità dell'occupazione marocchina del Sahara Occidentale. La notizia in un dispaccio AFP e nel commento apparso sul quotidiano di Algeri, La Liberté. Tradotti in italiano a cura di ossin

(nella foto, Mohammed VI)Zoom Lebron XV 15 Low

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 Gabriel Molina, direttore di Granma Internacional, ricorda un epiosdio dimenticato: l'invasione marocchina dell'Algeria, all'indomani dell'indipendenza. La Rivoluzione algerina venne allora salvata dall'aiuto decisivo dei soldati cubani. La traduzione per ossin è di Alessandra Riccio.


(nella foto, Ahmed Ben Bella)

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Sahara occidentale - Abbiamo ricevuto le foto di una manifestazione a Guelmin (nel sud Marocco), per protestare contro la condizione dei prigionieri politici saharaoui nelle carceri marocchine.
I volti sono cancellati per non esporre i manifestanti a possibili rappresaglie.
 
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Tel Quel 26 luglio/2 agosto 2008
Cadi Ayyad. Gli studenti contrattaccano
Gli studenti arrestati durante le manifestazioni all’Università Cadi Ayyad, a Marrakech, hanno diffuso delle testimonianze che accusano la polizia di brutalità. Attualmente sono in sciopero della fame dal 10 giugno.

“Mi sono nascosto con dei compagni sulla terrazza di un edificio della città universitaria, quando sono arrivati degli elementi del CMI (Corpi speciali della polizia marocchina, ndt). Volendo schivare un colpo di manganello, mi sono trovato nel vuoto, sospeso al muretto della terrazza, fino a quando i poliziotti non hanno cominciato ad assestarmi colpi sulle dita”. Abdelkébir Bahi, studente della facoltà di diritto di Marrakech, è caduto dal 4° piano. Diagnosi: frattura della colonna vertebrale. Attualmente si trova su di una sedia a rotelle.

Il dramma si è svolto il 14 maggio. Una manifestazione studentesca organizzata dall’UNEM (Union nazionale des étudiants marocains) sfocia in scontri con la polizia. I manifestanti si dirigono verso l’Università di Cadi Ayyad, dove ha sede il Rettorato. Obiettivo: consegnare al Rettore una lista di rivendicazioni, soprattutto l’aumento della borsa di studio a 1500 Dhirams. Le forze della CMI, inviate a contenere questa “marcia non autorizzata”, chiudono gli studenti nel campus. Candelotti lacrimogeni e colpi di manganello cominciano allora a piovere sugli ospiti della città universitaria che rispondono con lanci di pietre e bottiglie molotov. Risultati: edifici bruciati e 18 studenti arrestati. Interrogato sulla piega presa dagli avvenimenti, Moulay M’hamed Mirani Zantar, decano della Facoltà di diritto, non prende posizione: “Questa faccenda oramai riguarda solo le Autorità ed i detenuti”. Il 9 giugno viene emesso il verdetto per 7 di loro: un anno di prigione ferma ed un’ammenda di 1500 Dhirams. “E’ una condanna arbitraria – commenta Mustapha Rochi, uno degli avvocati – Perché condannare proprio questi sette studenti, quando a manifestare erano in centinaia?”. Gli altri undici arrestati attendono ancora il processo, Ma i 18 studenti, detenuti nel centro penitenziario di Boulmehraz a Marrakech, hanno avviato uno sciopero della fame dal 10 giugno, che dura fino ad oggi. Chiedono la revisione del processo, assicurando che le loro deposizioni sono state strappate con la tortura.
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Marocco - Gli arresti indiscriminati degli studenti di Marrakech, dopo le manifestazioni del 14 e 15 aprile (v. rapporto ossin di giugno), hanno finalmente raggiunto le pagine dei giornali marocchini. Almeno quelle non conformiste di Tel Quel.

(Poliziotti durante una manifestazione, foto ossin)

