AA.VV. “Antisémitisme: l’intolérable chantage. Israel-Palestine, un affaire française ? »
Dal ricatto alla persecuzione giudiziaria
Eric Hazan (direttore de La Fabrique édition)
Nell’aprile 2001 è stata depositata una querela con costituzione di parte civile contro La Fabrique édition, per “diffamazione a carattere razziale e incitamento all’odio razziale”. Pretesto è stata la pubblicazione, da parte della casa editrice che dirigo, di un libro di Norman Finkelstein, intitolato “L’industria dell’Olocausto. Riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”. La parte civile è l’associazione Avocat sans frontières. Il giudizio deve ancora venire.
Nel gennaio 2002, a Chambéry, un militante della Ligue comuniste révolutionnaire è stato accusato di avere scritto “Sharon assassino” su di un muro della città. La prima querela è stata depositata dal Comune di Chambéry per “deterioramento di beni immobili”. In un secondo momento, per le pressioni della LICRA (Ligue Internationale contre le racisme e l’antisémitisme) che si era costituita parte civile, la Procura ha modificato la qualificazione giuridica dei fatti ed ha proceduto per “incitazione alla discriminazione, odio e violenza nei confronti del popolo israeliano”. Il Tribunale ha respinto questa accusa e il militante è stato condannato ad un’ammenda simbolica per deterioramento di beni immobili (infrazione contravvenzionale e non delitto).
Nel marzo 2003 il presidente della Comunità ebraica di Lille ha querelato il sindaco di Seclin per “incitamento alla discriminazione economica”. Motivo: il sindaco aveva chiesto ai servizi municipali di boicottare i prodotti israeliani. Nel corso dell’udienza, il pubblico ministero ha lui stesso ritenuto insussistente il delitto, rinunciando a chiedere l’applicazione di una pena e chiedendo il proscioglimento. Il Guardasigilli ha immediatamente dato ordine al Procuratore della Repubblica di ricorrere in appello contro questa decisione.
Avrei potuto ricordare altre vicende, quella che ha opposto la LICRA al giornalista di France Inter, Daniel Mermet, portato in giudizio nel maggio 2002 per delle affermazioni fatte da alcuni ascoltatori del suo programma, Là-bas si j’y suis (processo perso dalla LICRA in prima istanza); Avocat sans frontières contro Edgar Morin, Danièle Sallenave e Sami Nair, per un “punto di vista” pubblicato su Le Monde (processo non ancora definito); la LICRA contro la Coordination des appels pour une paix just eau Proche-Orient (CAPJPO) celebrato per direttissima per far vietare l’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani sul suo sito: la LICRA ha perso la causa ed è stata condannata a pagare 3000 euro per spese di giustizia.
Mi sono limitato a citare tre azioni in giudizio che, nella loro diversità, dimostrano il carattere assurdo delle querele depositate. Per esempio succede che l’autore e l’editore de “L’industria dell’Olocausto” siano entrambi ebrei (ebrei “dei quali vergognarsi” evidentemente e sicuramente animati dal famoso “odio di sé” che è già stato attribuito a Hannah Arendt al momento della pubblicazione di “Eichmann a Gerusalemme”).
L’autore, i cui genitori sono stati ad Auschwitz e la cui famiglia da entrambi i rami è stata tutta sterminata dai nazisti, ha spiegato di avere scritto questo libro proprio per “l’importanza che attribuisce alla memoria delle persecuzioni subite dalla famiglia”. L’accusa di incitazione all’odio razziale sarebbe quasi comica in questo contesto se di queste cose si potesse ridere. In linea generale, l’assurdità delle querele è dimostrata dalla qualità delle persone denunciate, tutti antirazzisti dichiarati, militanti per la libertà e l’emancipazione dei popoli, e tutti – non è un caso – uomini e donne di sinistra rimasti fedeli alle loro idee.
D’altra parte, fino ad oggi, nessuna di queste iniziative giudiziarie ha prodotto condanne. E nessuna istituzione seria, sinceramente preoccupata di combattere il razzismo – la MRAP, la Ligue des droits de l’homme – vi si è associata. Le parti civili sono sempre le stesse: delle associazioni comunitarie ebraiche (ivi compresa l’Union des étudiants juifs de France, che ha conosciuto tempi migliori), la LICRA, associazione che fu onorevole ai tempi di Robert Badinter, e Avocats sans frontières, il cui presidente, l’avvocato William Goldnadel, vanta tra i suoi principali meriti di aver vegliato alla regolarità dell’elezione del presidente Omar Bongo in Gabon e di essere il difensore di Arcady Gaydamak, trafficante di armi rifugiatosi in Israele, e di Oriana Fallaci, una simpatica italiana che sostiene nel suo ultimo libro che gli Arabi sono degli scarti umani.
E’ legittimo domandarsi perché il sistema giudiziario (quando occorre anche la Procura) consente che i Tribunali vengano intasati da procedure così infondate. La risposta è che, se la parte civile è una associazione riconosciuta e vi è corrispondenza tra l’azione e gli scopi sociali, è praticamente impossibile fermarla.
Ma quale interesse hanno insomma queste diverse associazioni ad intraprendere azioni giudiziarie manifestamente votate all’insuccesso? E’ che si tratta di manovre dissuasive, ed anche molto efficaci. Per il querelato un processo, anche se dall’esito scontato, costituisce una perdita di tempo, di energia e di danaro. E’ quindi comprensibile che un editore, un direttore di giornale, di una radio o di un canale televisivo esiti davanti ad una tale prospettiva e consigli “prudenza” ai suoi collaboratori. Senza contare l’effetto “non c’è fumo senza arrosto” (per fare un esempio personale, io ho a Parigi dei buoni amici che dicono in giro che sono diventato negazionista)