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Nome: Serge Uvia Mashikote.
Nato il 17 aprile 1990 sfortunatamente a Kisangani, città della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire).
Attualmente rifugiato in Marocco, un rifugiato-bambino scappato dalla guerra a 12 anni, insieme a molti altri coetanei.
…………..
Mio padre era dipendente del Municipio, mia madre era casalinga. Io ero il primo figlio, dopo di me due bambine di 4 e 6 anni. Nel 2002 vi è stata una rivolta nel mio paese e i militanti della RCD, sostenuti dall’Uganda, si sono scontrati con le forze governative.
Nel tempo di cui parlo, molti quartieri della mia città erano controllati dai miliziani dello RCD e le radio del governo invitavano i civili alla resistenza, a prendere le armi contro i ribelli. Questi ultimi – preoccupati di ciò – hanno cominciato a sterminare i ragazzi della mia età. Che non potevano nemmeno sperare di mettersi sotto la protezione delle forze governative, perché queste a loro volta li arruolavano forzatamente e li costringevano alla guerra.
Ho sentito racconti di bambini gettati nei pozzi e di tanti altri ammazzati senza pietà, mentre dall’altro lato li prendevano per farne dei soldati, una storia frequente in Africa.
Una notte i miliziani della RCD sono entrati in casa mia e hanno cominciato a picchiare i miei genitori. Mio padre ha fatto in tempo a dirci di fuggire dalla parte di dietro. Io e le mie sorelline siamo scappati da una finestra correndo come pazzi il più lontano possibile.
Il giorno dopo siamo tornati, non avevamo il coraggio di rientrare a casa e siamo andati da una famiglia di vicini. Ci hanno accolto piangendo, ma non volevano raccontarci cosa era successo. Solo a me lo hanno detto, che ero più grande. In breve, mio padre e mia madre erano stati ammazzati. Oramai non eravamo che degli orfani, senza nessuno al mondo.
 
Le mie sorelle sono rimaste dai vicini, per me era troppo pericoloso restare, sarei stato ucciso o arruolato a forza. Sono scappato insieme ad una ventina di altri ragazzi, lungo la strada siamo diventati moltissimi. In quel momento non avevamo una direzione, si trattava solo di allontanarsi dalla guerra. Il cammino è durato molti giorni e molte notti. Si mangiavano i frutti degli alberi o il pane che qualche persona impietosita ci dava.
Non mi ricordo dopo quanto tempo, ma sicuramente alcune settimane, siamo arrivati nella città di Lokolela (regione di Eguateur), una cittadina sulle rive del fiume Congo, che divide la Repubblica democratica del Congo dal Congo Brazzaville.

Eravamo tutti stanchi, doloranti per la fatica e coi piedi gonfi. Siamo rimasti qualche settimana.
Dormivamo nel porto, sotto le stelle, mangiavamo i pesci che pescavamo alla bell’e meglio. Nessuna assistenza, nessun aiuto, in quella città eravamo considerati come stranieri. Eppure eravamo quasi tutti bambini dai 12 anni in su.
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Editoriale Tel Quel 13/19 settembre 2008

Ancora la “mancanza di rispetto al re”?
“Mancanza di rispetto al re”. E’ il capo di imputazione che ha significato per Mohamed Erraji, 32 anni, una condanna a due anni di prigione ferma. Dopo un processo sbrigativo al Tribunale di Agadir (interrogatorio di polizia giovedì 4 e venerdì 5 settembre, comparizione davanti al giudice, processo e verdetto lunedì 8), l’imputato, che non ha avuto nemmeno il tempo di nominare un avvocato, è stato direttamente spedito alla prigione di Inezgane. Ancora inebetito per quello che gli era capitato, vi ha trascorso qualche giorno prima di ottenere la libertà provvisoria giovedì. L’appello è fissato per il 16 settembre ed il giovane rischia fino a 5 anni di prigione.

Mohamed Erraji è un blogger di talento, giornalista e cronista per hespress.com. E’ stata una cronaca pubblicata su questo sito web, dal titolo “il re incoraggia il popolo all’assistenza” ,che gli ha procurato tutte queste disavventure.

Mohamed è partito da un aneddoto, riportato da un quotidiano, secondo il quale il re Mohammed VI, in uno slancio spontaneo di generosità, avrebbe concesso una licenza di taxi ad un vigile urbano di fronte al quale si è trovato, mentre conduceva la sua auto con a fianco il principino Moulay Hassan.
Da qui egli svolge tutto una argomentazione che tende a dimostrare che la politica dei doni reali (sia che si tratti di licenze, che di lotti di terreni) allontanerebbe i marocchini dalla strada del lavoro e dell’impegno, facendone un popolo di assistiti. Concludendo con una profezia: se il futuro Hassan III perpetuerà gli stessi comportamenti del padre, il Marocchini non potranno sperare di uscire dall’assistenzialismo prima del “regno di Mohammed VII”.
Ecco tutta la questione.

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Tel Quel 13/19 settembre 2008
Intervista a Mohamed Erraji - Io non ho insultato il re

Mohamed Erraji è stato finalmente posto in libertà (provvisoria), dopo sei giorni di prigione. Raggiunto da Tel Quel dopo essere uscito di prigione, ci consegna le sue prime impressioni.
Di Mehdi Sekkouri Alaoui


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Tel Quel 13/19 settembre 2008

Il blogger Mohamed Erraji è stato arrestato e condannato, all’esito di un processo sbrigativo, a due anni di prigione ferma e 5000 Dh di ammenda per “mancanza di rispetto al Re”

Libertà di espressione - Il blogger ed il re
di Mehdi Sekkouri Alaoui

Sì, sì, è uscito di prigione. Giovedì mattina le redazioni sono state inondate da comunicati stampa, da telefonate: Mohamed Erraji è un uomo libero. “Niente affatto, è solo in libertà provvisoria. Il processo di appello riprenderà il 16 settembre”, precisa uno dei suoi amici. Ricapitoliamo: ancora una settimana fa Mohamed Erraji era un illustre sconosciuto. Il 1° settembre ha messo in rete un articolo critico nei confronti di un “gesto reale”. Quattro giorni dopo è stato arrestato, poi l’8 è stato condannato in primo grado a due anni di prigione ferma e 5000 dhirams di ammenda. Infine l’11 settembre è passato in appello ed è stato rimesso in libertà (provvisoria). Ma che cosa è successo perché si giungesse a questa allucinante risultato?

(In)giustizia sbrigatriva

All’inizio della settimana, dunque, Mohamed Erraji , giovane blogger di Agadir, è stato condannato per “mancanza del rispetto dovuto al re e alla famiglia reale”. Gli si rimprovera di avere pubblicato qualche giorno prima sul sito di informazione hespress.com, una tribuna intitolata “Il re incoraggia il popolo all’assistenza”, nella quale denunciava l’arbitraria elargizione di una licenza di taxi da parte di Mohamed VI. Estratto: “Il re non può rilasciare queste licenze a suo piacimento, senza controllo o supervisione, a chiunque lo aduli. Perché questo contribuisce a creare degli eserciti di cortigiani che, invece di guadagnarsi la vita col sudore della fronte, lo fanno vendendo acclamazioni ed elogi spesso poco credibili”. O ancora: “Questo fa dei marocchini un popolo senza dignità, che vive di doni e beneficenza, laddove non c’è bisogno di qualcuno che abbia pietà di noi ma piuttosto di qualcuno che assicuri la distribuzione delle ricchezze del paese in modo equo”.

Questo testo è una risposta ad un articolo apparso nel quotidiano arabofono Al Jarida Al Oula, secondo il quale Mohamed VI avrebbe recentemente offerto una licenza di taxi ad un vigile urbano che avrebbe cantato le lodi di suo figlio Moulay El Hassan, mentre lo accompagnava in una passeggiata in città.

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Marocco - Un'altra storia che ha fatto indignare il mondo: Mohamed Erraji è stato arrestato e condannato a due anni di prigione (all'esito di un processo sbrigativo nel corso del quale non gli è stato dato nemmeno il tempo di nominare un avvocato), per avere criticato l'abitudine reale di distribuire favori e prebende.

Nell'occasione Mohamed VI aveva concesso una licenza di taxi ad un vigile urbano, solo perché aveva lodato il principino Moulay El Hassan.

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La Verité 13 – 19 giugno 2008 

 

Le forti proteste di cui è stata teatro Sidi Ifni confermano - se ce ne fosse bisogno, e in che maniera! – che il Marocco attraversa una grave crisi sociale e politica, che il governo non si assume le sua responsabilità. La situazione rischia a maggior ragione di degenerare, dal momento che il potere di acquisto della grande maggioranza del popolo marocchino si riduce sempre di più. All’orizzonte si intravvede un peggioramento della situazione, evocata dagli slogan scanditi durante le manifestazioni. I movimenti di contestazione assumono oramai carattere regionale ed etnico, sullo sfondo di un Marocco che alcuni accusano di avere voltato le spalle alla maggioranza dei suoi cittadini, per privilegiare una minoranza di ricchi.

 

di El Houssine Majdoubi

 

Si potrebbe credere a prima vista che i disordini scoppiati nella città di Sidi Ifni assomiglino a quelle che anche altre città nel mondo hanno conosciuto a causa dell’aumento del costo della vita e della riduzione del potere di acquisto. Assolutamente no,  sembra proprio che non si sia trattato se non della punta di un iceberg:  vi sarebbero mani occulte che, perseguendo rivendicazioni politiche non tutte fondate, cercherebbero di seminare il disordine, da qui la gravità della situazione.

 

Rischio di esplosione sociale
Non vogliamo certamente negare il carattere internazionale di tali contestazioni. Alcuni rapporti, soprattutto quello dell’ONU pubblicato lo scorso aprile, segnalano che diversi paesi del terzo mondo  conosceranno ondate di proteste a causa del’aumento dei prezzi degli alimenti e degli idrocarburi. Il Marocco sarà – a dire di questi rapporti – anch’esso interessato da questi disordini. Prova di ciò, secondo il rapporto dell’ONU che non sembra possa essere tacciato di parzialità, sono gli ultimi avvenimenti di Sefrou. La settimana scorsa è comparso un secondo rapporto che cita il Marocco a questo proposito e porta questa volta la firma dell’Instititution de la Paix internazionale.  In questo rapporto il Marocco figura tra i paesi dove la pace sociale è in bilico. I rischi di esplosione sociale qui sono a maggior ragione più forti. Pochi giorni dopo, gli avvenimenti di Sidi Ifni hanno dato ragione a questo rapporto. A dire il vero non è la sola città in cui vi sono stati disordini. Altre città, ugualmente marginalizzate, come Bouarfa, Feguig, Demnat o Rachidia, sono state teatro di vive proteste che si sono aggiunte agli scioperi settoriali quotidiani ed ai sit-in dei disoccupati.
A guardarli da vicino, i fatti che hanno da ultimo scosso Sidi Ifni non sono isolati, sarebbero il risultato di un vasto movimento politico e sociale avviato nell’estate del 2005, quando venne creato un coordinamento regionale che raggruppava partiti, soprattutto di sinistra, e di organizzazioni non governative , che si proponeva di ottenere di “attribuire a Sidi Ifni lo statuto di provincia, vale a dire creare una prefettura , strada diretta per la creazione di posti di lavoro, e l’utilizzazione in favore della popolazione locale delle risorse naturali della regione, come la pesca marittima”. Ma, e questo è il punto dolente,  vi sono segnali che lasciano presagire il peggio.
Cosi un giovane di Sidi Ifni ha presentato un video su You Tube dove si afferma  senza remore che “Sidi Ifni è stata costruita dalla Spagna, questo paese che ci ha lasciato tanti monumenti, al contrario del Makhzen (sistema di potere della monarchia marocchina, ndt) che non ci ha portato niente altro se non la repressione. Null’altro. Noi siamo riconoscenti alla Spagna e denunciamo il makhzen marocchino”. Questa dichiarazione non è isolata, altri segnali provano che la situazione rischia ancora di aggravarsi, In effetti la settimana scorsa una delegazione composta di giovani della città si è riunita il 19 maggio scorso col console spagnolo ad Agadir. Avrebbe chiesto alla Spagna di assumersi le sue responsabilità nei confronti della sua ex colonia. Alcuni avrebbero perfino chiesto al diplomatico di restituire agli abitanti della città la nazionalità spagnola.
Di più, una gran parte della popolazione locale considera la loro città come parte integrante del Sahara. E’ dunque, secondo loro, una regione oggetto di controversie, che dovrebbe appartenere sul piano amministrativo al Sahara piuttosto che alla provincia di Agadir. Non stupisce a questo punto che una  gran parte dei giovani della città sostenga apertamente il Polisario, giungendo anche a sostenere rivendicazioni  separatiste.
Si afferma inoltre in un’altra parte della popolazione, non solo tra i giovani, un discorso non meno grave che denuncia “l’ingiustizia di cui è stata fatta oggetto la tribù dei Baamarane.  Queste tribù hanno molto contribuito a cacciare il colonizzatore, ma non sono stati ricompensati. E sono al contrario quelli del nord che monopolizzano le ricchezze di Sidi Ifni, tra cui soprattutto la pesca marittima”.
Peggio ancora le ultime proteste di Sidi Ifni hanno visto per protagonisti i giovani, i vecchi, le donne e i bambini. Per tutti costoro il movimento di contestazione è come il prolungamento della lotta sostenuta un tempo contro il colonizzatore spagnolo.  Siamo dunque davanti ad una grave deriva, perché il Marocco viene presentato come un nuovo colonizzatore.

 

Ricerca della nazionalità spagnola. Perché?
Ci troviamo dunque al cospetto di un nuovo fenomeno. La marginalizzazione economica e l’impennata delle rivendicazione di autonomia producono un discorso che insiste sulla necessità di mettere a profitto della popolazione locale le risorse della regione. Più la gente sente che le loro rivendicazioni non saranno esaudite subito, più sembra rinnegare la sua appartenenza al Marocco. Lo si è visto a Sidi Ifni e allo stesso modo nella regione del Rif. Alcuni abitanti di Sidi Ifni non hanno nascosto, durante le ultime manifestazioni di protesta, il desiderio di recuperare la nazionalità spagnola, così allo stesso modo la grande maggioranza della popolazione del Rif ha espresso apertamente, in occasione della visita del Re Juan Carlos a Melilla, che preferisce appartenere alla Spagna. D’altronde se era comprensibile la politica perseguita dagli anni ’70 fino alla metà degli anni ’90 da Hassan II , quella di accordare privilegi alle celebrità della regione, capaci di mobilitare la popolazione,  oggi questa stessa politica, che ha creato grandi disparità e fragilità sociale, spinge la gente a fare delle celebrità il loro bersaglio privilegiato. Sempre su You Tibe, un giovane di Sidi Ifni ha presentato un video dove fa i nomi dei beneficiari dei permessi di pesca. Né è venuto fuori che per la maggior parte si tratta di stranieri. Cosa che ha spinto un gruppo di giovani a prendere di mira il porto, come simbolo della spoliazione delle ricchezze della regione.
La questione è dunque quella di sapere quali siano le misure necessarie a contenere e prevenire le crisi che rischiano di colpire il paese a breve. I responsabili sembrano puntare fino ad oggi su soluzioni palliative inadatte a risolvere i problemi, preferendo ricorrere alla repressione.  Si sa che questa politica seguita da decenni non ha prodotto esiti positivi. Al contrario non fa che aggravare la situazione. Di fronte ad una popolazione disperata, la repressione non può niente.  Questo spiega perché i movimenti di protesta si moltiplicano malgrado il pugno di ferro.
“Tutti i segnali – mette in guardia il politologo Abdellatif Hosni – mostrano che il Marocco attraversa una grave crisi. E’ necessaria un profonda riflessione per salvare questo paese dalla caduta. Si capisce che la pace socuiale è sempre più fragile. E’ necessario dunque reagire al più presto”.

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(Hogra è termine algerino difficilmente traducibile, significa allo stesso tempo «corruzione ingiustizia abuso di potere arbitrio umiliazione» ).

di Hicham Houdaifa e Fedoua Tounassi

 

La capitale degli Ait Baamrane è stata teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Ricomparsa di una regione carica di storia e che dà corpo alle frustrazioni di un Marocco marginalizzato


Sidi Ifni oggi è una città ferita. Una città finita. Qualche giorno dopo la sommossa del 7 giugno, il capoluogo delle tribù degli Ait Baamrane è una città sinistrata. Tutto in città mostra che essa è stata teatro di una vera e propria guerra. Pietre dappertutto, mura sbrecciate, le porte della case divelte. “Quello che è successo è inammissibile. Lo Stato ha mostrato la stessa faccia mostruosa che aveva durante le manifestazioni sociali degli anni di piombo (quelli della monarchia di Hassan II, ndt)”- commenta Khadjia Ryadi, presidente dell’AMDH.

Veniamo ai fatti.

Dal 30 maggio la popolazione locale ha deciso di bloccare l’accesso al porto. Un gruppo di giovani disoccupati impedisce alle decine di camion pieni di sardine di lasciare la città. Le mediazioni dei notabili e del governatore non ottengono alcun risultato. “La decisione dei giovani disoccupati di bloccare l’attività del porto era assolutamente spontanea. Il rifiuto di levare il blocco era ugualmente giustificato. Da anni ci fanno promesse senza rispettarle. Questa volta bisognava andare fino in fondo”, ci confida Mohammed Issam, sindacalista e membro del Segretariato locale di Sidi Ifni, attualmente fuori città per paura di essere interrogato. Dopo oramai quattro anni, il Segretariato che raggruppa i principali attivisti e i disoccupati diplomati della città è diventato il portavoce delle rivendicazioni della popolazione degli Ait Baamrane. Rivendicazioni di carattere puramente sociale. “Questa località è forse la sola del paese in cui la popolazione si è ridotta col passare degli anni. Per partire verso la Spagna, soprattutto verso le Isole Canarie, l’arcipelago che si trova proprio di fronte alla costa. Le nostre richieste non sono mai state soddisfatte. A cominciare dal porto che bisognerebbe ampliare perché un maggior numero di giovani vi possa trovare lavoro. Noi abbiamo bisogno di infrastrutture industriali, per esempio una fabbrica di conserve. Una strada che colleghi Sidi Ifni a Goulimine per spezzare l’isolamento della città e soprattutto creare la prefettura di Sidi Ifni. Non è ragionevole che noi dipendiamo da Tiznit, mentre i nostri legami familiari sono più a sud”, spiega M. Issam. D’altro canto gli abitanti di Sidi Ifni, una composizione di arabi, berberi e saharaoui, non vogliono essere governati da un Soussis (originario del Souss, ndt) di Tiznit. Durante le precedenti rivolte i Baamraniani hanno reclamato lo stesso trattamento di favore degli abitanti del Sahara. Vi sono anche molti che pensano che dietro l’impoverimento degli abitanti vi sia una lobby potente, una lobby che non vuole un vero porto di sardine che potrebbe fare una forte concorrenza al porto di Agadir. “Il re ha inaugurato nel 2007 diversi progetti durante la sua visita a Sidi Ifni, nell’ambito di un piano di rinnovamento urbano. Tuttavia niente è ancora stato avviato”, dice inquieto un militante della città. E’ dunque per queste ragioni che i giovani di Sidi Ifni hanno deciso di sfidare le autorità. E questo solo qualche giorno prima del 30 giugno, una data altamente simbolica perché è l’anniversario del ritorno al Marocco di Sidi Ifni nel 1969. La città era spagnola dal 1454 e portava il nome di Santa Cruz. Il Suerte Loca, la sede del municipio che è stata costruita negli anni ’30 e che conserva la stessa architettura testimonia di questa presenza iberica, così come la chiesa, trasformata dopo l’indipendenza in Tribunale. La piccola enclave sembra avere subito una vera e propria erosione dopo il ritorno alla madre patria. “Al tempo degli spagnoli, aveva infrastrutture degne di una grande città: un aeroporto, una piscina comunale, campi di sport, un teatro e anche uno zoo. Oggi Sidi Ifni è una città marginalizzata e la situazione economica continua a peggiorare”, sostiene un abitante. Una nostalgia che ha spinto i Baamrani a chiedere nel corso degli ultimi anni la nazionalità spagnola, approfittando di una giurisprudenza favorevole agli abitanti delle ex colonie. Ironia della sorte, nel 1946 è stato proprio perché la Spagna voleva imporre la nazionalità spagnola agli abitanti della regione che essi si sono sollevati contro il colonizzatore. Sidi Ifni era allora considerata come la “Capitale del Governatorato dell’Africa del Nord spagnola”.

Dal 2004 il mese di giugno fa rima con la protesta sociale. Sempre le stesse rivendicazioni. E la medesima indifferenza da parte delle Autorità locali. “Gli abitanti di Sidi Ifni originarie delle coraggiose tribù degli Ait Baamrane hanno cacciato via gli spagnoli. Adesso pregano per il loro ritorno”, confessa Rachid, un giovane disoccupato. Prima di aggiungere: “E’ violentando le nostre donne che il Makhzen (sistema di potere della monarchia marocchina, ndt) ci ricompensa per la resistenza contro gli spagnoli”.
L’intervento delle forze dell’ordine porta la firma del generale Hamidou Laanigri. L’ex uomo forte del regime, attualmente alla testa delle forze ausiliarie, si trovava nella regione la sera di venerdì 6 giugno. Avrebbe proprio lui coordinato tutte le operazioni. Alla ricerca di un come back (“un ritorno”, ndt), il generale voleva certamente mostrare quello di cui era capace piegando i manifestanti di Ait Baamrane. Le immagini della rivolta,  trasmesse dalla stampa e dai siti di video hanno prodotto piuttosto l’effetto opposto. La brutalità delle forze dell’ordine e i metodi utilizzati dai gendarmi, le forze ausiliarie e i CMI per arrivare sull’orlo di una insurrezione civile ricordano la stagione delle gravi violazioni dei diritti umani. Acquartierati a Mir Left, una località situata a 40 km da Sidi Ifni, conosciuta in tutto il mondo per le sue spiagge selvagge ed uno spot per surfisti, le forze dell’ordine sono piombate in città il 7 giugno verso l’una del mattino. Tre punti sono stati simultaneamente attaccati. Il porto, dove i 29 giovani che impedivano l’uscita dei camion sono stati pestati, quelli che sono riusciti a scappare si sono rifugiati nella montagna Bouaalam, che sovrasta la città. E ad Hay Lalla Meriem, il quartiere dove risiede la maggior parte dei militanti e dei manifestanti.

 

Black out dei media

Tutta la città è stata presa d’assalto, gli arresti si sono moltiplicati. “Irrompevano nelle case insultandone gli occupanti. Non esitavano a saccheggiarle: prendevano bigiotteria, argenti, telefonini. Tutto quanto aveva valore”, racconta M. Issam.
Si parla anche dello sbarco per nave di centinaia di elementi del pronto intervento che hanno dato una mano a sloggiare i diplomati disoccupati che bloccavano l’ingresso del porto.
Alle cinque del mattino è stato imposto il coprifuoco e sono stati eretti numerosi posti di blocco a più di 30 km da Sidi Ifni. Durante la giornata del 7 giugno, i militari hanno cercato di dissuadere tutti coloro che volevano raggiungere il centro città, dicendo che le strade non erano state messe in sicurezza.
Sidi Ifni vivrà al ritmo degli scontri. Le forze dell’ordine utilizzano manganelli, palle di gomma e candelotti lacrimogeni. Gli abitanti rispondono come possono, soprattutto con il lancio di pietre, fino all’incendio della macchina di un pezzo grosso. Un corteo pacifico fatto soprattutto da donne è violentemente represso. Anche la montagna Bouaalam è teatro di intense scaramucce. “Mentre i militari ricercavano i giovani, altri erano torturati nei posti di polizia, delle ragazze venivano violentate”, racconta un militante che preferisce mantenere l’anonimato. “Abbiamo registrato due casi di stupro documentato e numerosi furti, dei casi di torture di minorenni e bambini davanti ai loro genitori. Sidi Ifni è stato il teatro di una punizione collettiva. Noi domandiamo l’apertura di una inchiesta indipendente perché tutti i responsabili siano giudicati. Prima di tutti il ministro dell’interno, il wali di Agadir ed il governatore di Tiznit”, reclama la presidente dell’AMDH.
L’indomani regnava una calma precaria, ma Sidi Ifni presentava l’aspetto di una città saccheggiata. La città resterà accerchiata diversi giorni dopo il “sabato nero”, come lo chiameranno gli abitanti di Sidi Ifni. Al Jazeera parlerà di morti. Una informazione che non troverà conferme. “Ci sarebbero da uno a cinque morti” aveva dichiarato anche Brahim Sbaalil, presidente della sezione locale del Centre marocain des droits de l’homme (CMDH) di Sidi Ifni. Sia il governo che il primario dell’ospedale locale smentiranno.
Mentre sia i giornali spagnoli che Al Jazeera aprono i telegiornali con la sommossa di Sidi Ifni fin dal sabato sera, i due canali nazionali trasmetteranno la notizia solo l’indomani, ma per parlare della “bufala” del canale del Qatar che ha parlato di morti senza verificare l’informazione. Nessuna immagine sarà trasmessa né sulla RTM né su 2M né sulla stampa ufficiale (Le Matin du Sahara).
“Si accaniscono su Al Jazeera per nascondere quello che è veramente successo”, spiega un militante. Tuttavia in occasione del “ritorno di Sidi Ifni alla madre patria”, il 30 giugno di ogni anno, la televisione marocchina e la stampa ufficiale si soffermano a lodare le qualità dei resistenti  delle tribù dei Ait Baamrane. Un po’ come fecero per un’altra regione sinistrata del paese, il Rif e la battaglia di Anoual! La reazione dei responsabili ricorda il tempo in cui Driss Basri era ministro dell’Interno e della Comunicazione. All’indomani della sommossa il governatore di Tiznit ha parlato solo di un “intervento pacifico senza vittime”. Quanto al primo ministro si è sprecato in un capolavoro di politichese: “Tutto questo dimostra la libertà che c’è in Marocco, che i Marocchini sono liberi nel loro paese”, esprimendo tutta la sua fierezza per la “stabilità che queste province conoscono, per i civismo di cui danno prova i loro abitanti e per il loro indefettibile attaccamento al glorioso trono alaouita ed alla loro marocchinità”. Il bilancio ufficiale di questa operazione è di 44 feriti e 30 arrestati per lancio di pietre. I militanti delle associazioni parlano di centinaia di arresti, senza contare le decine di scomparsi che sono ricercati dalle forze dell’ordine nella montagna o che sono riusciti a fuggire dalla regione.

 

Stato di assedio

Sidi Ifni è sempre assediata dalle forze dell’ordine. Vi regna un clima di paura, ed anche un sentimento di estrema ingiustizia. Le Autorità obbligano i commercianti ad aprire le loro bottegucce per mostrare ai giornalisti stranieri che sono andati in città che la vita continua il suo corso. I cittadini si vedono rifiutare anche un minimo certificato medico che serva da prova delle atrocità subite. Nelle campagne intorno però si organizza la resistenza. Un po’ dappertutto sul territorio dei Ait Baamrane hanno avuto luogo delle marce pacifiche. Il 12 giugno è stato dichiarato giornata di lutto. A Parigi si è svolta una manifestazione di sostegno alle vittime di Sidi Ifni. Le dichiarazioni di guerra dei giovani sui video che circolano su You Tube  promettono una esclation. Somministrando una punizione collettiva a Sidi Ifni piuttosto che apportare soluzioni ai problemi della regione, il Makhzen ha ferito il senso di fierezza della tribù resistente degli Ait Baamrane, le cui conseguenze potrebbero essere disastrose.


 

Giugno 2004
Il 30 giugno, anniversario della indipendenza di Sidi Ifni, è diventato quello della contestazione sociale degli Ait Baamrane. Nel 2004, vi sono stati scontri tra le forze dell’ordine e centinaia di manifestanti che chiedevano lavoro per i giovani – soprattutto i diplomati - , il completamento dei lavori di ristrutturazione del porto di pesca e la costruzione di una strada litoranea per collegare la città a Guelmin, prefettura della regione. Le autorità hanno represso le manifestazioni selvaggiamente. Vi sono stati numerosi feriti ed arresti

 

Maggio e agosto 2005
Le rimostranze espresse nel corso delle manifestazioni del 2004 non hanno trovato alcuna eco presso le autorità che hanno ancora una volta scelto di fronteggiare i manifestanti con l’abituale violenza. Alla fine delle manifestazioni sarà tuttavia istituito un segretariato generale per seguire la vicenda. Gli Ait Baamrane chiedevano anche una riorganizzazione amministrativa più coerente, la creazione di posti di lavoro, la realizzazione di infrastrutture di base idonee a rompere l’isolamento della regione ed un miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari.

 

Luglio 2006
Il 37° anniversario della liberazione della regione è stato per gli abitanti ancora una volta l’occasione per esprimere la loro rabbia con una manifestazione, il 4 luglio 2006, che ha raggruppato circa 5000 persone. Hanno denunciato le promesse non mantenute da parte dei rappresentanti dello Stato, oltre alle intimidazioni ed i soprusi amministrativi e giudiziari esercitati contro la popolazione. Le autorità locali hanno risposto con la repressione. 18 persone sono state arrestate al termine della manifestazione.

 

Maggio 2007
Ancora quest’anno, a qualche giorno di distanza dalla commemorazione del 38° anniversario della liberazione della città, centinaia di diplomati disoccupati hanno occupato la strada, costringendo le autorità a chiudere le sedi delle amministrazioni più importanti. E’ il segretariato locale di Sidi Ifni-Ait Baamrane (SLSIA), un collettivo che raggruppa associazioni e partiti della sinistra radicale, ad organizzare le manifestazioni. D’altronde aveva proclamato uno sciopero generale il 30 giugno ed  il boicottaggio delle elezioni. Cosa che ha messo, ancora una volta, Sidi Ifni sotto alta tensione.

 

Giugno 2008

Sabato 7 giugno le forze dell’ordine sono intervenute in modo violento per sloggiare i manifestanti che bloccavano da una settimana il porto di Sidi Ifni, denunciando la povertà e la disoccupazione. L’operazione di polizia riesce male e migliaia di persone scendono in strada per esprimere la loro rabbia. Ufficialmente non vi è alcun ferito, solo qualche arresto ed il ritorno alla calma. Gli ambienti delle associazioni parlano invece di centinaia di arresti e di feriti gravi.

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Sidi IfniMarocco - Il 7 giugno scorso il regime marocchino ha rivelato ancora una volta il suo vero volto repressivo e violento.
Sidi Ifni, una città del sud marginalizzata e povera, è stata messa a ferro e fuoco dalle forze speciali intervenute per reprimere le manifestazioni popolari contro la disoccupazione e la povertà.
Risultato: centinaia di arresti e feriti gravi, stupri e violenze. Molti giovani sono stati costretti a darsi alla macchia sulla montagna vicina. Oltre alla brutalità, la censura: nemmeno un accenno di quanto succedeva è stato fatto nei TG marocchini, ne hanno parlato solo il giorno dopo, ma per criticare la "bufala" di Al Jazeera che aveva dato notizia di morti non confermate.

Tecnica sperimentata di manipolazione, che non ha impedito però che le immagini della macelleria messicana circolassero in rete su You Tube. Nei giorni successivi molte manifestazioni si sono svolte in Marocco, in segno di solidarietà con gli abitanti di Sidi Ifni, tutte represse brutalmente. La cronaca e le analisi negli articoli di Le Journal Hebdomadaire e La verité (tradotte in italiano a cura di ossin).

(intervento polziesco a Rabat contro una manifestazione di solidarità con gli abitanti di Sidi Ifni, foto ossin)


REPRESSIONE A RABAT (foto)

View the embedded image gallery online at:
http://ossin.org/marocco?start=224#sigFreeId048d8e9ff8


LE IMMAGINI SU YOU TUBE

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